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Qui è tutto "complesso"... stranamente, solo qui

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Una parola, una sola parola, più di tutte,  sta finendo per definire il destino della Calabria del nord-est. Non è povertà. Non è isolamento. Non è nemmeno marginalità. È un altro termine. Più elegante, più tecnico, più apparentemente neutro: complessità.

Benvenuti nella nuova frontiera della paraculaggine politico-istituzionale di questo tempo. Che cos’è la complessità alle nostre latitudini? È diventata la parola passepartout. Quella che chiude ogni discussione, che spegne ogni prospettiva, che giustifica ogni rinuncia. Insomma, una parola che non lascia spazio ad alcuna spiegazione. Decide e basta nel nome di un potere assoluto. E soprattutto: una parola che non apre soluzioni, ma certifica sconfitte.

Già, perché se un tempo la complessità fu una sfida che sviluppò il genio italico, oggi è diventata il motivo per fermarsi. Ancor più se il termine complessità inizia a far rima con Calabria e, sorpattutto, con quella del nord-est.

È complesso portare l’Alta Velocità sullo Jonio — lo scrive nero su bianco il Piano Regionale dei Trasporti — e quindi non si fa. È complesso riattivare davvero ospedali che esistono solo sulla carta — e quindi restano chiusi. È complesso civilizzare una linea ferroviaria, elettrificandola — e allora ci vogliono otto anni per fare quello che altrove si fa in due. È complesso immaginare un aeroporto a Sibari, è complesso sviluppare un porto che avrebbe tutte le condizioni per competere, è complesso costruire una destinazione turistica che funzioni davvero.

Qui è tutto complesso. Stranamente, sempre e solo qui. E se altrove, la complessità si governa. Qui si subisce. O, peggio, si usa.

Perché a forza di sentirla ripetere, questa parola ha fatto un salto ulteriore: è uscita dai documenti e si è infilata nella testa delle persone. È diventata una vera e propria cultura progressiva. Tant’è che le nostre nuove generazioni non nascono più con un progetto, ma con una valigia. Non perché non ci siano possibilità, ma perché si sono convinte che qui da noi, tra lo Jonio, la Sila greca e il Pollino, le possibilità non si possano costruire.

E quindi ogni errore diventa definitivo. Hai detto no a un investimento? Fine. Hai perso un’occasione? Fine. Hai sbagliato una valutazione? Fine.

Il caso Baker Hughes è esattamente questo. Si può discutere all’infinito se fosse giusto o sbagliato dire sì (io continuo a credere che sia stato il più grande peccato collettivo commesso negli ultimi decenni). Ma la vera domanda è un’altra: davvero un territorio si gioca il proprio destino solo su una partita? Davvero, se quella salta, resta il nulla?

Se la risposta è sì, allora non siamo di fronte a un problema di potere. Perché il punto vero è tutto lì. Nel rapporto tra Stato e cittadini. Tra istituzioni e territorio. Tra politica ed elettore.

Qui non esiste contrattazione. Non esiste reciprocità. Non esiste nemmeno conflitto sano. Esiste un solo e unico modello molto più semplice, molto più antico: Aut Caesar aut nihil. O ti mangi sta minestra, o ti butti dalla finestra! O ti accontenti di quello che ti viene dato, oppure niente. E se osi anche solo lamentarti, diventi tu il problema.

E non è un piangersi addosso. Perché qualcuno potrebbe pure obiettare che gli investimenti pubblici che sta ricevendo in questi ultimi anni la Calabria del nord-est non li aveva mai visti prima. Vero. Verissimo. Però per completare al meglio questa affermazione bisogna completarla con un’appendice, un sottotitolo, un catenaccio: tanti investimenti per colmare una voragine di un’arretratezza fuori da tutti gli standard italiani ed europei.

Una situazione, quella dell’arretratezza, anche questa, maturata in un disegno precisissimo e complesso che negli anni ha portato la Calabria non essere più pensata come una regione policentrica, ad essere non più un sistema di territori. Ma è diventata una linea.

Una linea che corre da nord a sud lungo il Tirreno. Lì si concentrano infrastrutture, investimenti, visione.

Più ti sposti verso est, più scompari.

E allora succede un altro assurdo che troviamo scritto ormai in atti e documenti ufficiali: un territorio affacciato sul mare viene definito “area interna”. Non è una svista. È una classificazione politica. È una sentenza.

Significa che, nel modo in cui oggi si pensa lo sviluppo, lo Jonio non esiste. O, se esiste, è irrilevante.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.