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Quelle bollette dello Stato che bloccano il fiume

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A un certo punto, durante il talk di ieri, è successa una cosa che merita di essere isolata da tutto il resto. Più dei cicloni, più dei millimetri di pioggia, più delle immagini. Si parlava delle aree golenali, degli agrumeti dentro gli alvei, di quelle porzioni di territorio che dovrebbero restare libere perché servono ai fiumi quando crescono. Fin qui, nulla di nuovo. È un tema vecchio, noto, discusso mille volte.

Poi però emerge un dettaglio che dettaglio non è. E cioè che, in alcuni casi, quei terreni all'interno del fiumi non sono solo occupati. Sono anche pagati. Pagati a chi? Al malaffare, alla 'ndrangheta, alla criminalità organizzata? No, allo Stato! Pagati con canoni. Con versamenti. Con ricevute che, quando arrivano i controlli o i procedimenti, vengono tirate fuori come giustificazione.

Un'autorizzazione di fatto che cambia il verso della storia. Perché se tu paghi per stare dentro un alveo il limite tra abusivismo e legittimità decade e crea una zona grigia. Un po' come tutte quelle case abusive, che restano in piedi sul demanio costiero, e che vengono accese da un regolare contatore dell'elettricità o da un contatore del servizio idrico!

Non è una provocazione. È un problema serio. Concreto.

Perché lo Stato – o pezzi dello Stato – non può stare su due piani contemporaneamente. Non può contestare un’occupazione e nello stesso tempo costruirci sopra un rapporto economico. Non può dire “non ci devi stare” e poi chiederti un canone per restarci.

E invece succede. E succede da anni. "Dai tempi della bonifica di Mussolini" - dice qualcuno. Nel frattempo quei terreni restano lì. Si consolidano. Diventano normali. Diventano parte del paesaggio. Fino a quando il fiume resta dentro gli argini, nessuno si pone davvero il problema.

Poi arriva l’acqua. Arrivano le piene, arrivano i cicloni (ai quali a quanto pare dovremo rassegnarci e abituarci). Ed è lì che si scopre che quegli spazi non erano un dettaglio. Erano esattamente ciò che serviva al fiume per sfogare la piena. Per allargarsi. Per non scaricare tutto addosso alle case.

Quando quegli spazi non ci sono più, il fiume non si ferma. Si sposta e succede tutto quello che abbiamo raccontato nell'ultimo mese. A quel punto si parla di emergenza, di eventi eccezionali, di cambiamenti climatici. Tutto giusto. Ma manca sempre un pezzo. Manca il fatto che quel territorio, prima ancora della pioggia, era già stato modificato. Compresso. Utilizzato. E in alcuni casi anche legittimato. E sta proprio qui l'aspetto difficile da accettare perché tira dentro l'apparato pubblico, quello dello Stato che dovrebbe non tollerare alcune cose e, invece... ne diventa complice.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.