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Nell’epoca delle opinioni che valgono più dei fatti: cosa resta del principio di verità?

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C’è stato un tempo in cui la verità, seppur contestata, conservava una sua forma riconoscibile perché si offriva come orizzonte, come tensione verso un punto comune, fragile, sì, ma condivisibile. Oggi, invece, essa appare come una superficie fragile, un prisma che non riflette più un’unica luce ma una molteplicità di bagliori divergenti.

Pochi giorni fa una scolaresca è venuta a fare visita alla nostra redazione per un progetto formativo. È stato uno di quegli incontri che, almeno in apparenza, sembrano seguire un copione prevedibile. Racconti, curiosità, domande… come nasce una notizia? Quanto conta una fonte? Perché un titolo cambia il peso di un racconto? E così via.

Poi però arrivano alcune domande che ti costringono ad andare oltre, ad interrogarti sul serio. A scuoterci è stata una domanda che ha aperto una riflessione rispetto al legame tra verità e giornalismo. Ma che cos’è oggi la verità? E che peso ha? Come facciamo a sapere che una notizia è vera? E ancora, se tutti possono dire tutto, può esistere la verità?

Da tutto questo insieme di quesiti e dilemmi sulla professione, oltre che dal dubbio semplice e diretto di ragazzi cresciuti dentro al flusso continuo di contenuti, immagini, opinioni e interpretazioni, è nata questa riflessione.

Per anni il relativismo è stato uno strumento prezioso. Ci ha insegnato a guardare il reale con spirito critico, a diffidare delle verità assolute, a capire che molte narrazioni considerate intoccabili erano in realtà contestabili. È stato un passaggio culturale fondamentale perché ha aperto spazi di libertà inimmaginabili, ha incrinato dogmi dando voce a prospettive rimaste ai margini.

Il punto, però, è che col tempo quello sguardo è stato esteso a tutto. E così l’idea che possano esistere più punti di vista, più verità, è lentamente degenerata nella convinzione che ogni opinione abbia automaticamente lo stesso valore di un fatto verificato e del parere di un esperto.

Qui si è consumato uno slittamento decisivo. Perché un conto è discutere la complessità del reale, un altro è considerare irrilevante ogni criterio di verifica. In questo passaggio si è insinuata quella che oggi chiamiamo “post-verità” e cioè un ambiente in cui conta meno ciò che è fondato e molto di più ciò che riesce a imporsi emotivamente, viralmente, identitariamente.

E c’è un effetto ulteriore, forse ancora più insidioso, che si verifica quando le opinioni smettono di essere materia di confronto e iniziano a imporsi sotto forma di bieco moralismo. È qui che il dibattito si irrigidisce. Le convinzioni personali non vengono più percepite come interpretazioni discutibili ma come identità etiche da difendere. Lo spazio del dissenso si affolla a tal punto da implodere. E il relativismo, paradossalmente, finisce per produrre nuove forme di dogmatismo. Un moralismo continuo, spesso aggressivo, dove il giudizio prende il posto dell’argomentazione.

Anche il giornalismo, naturalmente, ne è uscito stravolto. Dacché aveva il compito - spesso imperfetto, certo - di filtrare, verificare, contestualizzare. Oggi opera, invece, dentro un sistema dove la velocità vale più dell’approfondimento e dove si asseconda il gusto del lettore con una terribile conseguenza: compiacerlo!

Gli algoritmi, lo sappiano bene, hanno accentuato questa dinamica. Le piattaforme digitali premiano ciò che trattiene attenzione, ciò che divide, ciò che provoca. La complessità, invece, rallenta. Le sfumature faticano a diventare virali. E così il dibattito pubblico finisce spesso schiacciato dentro semplificazioni aggressive, slogan emotivi, narrazioni costruite per confermare convinzioni già esistenti. Nella sfumatura tra ciò che è vero e ciò che falso ci è finito tutto: anche il bianco e il nero.

Ma sarebbe troppo facile – se non ingiusto - attribuire ogni colpa alla tecnologia. C’è anche qualcosa di profondamente umano in questa deriva. Tendiamo naturalmente a credere alle storie che ci rassicurano, che rafforzano ciò che già pensiamo, che ci fanno sentire parte di un gruppo. I nostri bias lavorano in silenzio: selezionano, interpretano, scartano. Non cerchiamo sempre la verità ma una certa coerenza con noi stessi.

Il problema di fondo sembra risiedere nella progressiva erosione della fiducia. Perché una società che smette di credere alla possibilità di accertare i fatti diventa una società dove ogni realtà è negoziabile, dove tutto può essere ridotto a percezione, appartenenza o convenienza.

Anche la politica si muove ormai dentro questa logica e – diremmo – ci sguazza. Non si cerca più soltanto consenso attraverso argomentazioni, ma adesione emotiva attraverso identità contrapposte. La disinformazione, in molti casi, non serve a sostituire una verità con un’altra ma a moltiplicare le versioni possibili fino a rendere impossibile orientarsi.

Eppure, proprio dentro questa fragilità, esiste ancora uno spazio di responsabilità. Forse oggi la verità non può più essere considerata un punto fermo da possedere una volta per tutte. Deve diventare una pratica continua fatta di verifica, dubbio, trasparenza, metodo.

È una sfida che riguarda il giornalismo, certo, ma anche chi legge, ascolta, condivide. Perché nell’epoca in cui tutto sembra opinabile, il vero atto rivoluzionario potrebbe essere tornare a distinguere tra ciò che sentiamo e ciò che sappiamo.

Rita Rizzuti
Autore: Rita Rizzuti

Nata nel 1994, laureata in Scienze Filosofiche, ho studiato Editoria e Marketing Digitale. Amo leggere e tutto ciò che riguarda la parola e il linguaggio. Le profonde questioni umane mi affascinano e mi tormentano. Difendo sempre le mie idee.