È partito tutto da qui... e qui è finito
Dalla chiusura degli ospedali di Cariati e Trebisacce nel 2010 alla fine del commissariamento nel 2026: sedici anni di decreti, promesse e riorganizzazioni che non hanno mai cambiato la sanità reale percepita dai cittadini della Sibaritide
Iniziò tutto da lì. E lì, in fondo, finisce. Senza che nulla, nella percezione della gente, degli utenti, dei malati della Calabria del nord-est, sia mai davvero cambiato.
Era il 27 settembre 2010, il momento zero. I cittadini di Cariati e della Sila Greca scesero in piazza, bloccarono la Statale 106, presidiarono il loro ospedale contro la chiusura decretata dal piano di rientro. Novanta chilometri più a nord, stesse scene, stesso film, stessa rabbia: a Trebisacce si faceva lo stesso per l’ospedale Chidichimo.
Non servirono a nulla proteste, istanze, appelli, né gli scioperi della fame dei sindaci e di alcuni cittadini volenterosi. Quegli ospedali vennero chiusi — o meglio, riconvertiti in quelle che poi si sono rivelate inutili Case della Salute — insieme a molti altri in tutta la Calabria, come previsto dalla riorganizzazione della rete ospedaliera sancita dal decreto 18 del 22 ottobre 2010.
Qui, alle nostre latitudini, furono soppressi in nome di una promessa, di una speranza, di un sogno che, ancora oggi — a distanza di quasi un ventennio — resta immutato: l’apertura del nuovo ospedale della Sibaritide. La mega struttura che solo ora sta per nascere a Insiti, nel cuore baricentrico di Corigliano-Rossano, e che dovrebbe risolvere tutti i mali della sanità jonico-sibaritide. Sì, ma ancora non si sa quando!
Le premesse, però, non sono esaltanti.
Perché se due giorni fa, il 9 aprile 2026, il Consiglio dei Ministri ha decretato l’uscita della sanità calabrese dal commissariamento — pur lasciando immutata l’esigenza di un piano di rientro dal debito sanitario, che dal 2009 non si riesce ancora a chiudere — la percezione della sanità, qui da noi, è rimasta la stessa. Anzi, è persino peggiorata rispetto al 2010.
Già, perché almeno allora c’erano i medici di base su tutto il territorio, c’erano le guardie mediche nei paesi, c’erano i poliambulatori, nonostante la falce della razionalizzazione (all’epoca la chiamavano spending review). Oggi i medici si contano sulle dita di una mano; nei territori periferici, dove vive la maggior parte della popolazione che ha più bisogno, la sanità è diventata uno spettro e, in molti casi, gli ambulatori sono poco più che favelas.
Sono passati sedici anni — diciassette dall’inizio del commissariamento — e da allora non è cambiato nulla. Tutto si è fermato tra promesse e roboanti decreti che avrebbero dovuto cambiare chissà cosa e che invece non hanno cambiato nulla.
Da queste parti ricordiamo, su tutti, il DCA 64 del commissario Scura, il terzo nella sequenza temporale dei commissari che si sono succeduti in questi anni. Come se fossero papi, sotto il cui potere temporale è accaduto di tutto senza cambiare nulla.
Quel decreto avrebbe dovuto mettere ordine nella rete ospedaliera calabrese e, in particolare, negli ospedali spoke di Corigliano e Rossano. Avrebbe dovuto restituire almeno un servizio sanitario dignitoso — se non efficiente — alla terza città della Calabria e all’intero territorio.
E invece quella riorganizzazione, che prevedeva l’area fredda al “Compagna” di Corigliano e l’area calda, con l’emergenza-urgenza, a Rossano, è rimasta sulla carta per quasi un decennio. Nessuno ha avuto il coraggio di applicarla.
Fino all’altro ieri. Quando, ironia della sorte, è finito il commissariamento ed è stato completato il trasferimento del'ultimo reparto tra Rossano e Corigliano.
Per fare cosa, poi?
Continuare a sopravvivere in una sanità sofferente, dilaniata da tutte le parti.
Nel frattempo, in questi anni, la politica — che dietro il paravento del commissariamento ha continuato a gestire la sanità con più potere e meno responsabilità — cosa ha fatto? Consapevole dell’errore clamoroso della chiusura degli ospedali di Cariati e Trebisacce, ha trovato il coraggio di scrivere che quei presìdi andavano riaperti.
Sulla carta, ovviamente.
Perché ancora oggi, nell’attesa che si compia il miracolo del nuovo ospedale della Sibaritide, a Cariati e Trebisacce siamo fermi a quel lontanissimo 27 settembre 2010: con le stesse preoccupazioni, ma con ansie triplicate.