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Ha vinto il popolo e la percezione che nulla sarebbe cambiato

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Un dato in particole, più di tutti, racconta questo referendum sulla giustizia. Quello che si è consumato tra la fortissima paura di una nuova guerra, prezzi alle stelle e zero sobrietà istituzionale. Questo dato non è il numero degli elettori che si sono recati alle urne (altissimo!), non è la percentuale di scarto tra il SÌ e il NO (larghissima), non è nemmeno la geografia del consenso. Il dato vero è la sensazione. La percezione, quella diffusa quasi epidermica, che comunque sarebbe andata non sarebbe cambiato nulla.

E allora il NO vince così. Non contro una riforma, ma contro una promessa percepita come vuota. Contro l’idea – antica e tutta italiana – del cambiare tutto per non cambiare niente. Un perfetto esercizio gattopardesco, che avrebbe cambiato con cinque articoli della Costituzione e – nonostante tutto – non avrebbe cambiato nulla nella vita reale delle persone.

Perché il punto di vista per commentare questo ennesimo esito delle urne è sempre lo stesso, ed è molto più basso rispetto a dove è stato discusso, patrocinato e commentato. Sta sotto i palazzi, sotto le toghe, sotto i grandi princìpi. Sta nella quotidianità di chi vive i territori, di chi aspetta giustizia, sicurezza, regole certe. Sta nelle periferie, nei quartieri, nei pezzi di città dove la legge arriva tardi – quando arriva. Sta nel popolo!

Lo scrivevamo qualche giorno fa, dopo l’ennesimo episodio di violenza a Rossano scalo: se non cambi le regole di fondo, quelle che tengono insieme la vita civile, non serve a nulla riscrivere le regole che regolano gli arbitri. Puoi anche cambiare il sistema disciplinare, separare carriere, moltiplicare gli organismi. Ma se a valle resta tutto uguale – tempi biblici, percezione di impunità, insicurezza diffusa – allora la riforma diventa un esercizio tecnico che non intercetta la realtà.

E infatti non l’ha intercettata. 

Il paradosso, se vogliamo, è che questa consapevolezza era condivisa. L’hanno detta – in forme diverse – sia i sostenitori del SÌ che quelli del NO. I primi parlando di primo passo, i secondi di riforma insufficiente. Tradotto: nessuno ha mai davvero sostenuto che questa riforma fosse risolutiva dei problemi della gente. E quando una riforma nasce già come non risolutiva, difficilmente può diventare credibile agli occhi di un Paese stanco.

Il NO non boccia solo una riforma, ma un’idea di cambiamento con soli effetti collaterali. E questo basta anche a capire che non è stato affatto un voto politico. Non c'è nulla di politico nella difficoltà della gente, del popolo che ogni giorno non sa più come sbarcare il lunario.

Il NO, allora, non è conservazione tantomeno riformismo. È sfiducia. È una domanda inevasa. È il segnale che la distanza tra le architetture istituzionali, la politica dei palazzi e la vita reale continua ad allargarsi. E finché quella distanza non si riduce, ogni riforma rischia di essere percepita per quello che oggi è stata: un cambiamento che non cambia.

 

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.