Dopo il fango, non sparite
Il Crati si ritira, i riflettori si spegneranno. Ma la tragedia vera comincia adesso: nel tempo lungo della ricostruzione, della cura, della presenza. Le istituzioni restino, perché la Piana non può essere lasciata sola un’altra volta
Ieri sugli argini del Fiume Crati c’erano il Capo nazionale della Protezione Civile, il prefetto Fabio Ciciliano, e il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. Insieme ad assessori regionali, sindaci, tecnici... Impegni, ristori, operatività immediata. Parole giuste. Necessarie. Attese.
Ma basta?
Forse no. Anzi, no. Perché qui non siamo davanti a una fatalità. Non siamo nemmeno davanti a un evento imprevedibile, eccezionale - come lo ha definito qualcuno. No. Perché la Piana di Sibari in otto anni ha subito quattro inondazioni. Quattro. E ogni volta il copione è lo stesso: acqua, fango, lacrime, sopralluoghi, promesse. Poi silenzio. Fino alla prossima piena.
Il Crati fa il Crati. È un fiume, non è il colpevole. Ha avvisato, ha gonfiato il petto, ha mostrato le sue fragilità e soprattutto ha messo in evidenza le nostre manchevolezze, i nostri guai, le nostre omissioni.
Quello che non ha funzionato, infatti, è stato tutto il resto: prevenzione mancata, manutenzione assente, opere di arginazione mai definitive. Una paralisi pubblica, insomma, che ha attraversato governi, legislature, colori politici diversi, senza risparmiarne uno.
Stamattina ho visto il video di Mario Oliveto, “il narratore involontario” di questa tragedia, il nuovo Omero delle disgrazie della Piana. È un giovane allevatore. Racconta di Margherita, una delle sue mucche. È rimasta immersa nell’acqua del Crati per ore. È sopravvissuta. Ma ora ha la bronchite, non mangia, non allatta i vitellini nati poche settimane fa. Non produce latte.
E qui il latte non è una metafora romantica utile a fare qualche reel strappalacrime. È economia. È salario. È mutuo. È famiglia. Perché quando Margherita non fa latte, non si ferma solo una stalla. Si ferma tutto un pezzo di filiera.
Così come quest’anno – e forse nemmeno il prossimo – non ci sarà la raccolta della liquirizia di Calabria, bruciata dall’acqua. O ancora migliaia di piante di clementine (quelle piantate regolarmente non negli argini del Crati) sono soffocate sotto un lago che non doveva esserci. Possono bastare i ristori a ripagare una pianta che muore, un terreno che si impoverisce, un allevamento che si ammala?
I soldi servono, certamente. I fondi sono indispensabili. Ma non compensano un danno che non è solo economico: è esistenziale.
Ma in questi giorni abbiamo visto anche altro. Abbiamo visto i condor della politica nazionale planare sugli argini del Crati... alla chetichella. Segretari di partito, parlamentari, leader in cerca di inquadratura magari cercando di approfittare della disgrazia per occupare spazi di visibilità. Solidarietà a favore di telecamera. Dichiarazioni indignate. Vanno benissimo. Grazie di cuore da parte di tutti. Love.
Ma dov’erano quando si doveva programmare la manutenzione? Dov’erano quando si dovevano sbloccare progetti? Dov’erano quando si dovevano pretendere cronoprogrammi pubblici e vincolanti?
Non ce n’è uno – uno – che possa dirsi completamente innocente in questa lunghissima storia. Perché il Crati non è un dossier nato ieri. È una ferita aperta da decenni. E chi ha governato, a qualsiasi livello, una parte di responsabilità la porta sulle spalle.
Questa volta, però, non può finire come sempre.
Perché la gente non ha bisogno solo di interventi straordinari. Ha bisogno di presenza costante. Di una mano sulla spalla quando i riflettori si spegneranno (perché si spegneranno). Di tecnici che restano, di funzionari che tornano, di istituzioni che accompagnano verso una ripresa sicura e soprattutto definitiva.
Come si fa con chi deve elaborare un lutto.
Perché è vero: non ci sono state vittime. E ringraziamo Dio. Ma c’è chi ha perso la casa. Chi ha perso il raccolto. Chi ha perso la stagione turistica. Chi ha perso l’unica fonte di reddito. Chi ha perso la fiducia. E la fiducia, quando si rompe, non si ricostruisce con una conferenza stampa o con dichiarazioni rassicuranti. Che questo sia chiaro.
Il Crati non è una calamità. È lo specchio di un sistema che interviene solo quando l’acqua arriva alle ginocchia. Se davvero questa visita istituzionale vuole essere uno spartiacque, allora servono atti pubblici, tempi certi, opere definitive. Serve un piano strutturale e irreversibile di messa in sicurezza.
E serve restare.
Restare anche quando l’acqua si ritirerà del tutto. Restare quando i riflettori si spegneranno. Restare finché Margherita tornerà a fare latte.
Altrimenti, tra qualche anno, saremo di nuovo qui. Sugli stessi argini. Con le stesse promesse. Con lo stesso fiume. Con le stesse lacrime.