Siamo qui per evitare che il pensiero forte assoggetti quello debole
Su Sybaris, la sua storia e le sue origini, il racconto non può diventare un tabù. Tra fonti scientifiche, interpretazioni diverse e diritto di cronaca, serve tenere aperto il confronto per costruire consapevolezza e futuro, non per chiudere porte
Raccontare non significa inventare. E raccontare non significa nemmeno sostituirsi alla scienza. Fatta pace con questo concetto, che evidentemente è sfuggito di mano a qualcuno, andiamo al fatto concreto. Al giornalismo, in chiave nostrana.
Qui qualcuno pensa che i giornali siano solo ed esclusivamente "passa veline". Il metodo - sempre secondo alcuni - è il seguente: arriva il comunicato sulla mail di redazione, il tizio dietro al computer "copia e incolla" titoli (proposti) e contenuti sul backend del sito, ci 'mpracchia la foto sempre invata dal solerte comunicatore e il gioco è fatto.
Qui da noi non funziona così. All'Eco dello Jonio non funziona così.
Perché prima leggiamo tutto, valutiamo, decidiamo, scriviamo (noi) e poi... pubblichiamo. Fatta questa doverosa premessa che distingue un giornale da qualsiasi altra forma di pubblicazione dobbiamo andare oltre.
Il giornalismo, quando fa bene il suo mestiere, lavora sui fatti, sulle fonti, sulle interpretazioni disponibili. Le incrocia, le mette in fila, le rende leggibili. Non le cristallizza, tantomeno le santifica.
Le espone al confronto e - quasi sempre - ci insinua il dubbio. Perché è così che cresce una comunità: non per verità calate dall’alto, ma per consapevolezza condivisa.
Discorso diverso per la Scienza. Che procede, invece, per certezze dimostrate. Al contrario della cronaca che procede per racconti fondati, verificati, ma aperti.
Sono due piani diversi, che non vanno confusi. Ma separarli non significa metterli uno contro l’altro. Quindi, il punto non è semplificare troppo. Il punto è non chiudere. Perché quando un sapere resta confinato in un linguaggio accessibile solo a pochi, elitario, non diventa più rigoroso: diventa incomunicabile. E un sapere che non circola non educa, non crea identità e non costruisce futuro.
Usare un’analogia, una metafora, un’immagine narrativa non è falsificare la realtà. È un modo – dichiarato e riconoscibile (e anche questo scientifico) – per rendere comprensibile un concetto complesso; fermo restando che le fonti esistono, sono consultabili, e possono essere lette anche in modo diverso. Anche in modo contrario. E questo fa parte del gioco. Fa parte della conoscenza. Ecco, dunque, che chi sta da questa parte e ha la responsabilità di raccontare un contesto, un territorio, una comunità, ha pure la responsabilità della parola. E la pretende non per superiorità ma per evitare che il pensiero forte assoggetti quello più debole. Diciamo che siamo qui per mantenere equilibri.
Perché? Su Sybaris, sulle sue storie, sulle sue origini, sulle sue (possibili) declinazioni, ad esempio, sembra che da qualche tempo si voglia un po' blindare il racconto. Ed è un errore clamoroso. Perché questo atteggiamento non protegge la storia, la isola. E una storia isolata rischia di diventare un esercizio per specialisti invece che un patrimonio collettivo.
L’esempio di Loch Ness è istruttivo e rende benissimo l'idea. Nessuno sostiene seriamente che il mostro esista. Eppure quel luogo continua a essere raccontato, studiato, frequentato, discusso. Il mito non ha sostituito la realtà: ha convissuto con essa. Senza negare la scienza, senza ridicolizzarla, senza impoverirla. Qui, invece, troppo spesso confondiamo il racconto con la minaccia. Come se parlare fosse pericoloso. Come se nominare fosse già deformare. Come se la pluralità delle fonti fosse un problema e non una ricchezza.
Eppure un territorio cresce solo se sa guardarsi da più angolazioni. Se accetta che la propria storia venga letta, riletta, discussa. Se comprende che la consapevolezza non nasce dal silenzio, ma dal confronto. Ancor più se ci sono fonti scientifiche di primissimo piano che, ancora oggi, invitano a spingersi oltre nella ricerca e nella scoperta invece di rimanere a girare attorno ad una trottola sempre e solo nello stesso punto. Ecco perché si chiede spazio al racconto, alla narrazione. Per raccontare, appunto, ciò che è documentato; per citare fonti diverse; per dire che su alcuni temi il dibattito è aperto.
E vale la pena ricordarlo, soprattutto oggi: la scienza stessa non è una legge imperitura. Non è un dogma scolpito una volta per tutte. La stessa scienza è progredita proprio perché, nel tempo, ha saputo mettere in discussione se stessa, rivedere certezze, correggere interpretazioni, cambiare prospettiva alla luce di nuove evidenze.
Se la scienza cresce grazie al dubbio metodico, non può temere il racconto. Qualunque esso sia. Se la conoscenza avanza grazie al confronto, non può chiudersi nel silenzio. Perché quando iniziamo a chiudere le porte al racconto, il rischio non è l’errore. Il rischio è l’irrilevanza. E un territorio che smette di raccontarsi – con rigore, con onestà, con pluralità – non diventa più vero. Diventa solo più distante da sé stesso.