3 ore fa:Amendolara apre il Municipio ai cittadini: al via Consulta giovanile e Consulta femminile
1 ora fa:Il Città di Corigliano Rossano vince il derby e rilancia le sue ambizioni
4 ore fa:Maltempo, a Morano albero cade sui cavi elettrici: intervento in corso in località Terrarossa
1 minuto fa:Siamo qui per evitare che il pensiero forte assoggetti quello debole
1 ora fa:Crati, la ferita si riapre: l’argine “debole” torna a cede ancora sotto la piena di queste ore
3 ore fa:Disabilità, oltre le polemiche: il Comune rivendica metodo, rigore e ascolto
2 ore fa:Educazione ambientale, tornano nelle scuole primarie di Co-Ro i percorsi per gli alunni delle classi quarte
2 ore fa:Andrea Mazza è il nuovo Coordinatore Provinciale dei Giovani Moderati
21 minuti fa:Maltempo in Calabria: vento oltre i 100 km/h, grandine e prime nevicate
4 ore fa:Parco del Pollino: nuovi interventi su infrastrutture verdi, mobilità e valorizzazione dell'ex ferrovia calabro-lucana

Siamo qui per evitare che il pensiero forte assoggetti quello debole

3 minuti di lettura

Raccontare non significa inventare. E raccontare non significa nemmeno sostituirsi alla scienza. Fatta pace con questo concetto, che evidentemente è sfuggito di mano a qualcuno, andiamo al fatto concreto. Al giornalismo, in chiave nostrana. 

Qui qualcuno pensa che i giornali siano solo ed esclusivamente "passa veline". Il metodo - sempre secondo alcuni - è il seguente: arriva il comunicato sulla mail di redazione, il tizio dietro al computer "copia e incolla" titoli (proposti) e contenuti sul backend del sito, ci 'mpracchia la foto sempre invata dal solerte comunicatore e il gioco è fatto.

Qui da noi non funziona così. All'Eco dello Jonio non funziona così.

Perché prima leggiamo tutto, valutiamo, decidiamo, scriviamo (noi) e poi... pubblichiamo. Fatta questa doverosa premessa che distingue un giornale da qualsiasi altra forma di pubblicazione dobbiamo andare oltre.

Il giornalismo, quando fa bene il suo mestiere, lavora sui fatti, sulle fonti, sulle interpretazioni disponibili. Le incrocia, le mette in fila, le rende leggibili. Non le cristallizza, tantomeno le santifica.

Le espone al confronto e - quasi sempre - ci insinua il dubbio. Perché è così che cresce una comunità: non per verità calate dall’alto, ma per consapevolezza condivisa.

Discorso diverso per la Scienza. Che procede, invece, per certezze dimostrate. Al contrario della cronaca che procede per racconti fondati, verificati, ma aperti.

Sono due piani diversi, che non vanno confusi. Ma separarli non significa metterli uno contro l’altro. Quindi, il punto non è semplificare troppo. Il punto è non chiudere. Perché quando un sapere resta confinato in un linguaggio accessibile solo a pochi, elitario, non diventa più rigoroso: diventa incomunicabile. E un sapere che non circola non educa, non crea identità e non costruisce futuro.

Usare un’analogia, una metafora, un’immagine narrativa non è falsificare la realtà. È un modo – dichiarato e riconoscibile (e anche questo scientifico) – per rendere comprensibile un concetto complesso; fermo restando che le fonti esistono, sono consultabili, e possono essere lette anche in modo diverso. Anche in modo contrario. E questo fa parte del gioco. Fa parte della conoscenza. Ecco, dunque, che chi sta da questa parte e ha la responsabilità di raccontare un contesto, un territorio, una comunità, ha pure la responsabilità della parola. E la pretende non per superiorità ma per evitare che il pensiero forte assoggetti quello più debole. Diciamo che siamo qui per mantenere equilibri. 

Perché? Su Sybaris, sulle sue storie, sulle sue origini, sulle sue (possibili) declinazioni, ad esempio, sembra che da qualche tempo si voglia un po' blindare il racconto. Ed è un errore clamoroso. Perché questo atteggiamento non protegge la storia, la isola. E una storia isolata rischia di diventare un esercizio per specialisti invece che un patrimonio collettivo.

L’esempio di Loch Ness è istruttivo e rende benissimo l'idea. Nessuno sostiene seriamente che il mostro esista. Eppure quel luogo continua a essere raccontato, studiato, frequentato, discusso. Il mito non ha sostituito la realtà: ha convissuto con essa. Senza negare la scienza, senza ridicolizzarla, senza impoverirla. Qui, invece, troppo spesso confondiamo il racconto con la minaccia. Come se parlare fosse pericoloso. Come se nominare fosse già deformare. Come se la pluralità delle fonti fosse un problema e non una ricchezza.

Eppure un territorio cresce solo se sa guardarsi da più angolazioni. Se accetta che la propria storia venga letta, riletta, discussa. Se comprende che la consapevolezza non nasce dal silenzio, ma dal confronto. Ancor più se ci sono fonti scientifiche di primissimo piano che, ancora oggi, invitano a spingersi oltre nella ricerca e nella scoperta invece di rimanere a girare attorno ad una trottola sempre e solo nello stesso punto. Ecco perché si chiede spazio al racconto, alla narrazione. Per raccontare, appunto, ciò che è documentato; per citare fonti diverse; per dire che su alcuni temi il dibattito è aperto.

E vale la pena ricordarlo, soprattutto oggi: la scienza stessa non è una legge imperitura. Non è un dogma scolpito una volta per tutte. La stessa scienza è progredita proprio perché, nel tempo, ha saputo mettere in discussione se stessa, rivedere certezze, correggere interpretazioni, cambiare prospettiva alla luce di nuove evidenze.

Se la scienza cresce grazie al dubbio metodico, non può temere il racconto. Qualunque esso sia. Se la conoscenza avanza grazie al confronto, non può chiudersi nel silenzio. Perché quando iniziamo a chiudere le porte al racconto, il rischio non è l’errore. Il rischio è l’irrilevanza. E un territorio che smette di raccontarsi – con rigore, con onestà, con pluralità – non diventa più vero. Diventa solo più distante da sé stesso.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.