Scala Coeli, tra sicurezza e diritti: quando una strada diventa un confine
Un’anziana invalida, un centro storico interdetto, un’area classificata R4. La denuncia pubblica solleva un tema nazionale: fino a dove può spingersi la tutela del territorio quando incrocia la dignità della persona?
SCALA COELI – Qual è la misura, che non si conta in metri, che separa una porta di casa da una portiera d’automobile. È la misura della responsabilità. In questi giorni quella distanza è diventata oggetto di un confronto pubblico che, al di là della polemica, solleva una questione più ampia e più delicata: cosa accade quando la tutela della sicurezza collettiva entra in collisione con il diritto individuale alla mobilità, soprattutto quando quel diritto riguarda una persona fragile.
La vicenda riguarda una donna di 88 anni, invalida su carrozzella, residente in via Giudecca, nel centro storico di Scala Coeli. La segnalazione resa pubblica dalla famiglia racconta di un disagio concreto: l’installazione di un blocco in cemento che impedisce l’accesso veicolare diretto costringerebbe la donna ad affrontare un percorso più lungo e complesso ogni volta che deve raggiungere un’auto per sottoporsi a visite mediche. Nel racconto della famiglia non c’è solo l’ostacolo fisico, ma il peso organizzativo e psicologico di ogni spostamento trasformato in una piccola operazione logistica. Il richiamo è forte: la Costituzione, la Legge 104, le norme sull’abbattimento delle barriere architettoniche. L’accessibilità non come concessione, ma come diritto pieno.
Dall’altra parte, però, c’è l’amministrazione comunale - una di quelle di cui parlavamo stamattina – di un piccolo comune dell’entroterra che deve fare i salti mortali per poter garantire l’ordinario. Ed è proprio il sindaco di quella comunità ad offrire una lettura che si muove su un piano diverso, quello dei vincoli normativi e delle responsabilità pubbliche.
L’area oggetto della contestazione, infatti, ricade in una zona classificata R4, cioè a rischio idrogeologico molto elevato. Una classificazione che, per legge, impone limiti stringenti in materia di viabilità e sosta, proprio per evitare che situazioni di potenziale instabilità possano trasformarsi in pericolo per l’incolumità pubblica. Secondo quanto riferito dal Sindaco Giovanni Matalone, l’Autorità di Bacino, nel rilasciare il parere favorevole a lavori di consolidamento e messa in sicurezza, avrebbe subordinato l’intervento allo stralcio di opere di nuova viabilità non consentite in quell’area.
Inoltre, sulla specifica questione sarebbe intervenuta anche una pronuncia giudiziaria che avrebbe confermato l’impossibilità di consentire sosta e transito veicolare nella zona per ragioni di sicurezza.
È qui che il caso locale si trasforma in una questione di sistema. Perché il punto non è stabilire chi abbia ragione in una disputa di quartiere, ma comprendere cosa accade quando due principi entrambi legittimi si fronteggiano. Da un lato c’è il diritto soggettivo di una persona con disabilità a non vedere compressa la propria mobilità; dall’altro c’è l’obbligo giuridico di un’amministrazione di attenersi a vincoli imposti per la tutela della collettività. Un sindaco, in quanto autorità locale di protezione civile, risponde anche penalmente delle proprie omissioni se consente comportamenti o situazioni in contrasto con le prescrizioni di sicurezza. E allo stesso tempo, uno Stato che riconosce diritti fondamentali non può limitarsi a invocarli senza garantirne l’effettiva fruizione.
Nei piccoli comuni dell’entroterra, questa tensione è spesso più evidente che altrove. I centri storici coincidono con aree fragili, costruite su versanti complessi, soggette a vincoli idrogeologici stringenti. Le norme sulla sicurezza del territorio e quelle sull’accessibilità nascono per finalità diverse e talvolta non dialogano tra loro in modo armonico. Il risultato è che il conflitto si scarica sul livello più esposto: quello locale. È lì che il diritto alla mobilità incontra il rischio frana. È lì che la dignità della persona incontra la responsabilità dell’ente. È lì che una scelta amministrativa, anche tecnicamente motivata, può produrre un effetto percepito come esclusione.
Il caso di Scala Coeli, allora, non è soltanto la storia di un blocco in cemento. È il riflesso di una domanda più ampia: le nostre normative riescono davvero a tenere insieme sicurezza e inclusione o costringono i territori a scegliere tra due valori che dovrebbero coesistere? La sfida non è opporre la Costituzione al cemento né ridurre la sicurezza a rigidità burocratica. La sfida è trovare soluzioni tecniche e amministrative che evitino che una distanza fisica si trasformi in una frattura istituzionale.
In una stagione in cui si parla di città intelligenti e innovazione, la misura della qualità di una comunità resta spesso più semplice e più concreta: la capacità di accorciare la distanza tra una porta e un’automobile quando quella distanza diventa fatica quotidiana, senza mettere a rischio la sicurezza di tutti. È un equilibrio difficile, soprattutto nei piccoli comuni. Ma è proprio lì, nelle pieghe dei casi concreti, che si misura la maturità delle istituzioni e la tenuta del patto tra cittadino e amministrazione.