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La nuova SS106 parlerà rumeno, albanese e bulgaro

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Diciamo subito, senza giri di parole e senza infingimenti lessicali: non è un problema. È un fatto. E come tutti i fatti, va guardato in faccia. Non aggirato con il vittimismo di maniera né addolcito con la solita retorica e nemmeno imbevuto di quel perbenismo "politicamente corretto" e radical chic. 

Fra pochi mesi apriranno i cantieri della nuova Statale 106. Non un cantiere qualsiasi, ma il cantiere. Quello che collegherà finalmente Corigliano-Rossano alla SS534 e quindi all’Autostrada del Mediterraneo, al corridoio Tirreno-Jonio-Adriatico... al mondo. Un’opera da 1,2 miliardi di euro, quasi interamente investiti qui. In questa città. In questo territorio che per decenni ha pagato l’isolamento come una condanna.

Un’opera colossale anche sul piano sociale: quasi mille tra tecnici e operai, più l’indotto, più i servizi, più la logistica. Una scossa vera. Una di quelle che non si vedono spesso. Forse una sola volta per generazione. Da queste parti, poi!

Eppure, mentre l’opera prende forma, c’è ancora chi finge di non vedere il nodo centrale.

A costruire questa strada sarà in larga parte manodopera specializzata straniera. Non per scelta ideologica, non per sfregio identitario. Ma per una ragione molto più banale e molto più spietata: sono pronti.

I numeri parlano chiaro. Nel settore edile italiano quasi il 38% degli addetti è di origine straniera. Nei cantieri, quelli veri, la percentuale sale ancora. In alcuni livelli operativi supera il 60%. Non perché “costano meno” - qui non parliamo di caporalato (che è un'altra piaga che interessa pure i cantieri edili) - ma perché ci sono. E sanno fare.

Rumeni, bulgari, kosovari, albanesi. Gente che ha imparato il mestiere sui ponti, nelle gallerie, nei grandi cantieri europei. Gente che non ha bisogno di essere accompagnata, ma solo messa al lavoro. Casco in testa, imbracatura allacciata, competenze già in tasca.

Ne abbiamo parlato anche nell’ultima puntata di Eco in Diretta, dati alla mano, insieme alla mediatrice culturale Carmen Florea. Non opinioni ma numeri. Quelli snocciolati in un recentissima analisi da YouTrade. E i numeri non fanno sconti a nessuno.

E gli autoctoni? Bella domanda!

Qui sta la parte che fa male. Perché non arriva all’improvviso. È annunciata da tempo. Da oltre due anni sindacati, casse edili, agenzie di formazione lo ripetono come un disco rotto: le grandi opere non si improvvisano. Servono specializzazioni, mestieri, competenze vere. Non attestati da collezione.

Il messaggio, però, non è passato.

Mentre altrove si imparava a stare su un viadotto, qui si inseguiva (e si insegue ancora e pedissequamente) l’illusione della scrivania. L’ennesimo corso “da ufficio”, con l’idea che il lavoro buono sia solo quello seduto. Che l'ascensore sociale si prenda solo battendo i tasti di una tastiera. Peccato che i cantieri non funzionino così. E che, ancora una volta, la domanda per diventare segretari, terminalisti, addetti da ufficio continui a superare di moltissimo l’offerta locale. (spoiler: oggi un lavoro da scrivania vale in media 1.200 Euro al mese, il lavoro di un operaio specializzato ne vale 1.800)

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la strada si farà, i cantieri partiranno, i miliardi verranno spesi. Ma una parte del territorio rischia di restare spettatore e a rivendicare diritti e lavoro, con la sensazione – sbagliata – di essere stata esclusa.

Non è stata esclusa. Non si è preparata.

La nuova Statale 106 non aspetterà nessuno. La fase di reclutamento non guarderà i cognomi e non chiederà certificati di residenza. Vorrà competenze. Punto. Anche perché i due colossi che dovranno realizzare questa strada (Webuild ed Eteria) avranno necessità di iniziare e finire in tempo, per non finire nelle pastoie e nelle penalità che prevede il nuovo Codice degli Appalti in caso di ritardi non giustificati.

E questa è forse sarà la lezione più dura – ma anche la più utile – che questo territorio si troverà davanti: senza formazione vera, anche le occasioni storiche passano oltre. E lo fanno in silenzio, mentre già si sentono i lamenti e le lagnanze di qualcuno che le chiamerà “ingiustizie”. Ma quale ingiustizia? 

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.