Il tempo perduto della Calabria del nord-est
Nel macromondo della Sibaritide le distanze non sono chilometri ma ore di vita: servizi lontani, infrastrutture lente e una geografia pensata sulla carta che continua a costare sviluppo, lavoro e futuro
C’è un errore di fondo nel modo in cui si raccontano certi territori. Soprattutto come si racconta la Calabria del nord-est. Un errore geografico, prima ancora che politico. Perché sulle carte le distanze sono uguali per tutti: sono linee, chilometri, segmenti precisi che uniscono un punto all’altro con la freddezza della matematica. Ma quella è geografia da scrivania. Da atlante. Da aula universitaria.
È la geografia in nome della quale negli anni sono stati spazzati via tribunali, sono state cancellate Aziende sanitarie e ospedali. È la geografia per la quale ci dicono che il nostro aeroporto naturale è Crotone quando invece facciamo prima andare a Napoli o a Bari. È la geografia per la quale siamo vicini e lontani da tutto. Ed è quella stessa geografia che da un lato ha sostenuto spopolamento ed emigrazione e dell’altro ha alimentato drammaticamente l’oicofobia.
La geografia reale, invece, è un’altra cosa.
Alle nostre latitudini, infatti, le distanze non si misurano in chilometri. Si misurano in tempo. E i costi, prima ancora che in soldi, si misurano in distanza.
È una differenza sottile solo in apparenza. In realtà è uno spartiacque. Perché un chilometro è uguale ovunque. Un’ora no.
Un chilometro, a Milano, è una corsa in metropolitana. Un chilometro, qui, può essere una curva, un rallentamento, un tratto interrotto, una coincidenza mancata, un treno che non passa, una strada che sembra sempre sul punto di finire. E quando finisce davvero, spesso finisce anche il servizio.
Per questo da noi la distanza non si calcola. Si prevede. Non chiedi quanti chilometri sono. Chiedi: quanto ci metto? È vita di tutti i giorni che ti porta – con sospetto - ad essere diffidente verso tutto e tutti; ma che, qui, con maggiore consapevolezza dovrebbe anche portare tutti a chiedere e rivendicare di più. O no?
È una domanda che contiene già un sospetto.
Perché la cosa più curiosa è che questa condizione modifica perfino il modo di pensare delle persone. Qui si sviluppa una forma di logistica esistenziale che altrove non serve. Si pianifica tutto: le partenze, i ritorni, le coincidenze, perfino gli imprevisti. Si impara a calcolare i margini, a prevedere ritardi, a immaginare deviazioni.
Si diventa esperti di distanze, senza aver mai studiato cartografia. E poi ci sono i costi, che si misurano in distanza.
Perché la distanza è un moltiplicatore. Più sei lontano, più tutto costa. Costa spostare merci (in entrata e in uscita). Costa ricevere servizi. Costa attrarre investimenti. Costa perfino restare.
Non sempre il prezzo è scritto sullo scontrino. Spesso si nasconde in altre forme: un investimento che non arriva, un’impresa che rinuncia, un giovane che parte, un turista che cambia meta, un medico che preferisce un’altra città.
Ed è qui che nasce uno dei più grandi paradossi della Calabria del nord-est: essere ricchissima di risorse e potenziali ma allo stesso tempo poverissima di accesso, soprattutto per l’economia.
È come vivere sopra un tesoro, ma con la chiave della porta troppo lontana.
Ecco allora che le infrastrutture, da queste parti, non sono solo opere pubbliche. Sono acceleratori di tempo. Sono dispositivi che restituiscono vita a un territorio che per troppo tempo ha pagato il prezzo dell’attesa. E ora non c’è più tempo. I cronometri hanno esaurito i loro giri. Siamo arrivati sempre dopo che tutto è già successo. Ora basta.