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Filareto e il sogno di una cittadinanza attiva e coinvolta: «Chi resta ha compiuto una scelta difficile e merita il suo spazio»

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CORIGLIANO-ROSSANO - «La libertà non è uno spazio libero/ Libertà è partecipazione», così cantava Giorgio Gaber nell’ormai lontano 1972. Ed è proprio da questa definizione di libertà, che ricalca quella dell’intervistato e in cui viene riassunta l’essenza del vivere democratico e la vocazione di ogni buon cittadino, che vogliamo far partire la nostra riflessione che guarda, come sempre, alle prossime amministrative.

A fornirci uno spaccato della vita politica del territorio, dello stato di salute della sinistra e mostrarci quali modelli valoriali si possono incarnare oggi per vivere il presente affrontando le sfide della contemporaneità, è Francesco Filareto, già sindaco di Rossano e professore di Storia e Filosofia, che a 80 anni appena compiuti rimane una delle anime più giovani e progressiste della grande città di Corigliano-Rossano. Alla nostra domanda su quale sia il suo giudizio sull’attuale compagine amministrativa, risponde così: «Governare al Sud è difficile, e lo è per due motivi. Il primo limite riguarda una questione che ci portiamo dietro dal Risorgimento ovvero la questione meridionale, la quale ha prodotto, sostanzialmente, due Italie: una che cammina spedita e una che arranca. Il secondo limite, invece, riguarda il malaffare e la corruzione. Per questi ed altri motivi il Sud continua ad esprimere poco. Esprime qualcosa, sì, ma non abbastanza».

Secondo Filareto dietro un tale disinteresse e una tale disaffezione nei confronti della politica c'è sicuramente il cambio di paradigma avvenuto tra istituzioni e cittadini, e poi la deriva leaderistica dei partiti. «Noi – afferma – chiediamo alla politica di risolvere i problemi per conto nostro, invertendone le dinamiche. Il cittadino di oggi non partecipa ma delega, e nel delegare mette in crisi il meccanismo fondante della nostra società: la democrazia».

Un tempo i rappresentati del popolo venivano eletti dagli stessi cittadini, oggi sono le segreterie a decidere i futuri deputati e senatori, «questo meccanismo – sottolinea Filareto – ha favorito il conformismo, il servilismo e l’ascesa di cretini che hanno solo un merito: essere servi sciocchi e ubbidienti. E poi ha dato vita ad un altro fenomeno: alla protesta si è sostituito il lamento. Il cittadino è sempre più isolato».

Manca, quindi, un sincero interesse verso la cosa pubblica. Si è interrotto quell’atteggiamento che ha sempre visto i cittadini come responsabili e custodi dell’interesse generale della comunità. «In questo modo, chiunque si troverà a guidare la nostra città incontrerà serie difficoltà. Finché i singoli non faranno la loro parte nulla cambierà. Non bisogna chiedersi soltanto cosa la politica fa per una determinata comunità ma anche cosa fa la comunità per sé stessa e per sostenere l’operato della politica. Ho più volte detto a Stasi che nessuno meglio di me può capirlo, so cosa significa essere sindaco di questa città, e lui lo è di una città ancora più grande».

Più grande perché si tratta dei due ex comuni, ormai fusi, di Corigliano e Rossano, le cui storie e i cui trascorsi hanno esacerbato le annose difficoltà. «La fusione ha sicuramente complicato le cose ma voglio che i cittadini comprendano che tornare indietro sarebbe esiziale per le due comunità. Bisogna rimettere in campo la speranza e sgomberarlo dalla negatività. Sicuramente ci sono stati errori e sbavature ma si possono correggere. Siamo la terza città della Calabria. In più, occupiamo un territorio ricco e florido, dobbiamo resistere e puntare su ciò che unisce le due realtà, non su ciò che le divide».

Mille anni di ostilità non verranno certo sanati da cinque di fusione, ma bisogna essere fiduciosi e propositivi. Il futuro candidato dovrà lavorare molto in tal senso: «Un buon candidato – dice - deve essere voluto dai cittadini. Chi pensa di ottenere buoni risultati calando un nome dall’alto, decidendolo a tavolino, commette un errore marchiano. Può anche vincere le elezioni, è chiaro, ma sarebbe una sciagura poiché la forza della politica è basata essenzialmente sul consenso. Quando si sottovaluta questa forza, e di conseguenza la forza rivoluzionaria di un popolo scontento, è la fine. Il sindaco, perciò, dovrà essere il sindaco della gente, di tutti. La politica è divisiva ma le istituzioni non devono esserlo, mai».

Ma allora, ci si chiede, cosa dovrà fare questa politica all’apparenza irrimediabilmente compromessa? «Faccio una premessa. Questo è sicuramente un momento complicato ma smettiamo di mitizzare il passato. Non è vero che prima si stava meglio, si stava peggio. Oggi anche i figli delle classi meno abbienti possono istruirsi. Io sono figlio di operai e ne vado fiero, ma so cosa vuol dire essere parte di una fascia debole della società. Quando ero sindaco sapevo che era necessario ricoprire quel ruolo per tutti ma volevo essere il sindaco, soprattutto, dei più deboli. I forti si difendono da soli e fin troppo bene, i deboli non li difende nessuno».

E sul da farsi: «Innanzitutto deve dare spazio alle persone perbene, e parlo da vittima di un sistema che temeva le persone oneste e, nonostante tutto, non mi sono mai piegato. E poi deve aprirsi ai cittadini perché chi resta ha scelto di restare, e merita di avere il suo spazio. Noi abbiamo un debito con questa terra che paghiamo restando. Restare è più difficile perché qui tutto è più difficile, ma proprio per questo ciò che si fa ha un valore in più, ha un senso in più. L’unica istituzione che propone un valore importante è la Chiesa con il suo sýnodos, “camminare insieme”».

L’auspicio è che la politica si appropri di questo valore comunitario mentre l’invito è un’esortazione coraggiosa: «ribellatevi e resistete!»

Rita Rizzuti
Autore: Rita Rizzuti

Nata nel 1994, laureata in Scienze Filosofiche, ho studiato Editoria e Marketing Digitale. Amo leggere e tutto ciò che riguarda la parola e il linguaggio. Le profonde questioni umane mi affascinano e mi tormentano. Difendo sempre le mie idee.