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NUGAE - Di attriti e morbidezze

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Giorni, mesi e anni scorrono su calendari che si arrotolano, risucchiandoci in un tempo spesso troppo in corsa. Ma a volte troppo lento. Quasi mai a misura d’uomo. Raramente in sintonia coi battiti del nostro cuore. Se questo palpita felice, il tempo fugge, inafferrabile, come quando provi a fermare anche un solo istante dell’impercettibile, ma inesorabile discesa del sole che si bagna nel crepuscolo in cui dilegua. Ma in quante notti buie i rintocchi sembrano non arrivare mai a restituirci un’alba di nuova speranza!

Non sarebbe meglio -a riuscirci!- armonizzare il nostro ritmo col mondo che ci circonda, entrare in sintonia con la vita, lasciarsi andare, con morbidezza e fluidità, alla corrente in cui, volenti o nolenti, consapevoli o meno, credenti o atei, siamo immessi?

L’attrito è un fenomeno vitale: camminare, afferrare oggetti, guidare su strada… nulla sarebbe possibile se non ci fosse questa forza. Ma è essa stessa anche una delle principali cause di logorìo e infelicità.

Opporre resistenza alle direzioni su cui la vita ci porta, cercare di mantenere un controllo completo sulle sue onde, non solo è faticoso, ma forse innaturale, se cogliessimo di essere parte noi stessi dell’ecosistema universale.

Il tempo scorre. Certo. La vita intorno a noi fluisce di continuo; a volte trema; poi si riassesta. E ogni movimento comporta cambiamenti, anche traumi: nuovi terreni da coltivare, nuove conquiste; spesso perdite. Ma vivere la storia della nostra vita sentendoci in continuo agonismo con quanto intorno a noi si muove e cercare di entrare in opposizione con questo movimento non è forse arrogante, egocentrico, pretenzioso?

Ogni persona vuole -ed è in parte giusto e auspicabile che sia così- essere protagonista del proprio destino e di quello di quanti sente parte integrale di esso stesso; ma come ignorare, poi, che il genio della vita segue anche una propria corrente che è in parte estranea al nostro controllo? E capita a volte, per la limitatezza della nostra prospettiva, che ci poniamo in contrasto proprio con quanto porterebbe noi o altri a stare meglio.  

Spesso ci manca l’umiltà, o forse la forza, di affidarci al fiume della vita. Siamo scontenti perché pensiamo di conoscere la meta e di doverci arrivare forzatamente, provando a dominare gli eventi, gli altri, le storie. Così esercitiamo tutta la forza del nostro attrito, invece che farci acqua noi stessi. Fallimento, illusorie vittorie o inguaribili tristezze sono dietro l’angolo, condite spesso da sterili recriminazioni, frutto -a qualunque età!- di irrisolti rigurgiti adolescenziali.

Siamo figli di una società che pensa poco, che non accetta di mettersi in discussione, che fa fatica sia a cercare dentro di sé le responsabilità (sempre più facile e liberatorio riversarle sugli altri, su altro!) e sia ad accettare che siamo parte di un disegno che ci sovrasta.

Tante cose ognuno di noi vorrebbe diverse o avremmo immaginato in altre forme. Un altro lavoro, un’altra casa o città, un’altra condizione affettiva, o magari di salute. Eppure siamo qui. E se ci siamo è per quella profonda interazione tra noi e il fluire degli eventi, tra nostre scelte consapevoli o azioni anche minimali, che, attraverso le strade complesse e articolatissime della vita, hanno disegnato le linee del nostro oggi, che noi stessi (direttamente o meno) abbiamo messo in moto, in quella dinamica di causa-effetto che gli orientali inseriscono nella dimensione karmica dell’esistenza.

La visione finalistica e deterministica, seppure secondo logiche differenti, alla fine coincidono. La vita è un dòmino travolgente; il che non ci esonera da responsabilità  e impegno -anzi!-, ma non deve neanche metterci in mano lo scettro di un controllo che ci può appartenere solo fino ad un certo punto.

Se c’è una cosa su cui veramente vale la pena ed è possibile agire siamo, piuttosto, solo noi. La cura di tutte le cure è quella di cambiare se stessi, il proprio punto di vista, le proprie idee e credenze e con questa rivoluzione interiore dare un proprio contributo per un mondo migliore.

Tiziano Terzani, come prima di lui Nelson Mandela, ha riattualizzato la grande lezione del Mahatma Gandhi: sii tu il cambiamento che vorresti vedere avvenire intorno a te.

Principio filosofico che, dai tempi socratici, non smette di ricordarci l’importanza di leggere dentro noi stessi; invito al coraggio di guardare alla nostra storia personale con onestà intellettuale e assunzione di responsabilità; monito civile all’essere principio per un mondo migliore. Ma anche fiducia matematica nel potere moltiplicatore dei numeri, degli esempi. Che quando positivi davvero assumono rilievo sociale. Foss’anche solo sul benessere relazionale che può essere capace di creare, in qualunque ambiente -a cominciare da quello familiare- una persona che, pur in mezzo alle delusioni e alle fatiche quotidiane, vive nell’accettazione e offre ristoro in un sorriso che è l’espressione più forte e generosa dell’amore che si dà all’altro. Dura è la mia lotta e torno / con gli occhi stanchi, / a volte, d'aver visto / la terra che non cambia, / ma entrando il tuo sorriso / sale al cielo cercandomi/ ed apre per me tutte / le porte della vita. (“Il tuo sorriso” Pablo Neruda)

Alle donne capaci di sorridere in mezzo al dolore, a quanti riescono ad attraversare la corrente della vita facendosi morbidi, fluendo col coraggio della dolcezza, Alda Merini ha elevato uno dei suoi impareggiabili tributi poetici: Il tuo sorriso sarà / luce per il tuo cammino / faro per naviganti sperduti. / Il tuo sorriso sarà / un bacio di mamma, / un battito d’ali, / un raggio di sole per tutti.

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.