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La Città dei giovani e delle donne riletta attraverso Boccaccio

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Se c’è una cosa che mi ha sempre fatto percepire il Decameron come opera fondante della nostra cultura, anzi civiltà -ed oggi lo penso ancora di più- non sono tanto le singole, cento, novelle, ma quello che le supporta e contiene.

Caladrino, Chichibìo, Lisabetta, Federigo, Guido sono da sempre e restano inscalfiti esempi di spassosità, arguzia, commozione, nobiltà, leggerezza. Ed altri e altri ancora saltano dalle pagine di quel serbatoio sorprendente e variegato di storie ed esperienze umane che Boccaccio ha raccolto, selezionato, rinnovato e consegnato alla posterità.

Ma più e più ancora mi ha sempre trattenuto sulla pagina la riflessione intorno ad esse. Non voglio dire solo della cornice strutturalmente e nozionisticamente intesa, ma dell’interpretazione stringente, sociologica, di essa che mi si è spesso proposta alla mente.

Firenze 1348. Una terribile pandemia si diffonde per la città. Da principio sottovalutata, derisa, ignorata dai più, ha poi stravolto le vite di tutti, decimato la popolazione, imposto distanze e isolamento, spezzato famiglie, allontanato affetti.

Fino ad appena qualche mese fa, noi fisiologicamente smemorati per necessità vitale, forse, prima o piuttosto che per superficialità o ignoranza, leggevamo di questa peste, piuttosto che di quella che porta nel Lazzaretto Renzo e Lucia, o di quella che aveva colpito gli Ateniesi secoli prima, senza vera immedesimazione; con quella dose di anestetico emotivo derivato dal non sentire sull’epidermide tracce e memoria diretta di tanto orrore e non concepire nella mente, neanche come lontana, l’ipotesi di un’esperienza diretta di esso.

La storia ci ha smentito e la ciclicità vichiana ci ha di nuovo travolti, trovandoci, scioccamente, sorpresi.    

Ma la peste, per Boccaccio, è anche occasione e forse metafora. È la degradazione dell’umano, di ogni valore e di ogni costume. La cittadinanza dà pessima prova di sé, e l’immoralità scivola fino all’impensabile.

Ma mi interessa andare oltre. La crisi deborda, ma la macchina da presa zoomma su una chiesa dove si ritrovano alcuni, pochi giovani, che si autodeterminano e lasciano la città per rifugiarsi -eccezionalmente insieme ragazze e ragazzi- nelle loro abitazioni (ville amene, in verità) di campagna.

E qui che, sebbene non sempre sufficientemente attenzionato, Boccaccio crea un’implicita anticipazione di un’utopia sociale. Di quelle che nei secoli successivi partoriranno le menti di illustri intellettuali europei, o ancor più del nostro solare corregionale,  senza ignorare gli imponenti precedenti della filosofia greca.  

A dispetto di quanto l’aggettivo boccaccesco e il Decameron rievocano nella mentalità diffusa, e anche ad onta delle ancora più diffuse considerazioni sui ragazzi come gioventù bruciata, Boccaccio delinea, infatti, in appena poche pagine, una sorta di società ideale. Per alcuni aspetti ancora oggi utopistica.

Innanzitutto a definirne i contorni è una voce femminile. Quanti altri esempi abbiamo di oratoria sociale messa in bocca ad una donna? Giovane per giunta, per quanto tra gli amici la più avanti negli anni.

Pampinea è carismatica, è una leader naturale e riconosciuta. Tra quei banchi di Santa Maria Novella diventa lei stessa novella Ulisse, che richiama le sue amiche ad esercitare per bene e con coraggio l’uso della natural ragione; quella che riconosce ad ogni individuo la facoltà di difendere la propria vita e, quindi, legittima anche a loro la possibilità, anzi l’urgenza, di provvedere a se stesse e di farlo con i propri mezzi. Capisce, dice sue le paure e le remore di tutte, ma si stupisce che ciascuna di loro, dotate come sono del sentimento di donna (cioè della prontezza, praticità, risolutezza femminili) non si sia ancora risolta a trovare una soluzione.

Grande Pampinea…grande Boccaccio, anticipatore di secoli della storia delle donne!

La morte le circonda. Si avvicina. Che faccian noi qui? che attendiamo, che sognamo? 

io giudicherei ottimamente fatto che noi […] fuggendo come la morte i disonesti essempli degli altri onestamente a’ nostri luoghi in contado, […] ce ne andassimo a stare.

Distanti dalla città malata e corrotta, ricostruiranno, seppure per una manciata di giorni, un’alternativa sana. La loro communitas.

Il primo manifesto politico dei giovani è qui e, se lo ascoltiamo bene, non mancherà di stupirci, incoraggiarci, aprirci finestre.

La società dei giovani si dovrà fondare, come primo asse, sulla GIOIA! 

Vivaddio: la gioia!

Principio vitale, base di progettazione di ogni società non può essere altro che la felicità del vivere!

Ma per loro, come per i nostri ragazzi, di sempre e ancora di più di oggi, è la risposta alle incertezze, alla fragilità. Esorcizza la paura. Anche quella di aver visto il declino del mondo degli adulti.

Corollario immediato di Pampinea è (stupiamoci) la moderazione, la razionalità, l’equilibrio, la dignità: il piacere di vivere dovrà svolgersi senza trapassare in alcuno atto il segno della ragione. E il concetto viene più volte ripreso e ribadito da numerosi interlocutori.

In questa società ideale uomini e donne decidono di vivere insieme, nella più piena parità e auto imponendosi il rispetto delle regole, dei tempi, degli spazi.

La gioia, nella città dei giovani, si fonda sempre sull’onestà e con essa anche sulla libertà. Innanzitutto dai giudizi altrui.

Là dove io onestamente viva né mi rimorda d’alcuna cosa la coscienza, parli chi vuole in contrario: Idio e la verità l’arme per me prenderanno. Anche Filomena ha trovato l’ardore!

Ordine, organizzazione dei ruoli: hanno la consapevolezza che nell’anarchia le cose degenerano.

Per ciò che le cose che sono senza modo non possono lungamente durare io […]estimo che di necessità sia convenire esser tra noi alcuno principale, il quale noi e onoriamo e ubidiamo come maggiore.

E immediata l’altra grande dimostrazione di saggezza:

Governare non è solo un onore, ma anche un onere e solo esercitandolo tutti se ne può capire il peso. Pertanto la rotazione delle cariche aiuterà non solo a sentirsi pari, ma anche ad avere maggiore cognizione. Pampinea, sempre la nostra prima leader, parla di sperimentare il peso della sollecitudine insieme col piacere della maggioranza, e della necessità di non provare invidia.

Ma a rendere efficace il governare occorre anche autorevolezza, riconoscimento del ruolo, obbedienza. Cosa che tutti dovranno garantire al re o alla regina. E inutile dire che sarà lei la prima ad indossare la corona.

Ribadito che occorre vivere con ordine e con piacere e senza alcuna vergogna, e attribuite le funzioni, impone che in quell’eden ricostruito di civiltà e armonia, in un topico giardino dei piaceri, nessuno porti tristezza da fuori e che il cuore della giornata si imperni sul RACCONTARE, novellando.

Ecco, la società dei ragazzi: quelli che ancora oggi quando chiediamo che hanno fatto rispondono sempre con un laconico “niente”; quelli che sembrano chiusi in silenzi di indifferenza; quelli che spesso non conoscono più neanche le parole per descrivere le loro emozioni e quindi per capire cosa sta succedendo dentro e fuori di loro, quei ragazzi, da sempre, hanno bisogno di racconti, di narrazioni, di parole.

Se è vero che le opere dei grandi ci aiutano a definire meglio anche il nostro presente e che un testo non si sottrae a nessuna interpretazione, neanche a quelle più ardimentose e forse eccessivamente attualizzate, queste domenicali, malinseguite riflessioni vogliono essere un personale ringraziamento all’autore del Decameron per essersi rivelato fine conoscitore ed estimatore dei giovani e delle donne in un’opera che, forse, ha ancora tanto da dire.   

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.