Nel 2022 mandammo l’olio calabrese nello spazio. Adesso forse conviene mandarci direttamente l’ulivo
Quattro anni fa un olio calabrese arrivò sulla Stazione Spaziale Internazionale. Oggi che la Xylella è comparsa anche in Calabria, forse dovremmo pensare di spedire lassù direttamente qualche cultivar autoctona (per preservarla)
CORIGLIANO-ROSSANO – Nel 2022 la Calabria riuscì a mandare il proprio olio nello spazio. Era una Carolea, partita insieme ad altri extravergini italiani verso la Stazione Spaziale Internazionale durante la missione di Samantha Cristoforetti.
Quattro anni dopo, vista l’aria che tira, forse conviene organizzarsi diversamente: spedire direttamente un ulivo.
Non tanto come simbolo di pace. Piuttosto per metterlo al sicuro. La battuta nasce da un problema molto serio. Con la Xylella ormai comparsa anche in Calabria, la questione non riguarda soltanto quanto olio riusciremo a produrre in futuro. Riguarda soprattutto quale olio.
Perché se un domani alcune cultivar locali dovessero dimostrarsi particolarmente vulnerabili, l’olivicoltura potrebbe anche continuare attraverso varietà più resistenti. Ma una cosa è continuare a produrre extravergine, altra cosa è continuare a produrlo con Dolce di Rossano, Roggianella, Grossa di Cassano e con quel patrimonio vegetale che identifica da secoli questo territorio.
Un ulivo, del resto, non è un bullone. Se una varietà scompare non basta ordinarne un’altra dal catalogo e avvitarla al paesaggio.
Ecco perché in assenza di altre misure di prevenzione, tutela e arginazione - mancate in questi anni - se nel 2022 mandammo l’olio calabrese nello spazio, nel 2026, forse, dovremmo mandarci direttamente una pianta di Dolce di Rossano. Con un biglietto appeso al tronco: «Tenetela voi per un po’. Quaggiù abbiamo un problema».