Xylella, l’incognita che fa paura: le nostre cultivar resistono? Nessuno ha fatto prevenzione
Dolce di Rossano, Grossa di Cassano e Tondina non risultano ancora caratterizzate per la resistenza al batterio. Se fossero vulnerabili cambierebbe per sempre l’identità dell’olio della Calabria nord-est
CORIGLIANO-ROSSANO – Se la Xylella dovesse un giorno raggiungere la Calabria del nord-est – e speriamo davvero che non avvenga - il problema non sarebbe soltanto capire quanti ulivi riuscirebbero a sopravvivere. Il vero problema sarà un altro, meno immediato ma altrettanto serio: con quali ulivi continueremmo a produrre olio?
Perché l'olivicoltura di questo territorio non è fatta di una cultivar qualsiasi. Nello Jonio cosentino c'è la Dolce di Rossano, o Rossanese. Nella Sibaritide domina storicamente la Grossa di Cassano. Salendo verso la fascia prepollinica entra con forza la Tondina, insieme alla Carolea. E non stiamo parlando solo di identità territoriali ma di una vera e propria cartina geografica di qualità. La stessa che ci restituisce il disciplinare della DOP Bruzio. Nell’olio proveniente dalle Colline Joniche Presilane, infatti, la Rossanese deve rappresentare almeno il 70%; nella Sibaritide la Grossa di Cassano almeno il 70%; nella Fascia Prepollinica la Tondina almeno il 50%. È un modo semplice, brutale, sicuramente semplicistico ma ci da la perfetta misura di quanto queste varietà siano legate ai territori che le hanno selezionate e coltivate per generazioni.
Ed è proprio su queste cultivar che oggi si apre il dogma più grande che si possa porre in una fase di emergenza. Quanto sono resistenti queste cultivar autoctone al patogeno della Xylella? E questa, purtroppo, è una domanda alla quale nessuno sa rispondere. Almeno, stando ai dati ufficiali
Nel database scientifico europeo Gen4Olive, ad esempio, la Dolce di Rossano, alla voce relativa alla suscettibilità a Xylella fastidiosa, compare senza riscontri (N.D. cioè no data). Lo stesso accade per la Cassanese, cioè la Grossa di Cassano, e per la Tondina-Roggianella. In altre parole, allo stato delle informazioni raccolte dalla banca dati europea, non esiste una caratterizzazione sufficiente che consenta di definirle resistenti al batterio. Non significa che siano necessariamente vulnerabili. Attenzione. Significa, più semplicemente e più preoccupantemente, che ancora non lo sappiamo. Eppure, dopo l’infestazione subita dagli uliveti salentini, avremmo avuto tutto il tempo per premunirci, studiare, fare ricerca scientifica e scoprire.
Perché oggi questo vuoto pesa. La Calabria ha già conosciuto il suo primo focolaio di Xylella fastidiosa sottospecie pauca a Taurianova. Il batterio, quindi, non è più soltanto una minaccia osservata dalla Puglia o studiata nei laboratori: è entrato nel perimetro regionale.
Dicevamo dell'esperienza pugliese che ha insegnato una cosa abbastanza chiara: la Xylella può devastare un paesaggio olivicolo. Certo, non necessariamente impedisce per sempre di produrre olio. Perché la ricerca ha individuato cultivar capaci di reagire meglio al ceppo ST53, in particolare Leccino e FS17-Favolosa. Che sono altre cultivar (non autoctone). Ma questo significa che se un domani la Xylella dovesse imporsi anche qui e se le nostre cultivar autoctone risultassero particolarmente suscettibili, l'agricoltore avrebbe davanti una scelta obbligata: continuare a produrre utilizzando varietà più resistenti.
Dal punto di vista economico sarebbe una soluzione. Dal punto di vista territoriale, culturale, identitario – invece – una disgrazia!
Si potrebbe tornare ad avere oliveti produttivi. Si potrebbe continuare a spremere olive e vendere extravergine. Ma sarebbe inevitabile chiedersi cosa resterebbe dell'olio delle Colline Joniche Presilane senza la Dolce di Rossano, o dell'olivicoltura della Sibaritide senza la Grossa di Cassano.
Non è una questione folkloristica, sia chiaro. Una cultivar contiene caratteristiche agronomiche, organolettiche e genetiche che si sono adattate nel tempo a un determinato ambiente. Nel territorio della Calabria del nord-est ci sono ulivi che hanno attraversato i millenni e che ancora oggi producono. Se le cultivar locali dovessero essere sostituite su vasta scala, non scomparirebbe soltanto una pianta: si restringerebbe la biodiversità agricola e cambierebbe il legame tra prodotto e territorio. Insomma, per farla breve, l’olio prodotto a Corigliano-Rossano e nell’intera fascia della Sibaritide-Pollino, non avrebbe più le sue caratteristiche organolettiche tipiche di questo areale.
È per questo che, nella Calabria nord-est, la vera strategia contro Xylella sarebbe dovuta cominciare molto prima del nuovo contagio. Che è sicuramente distante (per certi versi, per prossimità territoriale e distanze, avrebbe dovuto spaventarci più l’infestazione del Salento e non quella della Piana di Gioia Tauro) ma non ci lascia immuni.
Come bisognava procedere? Prima di tutto con la prevenzione e il monitoraggio. L' Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ricorda che non esiste oggi una cura capace di eliminare il batterio da una pianta infetta in campo: si può intervenire sui sintomi, sul controllo dei vettori e sulla diffusione, ma una volta che Xylella si insedia in un territorio la gestione diventa enormemente più complessa.
Poi con la ricerca. Ed è qui che torna centrale Mirto Crosia. Il campo collezione del CREA-OFA di Pantano custodisce uno dei patrimoni di germoplasma olivicolo più importanti al mondo. Il CREA parla di una collezione avviata nel 1997 e indica espressamente tra le sue finalità la ricerca di genotipi tolleranti o resistenti a Xylella. La struttura di Mirto e Rende è stata inoltre inserita nella Banca internazionale del germoplasma del Consiglio Oleicolo Internazionale.
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È da qui che dovrebbe partire anche una domanda politica molto concreta: quanto sappiamo davvero della resistenza alla Xylella delle cultivar che tengono in piedi l'olivicoltura della Calabria nord-est? E quanto stiamo investendo per scoprirlo prima che sia troppo tardi? Perché il vero nodo della questione, lo ricordiamo, non è difendere genericamente “l'olivo calabrese” ma evitare che un giorno, per salvare l'olivicoltura, saremo costretti a sostituire proprio gli ulivi che la rendono calabrese.
La produzione, probabilmente, troverebbe comunque una strada. La Dolce di Rossano, la Grossa di Cassano e la Tondina, invece, non sono sostituibili senza cambiare anche il racconto agricolo di questo pezzo di Calabria.