Xylella, nello Jonio cosentino c’è una banca genetica con 450 varietà d’olivo: il tesoro di Mirto Crosia
Nel campo collezione gestito scientificamente dal CREA-OFA è custodito uno dei più importanti patrimoni olivicoli italiani: biodiversità e ricerca diventano strategiche ora che il batterio è arrivato in Calabria
CROSIA – Mentre la Calabria fa i conti con il primo focolaio di Xylella, nello Jonio cosentino esiste già uno dei luoghi più importanti d’Italia per capire come l’olivicoltura potrà affrontare malattie e cambiamenti ambientali nei prossimi anni.
È il campo collezione del germoplasma olivicolo di Mirto Crosia, avviato nel 1997 nell’azienda sperimentale ARSAC e gestito scientificamente dal CREA-OFA di Rende. Qui sono conservate oltre 450 varietà di olivo, italiane e straniere, che insieme alle collezioni di Rende portano il patrimonio complessivo a circa 600 accessioni.
La grande coltivazione si trova in località Pantano, a ridosso della foce del fiume Trionto e poche decine di metri dal mar Jonio.

Non è un semplice archivio botanico ma una vera e propria banca genetica vivente, entrata nel circuito internazionale del Consiglio Oleicolo Internazionale, dove le diverse cultivar vengono osservate, confrontate e caratterizzate nelle stesse condizioni ambientali.
Ed è proprio questo che oggi rende Mirto particolarmente interessante.
Uno dei grandi fronti della ricerca sull’olivo riguarda infatti la capacità delle diverse varietà di reagire alla Xylella fastidiosa. Il CREA utilizza anche il patrimonio conservato nelle proprie collezioni per individuare genotipi più tolleranti o resistenti ai patogeni e agli stress climatici.
Non significa che a Mirto sia già stata individuata “la varietà immune” alla Xylella. Al contrario, per molte cultivar calabresi le informazioni disponibili restano ancora incomplete. Ma proprio per questo una collezione genetica così ampia assume oggi un valore strategico: più biodiversità si conserva, più possibilità si hanno di trovare caratteristiche utili nella ricerca.
Dentro la collezione ci sono anche numerose varietà calabresi, comprese quelle che appartengono alla storia produttiva e agricola del territorio sibarita.
E nella Calabria nord-est il tema è particolarmente sensibile.
Qui l’olivicoltura non rappresenta soltanto una voce rilevante nell'economica territoriale ma è una presenza strutturale del paesaggio e della storia agricola dell'intero quadrante nord-orientale che si intreccia con la storia stessa di questo territorio con cultivar come La Dolce di Rossano, Grossa di Cassano e Tondina che identificano interi areali produttivi.
Per questo il focolaio individuato nel Reggino deve diventare per il nord-est un richiamo alla consapevolezza. Anche perché non sappiamo se e quanto potrà diffondersi la Xylella nel resto del territorio calabrese. Però sappiamo che, proprio nel nostro territorio, esiste già una struttura che conserva una parte importante del patrimonio genetico necessario per studiare il futuro dell’olivo e mettere a terra le azioni di contrasto contro l'invasione di questo batterio fitopatogeno che in Salento, negli anni scorsi, ha praticamente annientato la produzione olivicola.