Non sono decorazioni: al Patire c’è musica incisa nella pietra da mille anni
L’intuizione dell’architetto Armando Rossi: le stelle sulle absidi non sono ornamenti ma neumi bizantini. Una scoperta che può riscrivere la storia della musica e rilanciare Corigliano-Rossano nel panorama culturale internazionale
CORIGLIANO-ROSSANO - Se le pietre potessero parlare, racconterebbero storie. Se potessero cantare, forse restituirebbero un pezzo di eternità. È proprio da questa suggestione – che oggi ha la forza di una tesi scientifica – che nasce In-canto Lapidum, il volume di Armando Rossi che questa mattina sarà al centro dell’appuntamento del RendeLibri, nella Sala De Cadorna della BCC Medio Crati di Rende.
Non è una semplice presentazione. È il passaggio da intuizione a riconoscimento. Da intuizione locale a libro nazionale. E, soprattutto, è la dimostrazione che Corigliano-Rossano può produrre cultura capace di parlare al mondo.
Al centro del lavoro di Rossi c’è il Complesso monumentale di Santa Maria del Patire. Un luogo già straordinario per storia e identità, che oggi viene riletto con una chiave completamente nuova: le stelle scolpite sulle absidi non sarebbero semplici elementi decorativi, ma una vera e propria notazione musicale incisa nella pietra. Uno spartito bizantino, pensato per essere “letto” e cantato dai monaci greco-basiliani al sorgere del sole.
Una tesi che, se confermata – e il volume ne sostiene con rigore la validità – proietterebbe il Patire in una dimensione unica: il più antico esempio conosciuto al mondo di musica scolpita nell’architettura sacra.
Ma questa non è solo la storia di una scoperta. È anche la storia di un percorso. Perché quell’intuizione non nasce per caso. Si innesta dentro un lavoro di anni portato avanti sul territorio dall’associazione Rossano Purpurea, che con il progetto Пatìr – Open Lab ha costruito un laboratorio permanente di ricerca, confronto e valorizzazione.
Proprio lì, nel 2024, l’ipotesi di Rossi è stata presentata per la prima volta al pubblico, trasformandosi da suggestione a processo di studio, fino a diventare oggi un’opera strutturata e riconosciuta.
«Il Patire è uno di quei luoghi in cui la pietra non è solo materia, ma parola» – scrive nella prefazione Alessandra Mazzei, presidente di Rossano Purpurea – sottolineando come l’opera rappresenti il frutto di un approccio capace di “tenere insieme” saperi diversi, dalla musica alla matematica, dalla teologia alla storia dell’arte .
E proprio questo è il punto. Non si tratta solo di un libro. Si tratta di un tassello di un percorso più ampio: quello di un territorio che prova a rileggere sé stesso attraverso la propria identità più profonda. Che passa dal Codex Purpureus al Patire, da un patrimonio riconosciuto a uno che oggi chiede di essere ascoltato in modo nuovo.
Perché, se davvero quelle pietre custodiscono un canto, allora la sfida non è solo scoprirlo. È saperlo raccontare. E trasformarlo in visione.
Ed è qui che il lavoro di Rossi incontra quello di Rossano Purpurea: nella capacità di trasformare il patrimonio in consapevolezza, e la consapevolezza in progetto.