Strage di Amendolara, il dolore dei braccianti invisibili: «Non bastano più rabbia e cordoglio»
Dopo la morte dei quattro pakistani residenti ad Apollinara, la presa di posizione della Cgil e di Carmen Florea (progetto anticaporalato Su.Pr.Eme): «Ora si guardi dentro il caporalato nella Piana di Sibari»
CORIGLIANO-ROSSANO - Quanto accaduto ieri ad Amendolara non può essere letto soltanto come una strage improvvisa, isolata, esplosa nel vuoto. È, semmai, il punto più drammatico e disumano di una tensione sotterranea che nella Piana di Sibari si trascina da anni dentro il mondo del lavoro bracciantile a basso costo, del caporalato, della schiavitù 2.0, tra sfruttamento, invisibilità, marginalità, comunità straniere lasciate spesso sole e conflitti che raramente arrivano alla luce pubblica.
Fino ad oggi questa “guerra” silenziosa, interna o parallela alle comunità straniere che vivono e lavorano nei campi, si era consumata soprattutto attraverso intimidazioni, minacce e incendi. Nel tempo, tra Corigliano-Rossano, Cassano, Villapiana, Crosia e l’intera area agricola della Sibaritide, sono state date alle fiamme decine e decine di autovetture, pulmini e mezzi utilizzati anche per il trasporto dei lavoratori migranti. Episodi spesso letti come fatti separati, archiviati nella cronaca minore, ma che oggi tornano a comporre un quadro molto più inquietante.
Mai, però, si era arrivati a un atto di tale brutalità. Se le indiscrezioni investigative trapelate nelle ultime ore dovessero trovare conferma, la morte dei quattro braccianti pakistani nel minivan incendiato nell’area di servizio lungo il vecchio tracciato della Statale 106 racconterebbe una vicenda dalle trame drammatiche e disumane: uomini chiusi dentro un mezzo, impossibilitati a fuggire, e poi consegnati alle fiamme.
È dentro questo scenario che si inseriscono le prime reazioni del mondo sindacale e sociale. A intervenire è la Cgil, attraverso una nota sottoscritta da Federica Pietramala (Flai Cgil Pollino), Caterina Vaiti (Flai Cgil Calabria), Andrea Ferrone (Cgil Pollino) e Gianfranco Trotta (Cgil Calabria), insieme a Carmen Florea, mediatrice culturale e operatrice sociale nel progetto anticaporalato Su.Pr.Eme., attiva a Corigliano-Rossano, dove i quattro pakistani morti carbonizzati risiedevano, nell’area di Apollinara.
Nel comunicato, il sindacato parla di «una terribile tragedia» che ha sconvolto l’intera Calabria e richiama l’attenzione sui contorni ancora da chiarire della vicenda. «Non abbiamo ancora la certezza che le vittime fossero lavoratori agricoli, anche se è molto probabile che fossero legati alla produzione agro-alimentare; sicuramente quanto avvenuto oggi segna un cambio di passo nell’infiltrazione criminale del territorio».
La Cgil sottolinea come gli investigatori non escludano alcuna pista, anche alla luce della lunga scia di veicoli incendiati negli ultimi mesi nella zona, mezzi che potrebbero essere stati utilizzati per il trasporto di lavoratori agricoli.
«Sarebbe gravissimo se si trattasse di omicidi avvenuti in una faida tra caporali e un orrore indicibile se invece le quattro vittime fossero lavoratori che magari volevano ribellarsi al giogo dello sfruttamento», affermano i rappresentanti sindacali.
Da qui la richiesta di verità e di un impegno più incisivo delle istituzioni. «Chiediamo alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto chiediamo un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto insicuro, vulnerabilità estrema, ricatto e violenza».
Il sindacato rilancia inoltre il tema dello sfruttamento lavorativo nella Piana di Sibari. «Qualora emergesse questa ipotesi, non si può più tollerare che la Piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato».
Parole altrettanto dure arrivano da Carmen Florea, che ogni giorno lavora nei contesti dell’outreach, cioè nell’incontro diretto con i lavoratori migranti nei luoghi in cui vivono e lavorano, spesso in condizioni di isolamento e fragilità.
«Una tragedia immane che toglie il fiato, ma che purtroppo non stupisce», dice Florea. «Se la pista del dolo e del caporalato verrà confermata, saremo davanti a un vero e proprio atto di barbarie. Non si può morire così, bruciati vivi o uccisi per il profitto e lo sfruttamento nei campi».
Il punto, per chi lavora accanto ai braccianti, è che il cordoglio non basta più. «La rabbia e il cordoglio non bastano più: servono azioni dure, tutele reali e una lotta spietata a chi schiavizza e uccide questi lavoratori invisibili. Giustizia per queste quattro anime».
Florea richiama il valore dei presidi sociali e della mediazione culturale, spesso unici strumenti capaci di raggiungere persone che altrimenti resterebbero fuori da ogni rete di tutela. «Il nostro compito principale nelle attività di outreach è incontrare le persone laddove vivono e lavorano, spesso in contesti isolati. Portiamo loro notizie sul progetto, spieghiamo quali sono i loro diritti e facciamo in modo che conoscano gli strumenti di tutela a disposizione».
Informare, per Florea, significa sottrarre i lavoratori al ricatto. «Informare capillarmente è l’unica strada percorribile per prevenire il caporalato e strappare queste persone all’invisibilità e al ricatto dello sfruttamento».
C’è poi un dato che pesa dentro questa vicenda: la comunità pakistana a Corigliano-Rossano conta circa 600 persone ed è indicata come la terza comunità straniera presente sul territorio. Non una presenza marginale, quindi, ma una componente reale della vita sociale ed economica della città e della Piana di Sibari.
«La tragedia di oggi – conclude Florea – impone a istituzioni, sindacati e società civile una riflessione profonda e un impegno comune: affinché la memoria di queste quattro vittime non svanisca, è necessario sostenere, finanziare e rafforzare stabilmente i servizi di mediazione e i presidi sociali sul territorio, riconoscendo che la sicurezza, la dignità e la vita di ogni lavoratore sono diritti umani inviolabili».
Ora il lavoro della Procura e della Polizia dovrà chiarire fino in fondo cosa sia accaduto ad Amendolara, quali siano le responsabilità e quale movente abbia armato una violenza così feroce. Ma il territorio non può attendere solo l’esito delle indagini per porsi una domanda più grande: quanta parte della nostra economia agricola continua a reggersi su uomini invisibili, su vite fragili, su lavoro povero, trasporti opachi, solitudini e ricatti?
La strage di Amendolara, se confermata nella sua matrice criminale, non potrà essere archiviata come un episodio isolato. Dovrà diventare uno spartiacque. Per la Sibaritide, per la Calabria agricola e per una comunità che non può più permettersi di vedere i braccianti solo quando muoiono.