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DIARI DI STORIA - Il “Castello” di S. Mauro: la masseria fortificata che ospitò Carlo V

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A chi percorre la vecchia Statale 106 Jonica tra Corigliano Stazione e Cantinella, poco prima del bivio per S. Demetrio Corone, appare imponente il complesso architettonico rurale comunemente detto “Castello di S. Mauro”. Il nome di castello, che probabilmente gli deriva dalla struttura merlata del suo torrione posto all’ingresso principale del palazzotto padronale, è noto anche ad antichi studiosi che lo dicono non lontano dal monastero benedettino di S. Maria di Valle Josaphat. Così, per esempio, gli studiosi francesi M.H. Laurent e A. Guillou nel commentare il quattrocentesco Liber Visitationis del Chalkeopulos, a riguardo di detto monastero scrivono: “Ce monastère (S. Maria di Josaphat), situè à Marina di Corigliano Calabro, non loin du chateau de San Mauro”. (1) Da qui appare evidente anche l’infondatezza della notizia riportata da qualcuno secondo cui il “castello” sarebbe sorto sulle rovine del monastero, mentre in realtà risulta essere solo “non lontano” da esso. Del resto in quegli anni il monastero era ancora attivo con la presenza dei monaci e risulta concesso all’arcidiacono rossanese Cesare Foggia quale Abate Commendatario. (2)

Occorre ricordare, in ogni caso, che, indipendentemente dal monastero, il sito di S. Mauro risulta abitato fin da epoca bizantina e che gli abitanti, per le incursioni saracene del sec. X, furono costretti alla fuga verso l’interno andando ad incrementare l’oppidum Corellianum (Corigliano), all’epoca ancora un piccolo villaggio (praedium) rurale e che man mano si configurò come “castrum”, piccolo centro fortificato. (3) Malgrado questo spopolamento l’abitato di S. Mauro continuò la sua storia tanto che nel 1326 vi è come arciprete don Marco, coadiuvato da 10 chierici e nel 1535 vi era una chiesa dedicata a S. Domenica. (4)

Tornando al “castello” di S. Mauro, c’è da precisare che in realtà più che come castello il complesso venne fatto costruire nel 1515 da Bernardo Sanseverino principe di Bisignano e conte di Corigliano come masseria a due corti fortificata e interamente circondata da mura di cinta per difenderla dalle mai dome incursioni saracene, sempre devastanti nella Sibaritide e oltre. A ricordo della costruzione resta leggibile sul portale d’ingresso l’iscrizione dedicatoria sormontata dallo stemma di famiglia: “BERNAR - SANSEVE - BISIN/ PRIN - DOMUM - HANC - A FVNDAMENTIS - EXTRVXIT / ANNI - SALVTIS - M - D – XV” (Bernardo Sanseverino, principe di Bisignano, questa residenza costruì dalle fondamenta nell'anno della redenzione 1515).

Il castello-masseria è rimasto famoso ed è da ricordare per aver ospitato dal 10 al 13 novembre 1535 l’imperatore Carlo V con la sua Corte di Principi e Signori d’Europa durante il viaggio di ritorno dall’Africa dopo la spedizione di Tunisi, in cui aveva sconfitto l’esercito ottomano. In quella occasione Pietro Antonio Sanseverino, figlio di Bernardo, in previsione del soggiorno del sovrano, vi aggiunse in tutta fretta una struttura in legno con vari appartamenti abitativi atti ad ospitare con immediatezza l’Imperatore con la sua Corte.

Il soggiorno di Carlo V a S. Mauro per quanto breve e di passaggio fu piacevole e da lui molto apprezzato per avervi potuto organizzare anche una gradita battuta di caccia. Dalle cronache risulta che in una sola battuta furono abbattuti ben 45 cinghiali, cui fece seguito un sontuoso ricevimento con sfarzo ed abbondanza di cibi prelibati tanto da lasciare notevolmente impressionato l’Imperatore, che nel suo spagnolo avrebbe scherzosamente commentato con la celebre frase rivolta al Sanseverino: “Prence, vos es el Rey, o el Prence de Bisignano?” (Principe, voi siete il Re, o il Principe di Bisignano?).

A seguito di quell’ingrandimento strutturale determinato dall’accoglienza all’Imperatore, tra il 1535 e il 1544 il palazzo venne trasformato in dimora a carattere residenziale-produttivo con l’aggiunta di stalle, un granaio ed un frantoio, oltre ad un grande giardino anch’esso murato. Nel 1616 il complesso unitamente al feudo di Corigliano venne acquisito dalla famiglia dei Saluzzo che ne fecero la loro residenza estiva, provvedendo altresì ad altri interventi di abbellimento e costruendo nel giardino magazzini con corpi edilizi minori per le abitazioni dei salariati, per ricoveri di animali e depositi vari.

Ulteriori interventi migliorativi tra il 1747 ed il 1749 vennero effettuati al palazzo, che venne arricchito pure di una sagrestia per la chiesetta di S. Antero, annessa alla residenza. Nel 1822 la proprietà passò ai Compagna, i quali, tra il 1829 e il 1844, ne trasformarono il frantoio in concio per la produzione di liquirizia. (5)

Oggi la struttura è diventata proprietà privata in mezzo ad agrumeti, mentre l’imponente complesso, pur ridotto ad un rudere che piange nostalgico l’antica grandezza, perpetua nel tempo, al lato della strada, il glorioso impianto a due piani con l'ingresso al piano superiore dotato di una loggia coperta, alla quale si accede tramite una scalinata in pietra e mattoni, mentre alla sua destra si evidenzia una grande cisterna a riprova dell'autosufficienza del complesso. Non meno importante e rappresentativa appare la torre-guardiola, parte integrante anch’essa del muro di cinta in appoggio al torrione di accesso alla corte principale. (6)


NOTE

(1) Cfr. M.Hyacinthe LAURENT - Andrè GUILLOU (a cura), Le “Liber Visitationis” D’Athanase Chalkeopulos (1457-1458). Contribution à l’histoire du monachisme grec en Italie meridionale, Città del Vaticano 1960, pag. 352 e parte introduttiva pag. XIII, nota 1
(2) Cfr. F. RUSSO, Regesto Vaticano per la Calabria, vol. IV (Roma 1978), n. 19173).
(3) Cfr. L. DE LUCA, Corigliano medievale, p. 17ss.
(4) Cfr. F. RUSSO, Regesto Vaticano, I, n. 5645; III, n. 17543.
(5) Cfr. G. AMATO, Crono-Istoria di Corigliano Calabro, pp. 122-124.
(6) Bibliografia utile: A. Calderazzi, R. Carafa (a cura di), La Calabria fortificata. Ricognizione e schedatura del territorio, Vibo Valentia, 1999; D. Colistra, D. Mediati (a cura di), Masserie fortificate in Calabria, Saggi modelli schede, Reggio Calabria, 2011.

Luigi Renzo
Autore: Luigi Renzo

nato a Campana, è sacerdote dal 1971. Per oltre trent'anni parroco a Rossano, ricoprendo anche gli incarichi di Vicario Generale dell’Arcivescovo, Direttore del Museo Diocesano e dell’Ufficio regionale per i Beni Culturali Ecclesiastici. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e la laurea in Pedagogia all’Università di Urbino. Ha insegnato nelle scuole statali ed è stato docente di Beni Culturali e Antropologia Culturale presso il Seminario Teologico di Cosenza. Giornalista e Socio delle Deputazione di Storia PatriaCalabria, ha al suo attivo innumerevoli pubblicazioni ottenendo diversi premi letterari anche nazionali. Nel 2007 vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, è diventato vescovo emerito nel 2021. È rientrato nella sua diocesi di origine e oggi vive a Corigliano-Rossano. All’interno della CEC è stato Vescovo delegato per le Comunicazioni Sociali e Beni Culturali nel ruolo di Segretario; membro Commissione Comunicazioni Sociale della CEI