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«La Calabria è il codice di Dio e San Lorenzo Bellizzi mette in crisi l'occidente»

12 minuti di lettura

SAN LORENZO BELLIZZI - Michelangelo Frammartino, milanese di nascita e calabrese d’origine, è il regista del film “Il Buco”, vincitore del premio della Giuria al Festival di Venezia, pellicola che racconta la prima esplorazione dell’Abisso del Bifurto, inghiottitoio che scende in verticale per 683 metri, sito nel comune di Cerchiara di Calabria, e di “Le quattro volte”, pellicola del 2010 parzialmente ambientata a Alessandria del Carretto.  

Il regista sarà ospite di un doppio evento che avrà luogo il 18 agosto, ad Alessandria del Carretto, presso la Sala Convegni del Museo Naturalistico del Lupo, e il 19 agosto, presso il campo comunale di San Lorenzo Bellizzi, borgo montano che ha a lungo accolto, supportato e ospitato la troupe durante le riprese del film che ha trionfato a Venezia.

Nel corso dell’evento saranno proiettate ad Alessandria del Carretto “Le quattro volte” e a San Lorenzo Bellizzi, “Il Buco”. Le proiezioni saranno precedute da un dialogo con il regista e con la coautrice, Giovanna Giuliani, con a tema un approfondimento sulle pellicole e sul rapporto tra il cinema e il territorio.  

Nino Larocca e Michelangelo Frammartino

Il legame stretto del geniale e innovativo regista, acclamato come uno dei nuovi maestri del cinema italiano, con il territorio del Pollino e dell’Alto Ionio, emerge forte dall’intervista esclusiva che vi proponiamo, nella quale abbiamo cercato di farci raccontare le genesi di queste due importanti opere e il rapporto che realtà come San Lorenzo Bellizzi e Alessandria del Carretto riescono a creare con cui è in grado di leggere e capire questa terra.

Come è nata l’idea del film “Il Buco”?

«L’idea è molto legata al territorio. Il mio è un lavoro che non si avvia mai dalla pagina, dalla scrittura ma sempre dal rapporto con territorio, con un luogo e con delle persone. Io conoscevo il Pollino da molti anni, da quando ho iniziato a lavorare al film “Le quattro volte”. Parliamo di circa 15 anni fa. In quell’occasione ero salito ad Alessandria del Carretto ed avevo conosciuto Nino Larocca, che allora era sindaco del paese. Ero andato lì a filmare il Rito della Pita, che costituiva un episodio del film. Fino ad allora avevo visto questo territorio solo passando per la Salerno-Reggio Calabria. Vedevo queste montagne incredibili, mi ripromettevo sempre di visitarle ma non è accaduto fino a che nel 2007 quando sono andato in quei territori per girare “Le quattro volte”.  Poi, complice l’amicizia che è iniziata con Nino, un’amicizia intensa, io sono tornato tante volte sul Pollino, ho fatto escursioni sul Sellaro e non solo, mi sono legato a questa montagna, ma non mi ero accorto che questo paesaggio di superficie così straordinario, dal punto di vista della vegetazione, della fauna, dei riti, della popolazione, della storia, nascondesse anche un paesaggio incredibile sotterraneo. Nel 2013 Nino ha iniziato a parlarmi della dimensione sotterranea, facendo breccia in me. È stato uno stupore, perché quando pensi di conoscerlo un territorio ed invece improvvisamente si spalanca una porta che ti permette di accedere ad un secondo paesaggio, altrettanto intenso quanto il primo… bhè, è una cosa sorprendente, emozionante, molto forte. La scoperta di questo secondo paesaggio mi fatto pensare che forse c’era anche lì la possibilità di lavorare».

Come è stata la permanenza in Calabria per lei e per la troupe durante le riprese?

«Intanto, io non sono nato in Calabria, ma sono figlio di calabresi. Sono nato a Milano, ma per me Caulonia, questo territorio reggino, è casa. Mi sento appartenente a questa parte di Calabria fin da bambino. Non succedeva completamente a Milano, nonostante a Milano ci sia la mia casa, mio figlio sia nato lì, i miei legami importanti siano lì. Però c’è qualcosa che mi fa sentire a casa a Caulonia. Detto ciò, anche se il Pollino e l’Alto Ionio sono diversi dalla mia Calabria Ulteriore, l’accoglienza che io ho ricevuto ad Alessandria del Carretto, quando ho girato “Le quattro volte” e a San Lorenzo Bellizzi, quando ho girato “Il Buco”, è la stessa che io trovo a Caulonia, che è casa mia. Ciò succede anche perché io ci metto un sacco a fare i film. Non mando location manager o art director per poi arrivare per le tre settimane delle riprese e via. Nei luoghi scelti ci passo degli anni, a lavorare, a cercare di capire… proprio perché io non riesco a girare là dove non ho un legame affettivo con i luoghi. Quindi, l’accoglienza è stata straordinaria perché si sono stretti rapporti di amicizia. Due giorni fa io parlavo telefonicamente con persone di San Lorenzo Bellizzi, a cui sono legato e che non vedo l’ora di rivedere, anche perché in mezzo c’è stata la pandemia. Da parte mia c’è un legame forte ed intimo, di amicizia, con tante persone di San Lorenzo. La troupe si è trovata magnificamente, tanto che per esempio i fonici si sono recati tante volte a San Lorenzo indipendentemente dal film. Si è creato un rapporto molto intenso con il luogo, che è secondo l’unico modo di tirare fuori qualcosa di buono quando si fanno questi lavori».

“Il Buco” è un film in continuità con  ”Le quatto volte”?

«Io credo ci siano tanti elementi di continuità. C’è un modo di lavorare con la materia nel “Il buco” che credo abbia attinenza con “Le quattro volte”, c’è un certo modo di posizionare l’umano nel territorio che si trova in entrambe le opere. Poi, per altri versi, credo ci siano anche delle differenze nette, ma c’è una continuità di linguaggio e una continuità estetica. “Il buco” è un film sul buio, insegue l’irraggiungibile, che poi è l’ossessione dello speleologo, che vuole incontrare lo sconosciuto, ma soprattutto l’inconoscibile. Lo sconosciuto una volta che arrivi diventa conosciuto, ma l’inconoscibile è quella grotta che si sposta sempre un po’ più in là rispetto a dove ti trovi tu. E questo film insegue la stessa cosa. Il non visibile, il non filmabile. É un po’ diverso rispetto a “Le quattro volte” per la sua struttura».

C’è un legame di carattere territoriale, dato che nell’immaginario collettivo, San Lorenzo Bellizzi e Alessandria del Carretto sono un po’ le due vette dell’Alto Ionio. Sono questo punto di vista ha mai pensato alla possibilità di chiudere una trilogia?

«Come detto è un territorio a cui sono legato, ma queste cose non si decidono. Non ho mai deciso di fare “Il Buco”, come non ho mai deciso di fare “Le quattro volte”. I progetti ti si impongono, e ad un certo punto ti persuadono, ti conquistano. A volte fai anche resistenza, magari dicendo “No, questo film è troppo pesante. Lasciamo stare”. Ma alla fine il film riesce ad avere la meglio. Perciò non escludo che ci siano altre cose, ma come detto non lo decido io».

Durante la conferenza stampa tenutosi in occasione della fine delle riprese di “Il Buco” ha dichiarato che “San Lorenzo Bellizzi mette in crisi l’occidente…”. Perché?

«È un territorio, non solo San Lorenzo ma certo anche San Lorenzo, con le sue pietre, i suoi sassi, le sue timpe che insegna molto, che a me ha insegnato molto e continua ad insegnare molto. Quando io insegnavo a Cosenza molto spesso chiedevo ai ragazzi di uscire dal teatro, dall’aula e di guardare verso il Pollino, perché il Pollino ti insegna a non metterti al centro come umano. Per i riti, per le tradizioni, per la forza drammatica che ha il paesaggio, che tu percepisci come in movimento, geologicamente incredibile. Ogni volta che lo visiti ti accorgi che qualcosa è cambiato, che c’è stata una frana, senti che si muove, senti che respira… tra l’altro delle grotte si dice che respirino. Il Pollino è un personaggio, non è solo un paesaggio. Non è uno sfondo delle tue vicende. Questo gli abitanti di San Lorenzo Bellizzi lo sanno bene. L’uomo occidentale è invece un uomo che si mette al centro di tutto e vede tutte le altre materie, e tutti gli altri regni come sfondo. Sul Pollino l’uomo sta in equilibrio con e su le cose. In questo senso San Lorenzo Bellizzi mette in crisi la gerarchia occidentale e l’idea dell’uomo occidentale».

Un’altra sua dichiarazione che mi ha colpito molto è stata “Il Buco è una storia cerchiarese, ma è un film sanlorenzano”… È una risposta ad una serie di polemiche locali che ci sono state in merito alle “origini” del film?

«Quanto ho dichiarato è assolutamente vero. Si, un po’ di polemiche ci sono state. Quando si svolsero i fatti originali narrati nel film, gli esploratori che si calarono nell’Abisso del Bifurto a San Lorenzo ci passarono giusto un pomeriggio, mentre fecero base a Cerchiara. Questo nel ’62, quando tornarono la seconda volta. Stettero in un garage o nella sede di un sindacato, non ricordo bene. E ci stettero a lungo. Non avevamo bisogno di fare campo. L’avevano fatto nel ’61 durante le ricerche. Io i protagonisti della vicenda li ho incontrati varie volte, anche recentemente, mi sono fatto raccontare i dettagli, ho letto i bollettini, ma avevo bisogno di raccontare anche i paesaggi. Per questo abbiamo cucito le varie fasi nella maniera che permetteva di utilizzare il Pollino non come sfondo ma come figura principale, attraverso l’utilizzo dei piani, facendo campo, ecc. ecc. Quindi è assolutamente vero che San Lorenzo fu sfiorato dalla vicenda degli anni ’60, che gli speleologi incontrarono e conobbero persone a Cerchiara, tra cui alcuni bambini che ancora oggi, sessantenni, ricordano la loro presenza. La storia di allora quindi passa tra Castrovillari, Cerchiara e il Bifurto, e nessuno vuole derubare Cerchiara di quella vicenda. Però è San Lorenzo Bellizzi il luogo dove è stato possibile fare il film, anche per la sua storia, per la conservazione del paese vecchio abbandonato dopo la frana, per un particolare legame che abbiamo costruito con i sanlorenzani, che è motivato da un certo di essere dei sanlorenzani, per tutto il tempo che abbiamo trascorso a e con San Lorenzo, per il fatto che noi da sempre da San Lorenzo siamo partiti per fare le esplorazioni del Bifurto… per tutti questi motivi, il film è sanlorenzano».

C’è stata inoltre anche un’immediata disponibilità da parte dell’amministrazione comunale di San Lorenzo Bellizzi e del Sindaco Antonio Cersosimo, che hanno creduto da subito nel progetto, giusto?

«Assolutamente. Ma insisto, il film è sanlorenzano per la disponibilità che abbiamo trovatoAnche il comune di Cerchiara e il sindaco di Cerchiara sono stati assolutamente disponibili, siamo in ottimi rapporti, ma non era possibile trasformare Cerchiara in un paese degli anni ’60. Abbiamo lavorato a San Lorenzo perché le condizioni scenografiche erano ideali e, devo dire, perché sono stati eccezionali. Avevamo preso in considerazione un altro comune del Pollino, che non è Cerchiara, per una certa fase ma abbiamo capito che non trovavamo un decimo della disponibilità di San Lorenzo e che quindi San Lorenzo aveva per la sua disponibilità umana indispensabile.  Però per esempio quando abbiamo girato a Cerchiara, si sono fatti tutti in quattro per ospitarci. L’Abisso del Bifurto è nel Comune di Cerchiara e ci è stato permesso di lavorare lì. Insomma, grazie a Cerchiara, ma il film è sanlorenzano».

Che rapporto si è creato con la popolazione dei luoghi in chi ha girato i suoi film?

«Si è creato un rapporto di amicizia stretta. Salvatore Restieri, consigliere comunale (e consulente per le riprese del film ndr) ad esempio lo sentivamo, dopo la fine del film, un giorno si e l’altro pure. Ma non per questione organizzative, ma perché ci mancava. Lo stesso con Salvatore Vincenzi, e con un sacco di persone…».

Anche perché alcuni abitanti di San Lorenzo e di Cerchiara hanno recitato nel film. Forse la parte più estesa l’ha avuto il dottor Leonardo Larocca che interpreta un medico nella pellicola…

«Per noi il dottor Larocca è Zio Nardo, è una persona eccezionale, di una disponibilità e di una cultura fuori livello. Quello che ha fatto per noi, anche in alcuni momenti di difficoltà, è stato fraterno e impagabile. Anche la famiglia Bruno, ci accoglie sempre come parenti. Sono infinite le persone che ci hanno aiutato. C’è una bambina che ha recitato nel film, che manda sempre dei messaggi a Giovanna (Giovanni Giuliani, co-autrice del film, ndr) chiedendole quando torna a trovarla… Sono rapporti di amicizia veri. Siamo stati a San Lorenzo per anni, non solo per le dodici settimane di girato. Il legame è forte. Io voglio che mi figlio viva San Lorenzo, passi del tempo a San Lorenzo, conosca le persone di San Lorenzo. Sono convinto che gli faccia bene. Quanto dicevo prima non sono teoria estetiche. É davvero un territorio che considera l’umano in una certa maniera».

La scelta dell’audio in presa diretta come è nata?

«È tutt’uno col girare in luoghi reali, col decidere di girare veramente nell’Abisso del Bifurto… più volte è capitato nella preparazione del film che qualcuno dicesse della possibilità di girare in studio. Non sarebbe stato né difficile, né costoso. Però c’è la ferma convinzione che i luoghi reali ti diano qualcosa di importante. In uno studio tu imponi tutto, se tu il dio che decide tutto, dall’inquadratura all’immagine. Quando giri nei luoghi reali e in un luogo incredibile come quello, nel quale non puoi decidere dove metterti perché è la grotta che decide e che ti lascia solo alcuni punti dove metterti, devi entrare in dialogo. La grotta dice il suo ed è sempre più interessante di quello che vuoi dire tu. Ciò vale anche per il suono. La presa diretta vuol dire raccogliere, mettersi in ascolto, e non costruire quello che vuoi ideare. È un cinema che entra in dialogo, che assorbe e che anche dal punto di vista autoriale, non mette l’uomo al centro ma lo mette in dialogo con l’esistente. La presa diretta è fondamentale in questo senso».

C’è stato un momento in cui le grotte vi hanno fatto paura?

«Si (ride ndr). Nella prima parte, quando nel 2016 abbiamo iniziato a frequentarle. Per parecchio tempo il dubbio era “Ma saremo in grado?”. Giovanna Giuliani, per esempio, che ha accompagnato tutta la realizzazione del film, si è dimostrata molto più coraggiosa di me, entrando da subito con disinvoltura. Io atleticamente mi sono mosso con disinvoltura, ma dentro di me la paura era grande. La prima volta che sono entrato a Serra del Gufo che è stato il primo pozzo dove sono entrato con Nino Larocca, avevo davvero una gran paura. Perso nel buio, appeso ad una corda di un centimetro che ti sembra troppo piccola, che sei convinto che si spezzi da un instante all’altro, la prima volta è stato davvero terrorizzante. E la seconda quasi lo stesso. Ci sono volute decine e decine di entrate in grotta per iniziare a dimenticarsi dell’impatto, del timore e cominciare a trovare quella lucidità senza la quale non sarebbe possibile realizzare il progetto».

In questa due giorni di proiezioni moltissimi abitanti di Alessandria del Carretto e di San Lorenzo Bellizzi vedranno per la prima volta i film girati nei loro paesi. Quale sarà secondo lei l’impatto?

«È sempre molto difficile dirlo. Il cinema che noi facciamo si pone delle questioni. Le immagini sono inevitabilmente implicate in questioni di potere. Hanno una grande capacità di seduzione, di intrattenimento e quindi sono uno strumento privilegiato del potere. Noi abbiamo deciso, sperando di essere in grado di farlo, di provare a declinare le immagini in una maniera differente del mainstream: non nella direzione dell’intrattenimento, non nella direzione del mainstream, ma realizzando immagini che chiedano al pubblico invece di collaborare, di pensare, di scegliere. Questo a volte crea un disagio. A volte ci succede di incontrare delle perplessità. Quindi è possibile che succeda. Vediamo cosa succede, sono anche io curioso, ma anche disponibile a spiegare ai nostri amici di San Lorenzo perché abbiamo lavorato in questa maniera, perché non ci sono i dialoghi, o meglio perché non si sentono, perché ci sono i campi lunghi, o quelle durate. Sarà interessante».

La Calabria ha ancora tanti luoghi da raccontare? È ancora poco sfruttata sotto il profilo cinematografico?

«Assolutamente sì. La Calabria è un luogo incredibile. Lo dico da calabrese, e non da turista che viene e fa discorso di circostanza tipo “Che bella terra che avete, siete fortunati…”. Sappiamo benissimo che è una terra difficile, difficilissima, che nei territori interni gli inverni non passano mai, sappiamo quanto è dura, ma sappiamo anche che potenza ha questo territorio. Tommaso Campanella nel ‘600 aveva il problema di opporsi ai dogmi aristotelici, quindi a quei testi che erano testi sacri, che non si potevano trasgredire o commentare. Il rischio era l’eresia. Tommaso Campanella diceva dunque che si c’erano i testi ma c’era anche il Codice di Dio, e intendeva il territorio. Il libro fatto da dio è la terra. Quindi si, i testi di Aristotele, ma anche va letto anche il testo scritto dalla mano di Dio, guardando i monti, i fiumi e tutto il resto. Quel testo, quel codice di Dio è la Calabria, perché Campanella si è formato sulle Serre, perché è nato lì, poi si è sposato a San Giorgio Morgeto, sull’Aspromonte, a 15 anni a cominciato a diventare un domenicano, a guardarsi attorno, per poi venire sul Pollino. Quindi sono queste montagne il codice di Dio. Figurati quindi se non c’è da scoprire».

Andrea Mazzotta
Autore: Andrea Mazzotta

(Cosenza, 1978) Laureato in giurisprudenza, giornalista pubblicista, appassionato di comunicazione e arte sequenziale, è stato direttore della Biblioteca delle Nuvole di Perugia, direttore editoriale delle Edizioni NPE, coordinatore editoriale per RW-LineaChiara, collaborando con diverse realtà legate al settore dell'editoria per ragazzi. Collabora con il Quotidiano del Sud, Andersen, Lo Spazio Bianco, Fumo di China. E' un fedele narratore delle Cronache della Contea, luogo geografico e concettuale nel quale potenzialmente può succedere di tutto. E non solo potenzialmente.