Scuole chiuse e genitori in crisi: non è solo burnout, è incapacità di gestire il tempo dei figli
La pedagogista Renzo: «La noia è una palestra educativa»
CORIGLIANO-ROSSANO – L’estate non dovrebbe essere l’incubo dei genitori, ma il tempo in cui i bambini imparano a misurarsi anche con giornate meno programmate, spazi vuoti, attese e noia. È proprio lì, quando non c’è un adulto che organizza ogni minuto, che un bambino può sviluppare autonomia, fantasia, problem solving e capacità di autoregolazione. Se invece la chiusura delle scuole diventa una crisi familiare permanente, il problema non è soltanto organizzativo ma è evidentemente educativo.
A dirlo è la pedagogista Teresa Pia Renzo intervenendo su uno dei problemi ricorrenti in questi giorni in molte famiglie e relativo al peso delle vacanze estive sulla salute mentale dei genitori, tra routine che saltano, attività da organizzare e lavoro che continua, ma evidenzia anche come il tempo non strutturato e la noia possano favorire nei bambini autonomia, creatività e autoregolazione.
Secondo la pedagogista, molti adulti vivono l’arrivo dell’estate come un problema perché hanno costruito per mesi una gestione dei figli fondata sulla delega continua: scuola, sport, corsi, attività, laboratori. Una programmazione costante che apparentemente rassicura, ma che spesso nasconde l’incapacità di stare davvero con i propri figli quando il tempo non è già riempito da altri.
«Il punto – sottolinea - non è lasciare i bambini senza stimoli, ma restituire valore al tempo non organizzato. Un bambino che si annoia è chiamato a cercare risorse dentro di sé: inventare un gioco, scegliere un’attività, usare fantasia, costruire una soluzione. Se ogni momento viene occupato dagli adulti, questa competenza non si sviluppa».
La professionista che da oltre vent’anni è punto di riferimento per la formazione e la crescita della prima infanzia, richiama anche ad un altro rischio sempre più diffuso: sostituire la relazione con lo schermo.
«Dare un cellulare o accendere la televisione – dice - per tenere buono un bambino significa soddisfare l’esigenza dell’adulto, non quella del minore. Il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso passivo, precoce e non mediato, che impoverisce curiosità, attenzione e capacità di gioco».
La soluzione non è necessariamente moltiplicare attività esterne, ma costruire spazi domestici accessibili e stimolanti: fogli, colori, libri, costruzioni, puzzle, giochi di memoria, materiali semplici. Strumenti che permettono al bambino di organizzare il proprio tempo, sperimentare, sbagliare e riprovare senza dipendere sempre dalla regia adulta.
«Avere un figlio – conclude Teresa Pia Renzo – significa accettare una responsabilità educativa, non solo organizzativa. Le attività estive possono essere utili, ma non possono sostituire il ruolo genitoriale. Anche pochi minuti di gioco condiviso, ascolto o presenza autentica valgono più di giornate riempite per paura della noia».