Minori aggressivi a scuola, Renzo: «No alla linea del solo recupero»
La pedagogista: «Dopo una certa soglia servono responsabilità, deterrenza e le famiglie devono essere chiamate in causa»
CORIGLIANO-ROSSANO – Non sempre il punto è scegliere tra permissivismo e repressione. A volte è necessario riconoscere che, quando l’aggressività minorile entra stabilmente nella scuola, diventa modello imitabile, contenuto da rilanciare sui social, linguaggio di affermazione e simbolo di forza davanti al gruppo. E la sola rieducazione rischia di arrivare troppo tardi. Per questo una questione così grande e pericolosa non può essere liquidata solo con nuovi protocolli di ascolto. Prima va ripristinato il principio elementare che ogni azione produce conseguenze. E sono convinta che bisogna fare in modo di costringere i ragazzi, soprattutto quelli più esuberanti, di non arrivare a compiere gesti estremi e, spesso, imitabili.
È questa la posizione della pedagogista Teresa Pia Renzo assunta dalla pedagogista intervenendo nel dibattito sui minori aggressivi a scuola e alla proposta del Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani di introdurre, nelle istituzioni scolastiche secondarie, un protocollo nazionale di giustizia educativa riparativa. Una prospettiva che punta su responsabilità, mediazione e ricomposizione del danno, ma che secondo Renzo non affronta fino in fondo il punto più urgente.
«Non sono d’accordo – afferma – con l’idea che la rieducazione possa essere sempre la risposta. La rieducazione ha senso se interviene presto, quando il bambino è ancora dentro una fase realmente modificabile del suo sviluppo. Fino ai dieci anni si può lavorare in modo più efficace. Dopo, soprattutto oltre i dodici anni, recuperare comportamenti aggressivi già consolidati diventa molto più difficile. E questo perché il problema è che molti comportamenti non restano confinati all’episodio, ma diventano pubblici, visibili, condivisi e talvolta imitati».
Continuare a puntare esclusivamente su ascolto, mediazione e percorsi riparativi rischia di non produrre alcun effetto se manca una cornice di responsabilità chiara. «Il minore – aggiunge la professionista da oltre vent’anni consulente di riferimento per la crescita della prima infanzia - deve sapere che esiste un limite. Se quel limite viene superato, ci devono essere conseguenze reali. Non parlo di repressione cieca, ma di deterrenza educativa. Se un ragazzo sa che può rispondere delle proprie azioni, oppure che anche la famiglia può essere chiamata a rispondere, sarà portato a fermarsi prima».
Servirebbe richiamare i modelli europei nei quali la soglia della responsabilità penale minorile è più bassa rispetto a quella italiana.
«Non si tratta di criminalizzare i ragazzi – precisa – ma di far comprendere che un gesto violento non è un gioco, non è una bravata, non è un contenuto da far circolare. Se a dodici o tredici anni si è in grado di compiere un’azione aggressiva consapevole, bisogna anche essere messi nelle condizioni di capire che quella scelta ha un peso».
Il secondo asse, per la pedagogista, riguarda la responsabilità genitoriale. «Non possiamo continuare a parlare – sottolinea – soltanto di scuola. Se un minore aggredisce, minaccia, umilia o danneggia, la famiglia deve essere parte della risposta. Non può esserci un sistema nel quale tutti chiedono alla scuola di educare, contenere, mediare e riparare, mentre i genitori restano sullo sfondo. – Da qui la proposta: si introduca la responsabilità economica delle famiglie che può diventare un ottimo deterrente, come accade in altri ambiti della vita civile».
C’è poi un elemento nuovo che non può essere ignorato: la tecnologia. «Social, algoritmi e intelligenza artificiale – precisa - stanno cambiando il modo in cui i ragazzi assorbono modelli, costruiscono identità e cercano conferme. Oggi l’aggressività non resta più nel cortile della scuola – osserva –. Viene filmata, rilanciata, commentata, trasformata in linguaggio. E l’intelligenza artificiale, se non mediata dagli adulti – conclude Teresa Pia Renzo - può diventare un amplificatore ulteriore di fragilità, imitazione e disorientamento».