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La storia sotto 3 metri di fango, l’acqua era inevitabile davvero?

3 minuti di lettura

CASSANO ALLO JONIO – «Con le pompe di sollevamento in avaria, l’inondazione dei canali drenanti è stata inevitabile. E sarebbe stata inevitabile anche con manutenzione ordinaria o straordinaria». Sono queste le parole del direttore dei Parchi Archeologici di Sibari e Crotone, Filippo Demma, durante una diretta social, davanti alla zona di Casa Bianca completamente sommersa, chiude la cronaca dell’emergenza ma ne apre un’altra: quella della prevenzione.

Perché se è vero che l’acqua è arrivata dal sistema attuale, la domanda diventa inevitabile: sarebbe successo lo stesso nello scenario progettato dal Masterplan Sybaris?

Il parco che vive dentro l’acqua

L’acqua del Crati è tornata dove è sempre stata: nella sua pianura. Le esondazioni degli ultimi giorni hanno allagato campagne, invaso abitazioni e riacceso la paura nella fascia tra Thurio, Ministalla, Lattughelle e Laghi di Sibari. Ma soprattutto hanno riaperto una questione mai davvero chiusa: la sicurezza del Parco archeologico di Sibari, uno dei siti più delicati del Mediterraneo, che sorge letteralmente dentro una falda acquifera spessa decine di metri alimentata dal Pollino e dalla Sila.

Ma in quell’angolo della Piana che parla di storia, miti e leggende, il pericolo non arriva soltanto dal fiume. Arriva dal sottosuolo. Sotto gli scavi della colonia romana di Copia scorre una falda che naturalmente sommergerebbe tutto con circa due metri e mezzo d’acqua. Da decenni, infatti, il parco resta asciutto solo grazie a un sistema di pompe attive 24 ore su 24 che, paradossalmente, attirano altra acqua aggravando la subsidenza. Insomma, un equilibrio artificiale: se si spengono, l’acqua torna.

E così è stato due notti fa, quando le pompe di Casa Bianca sono andate in avaria portando nell’area archeologica a valle della Statale 106 (quella non aperta ai visitatori) quasi tre metri d’acqua in poche ore. Un lago.

Per questo nel 2022 fu presentato come epocale il progetto di bonifica idraulica dell’area archeologica di Parco del Cavallo.

Era il 18 giugno 2022 quando nel Museo della Sibaritide venne illustrato un masterplan ambizioso: non più drenare continuamente l’acqua ma deviarla. Il piano prevedeva prima canali drenanti attorno al parco per intercettare la falda e convogliarla verso lo Stombi e il mare; poi una barriera impermeabile fino allo strato di argilla profondo circa venti metri per isolare definitivamente l’area archeologica. L’obiettivo dichiarato era radicale: mettere in sicurezza permanente il sito e, un giorno, poter riportare alla luce anche le città greche di Sybaris e Thurii oggi sepolte sotto Copia.

Ma il progetto non riguardava solo l’archeologia. Secondo le linee guida, i canali drenanti avrebbero funzionato anche come vasche di laminazione delle piene e il terreno scavato sarebbe stato utilizzato per realizzare dighe in terra contro le esondazioni del Crati, mentre l’acqua raccolta sarebbe stata convogliata alla vasca di Lattughelle e riutilizzata per l’irrigazione agricola. In altre parole, non un semplice intervento sul parco ma un sistema di difesa idraulica territoriale.

All’epoca si parlò di lavori imminenti. Ma la storia degli atti racconta tempi diversi.

Il progetto reale e il suo ridimensionamento

La progettazione esecutiva verrà affidata soltanto l’11 maggio 2023 mentre il progetto definitivo arriva a dicembre dello stesso anno.

Per capire a che punto sia davvero l’intervento abbiamo sentito l’ingegnere e docente Unical Paolo Veltri, progettista incaricato della progettazione esecutiva. La risposta chiarisce tutto. Il progetto (che prevedeva due fasi, una più superficiale con la realizzazione di trincee attorno all’area archeologica e l’altra più fonda che aveva l’ambizione di deviare i corsi d’acqua sotterranei, ndr) non è stato abbandonato. «È stato – dice – solo ridimensionato».

«Il finanziamento disponibile, infatti, sarebbe risultato molto inferiore rispetto a quello previsto inizialmente e ha imposto che si andasse avanti solo con la realizzazione di uno stralcio»; sostanzialmente solo la trincea drenante attorno al parco. Quindi non la deviazione naturale della falda e non la sigillatura impermeabile del sottosuolo.

Veltri, insomma, conferma che il progetto è approvato e si attende la gara d’appalto, ma l’opera finale non sarà quella annunciata nel 2022: solo il drenaggio perimetrale, definito comunque «un grande passo rispetto al nulla».

Cosa avrebbe fatto davvero il masterplan

Qui si colloca la domanda aperta dagli allagamenti di Casa Bianca. Il sistema originario prevedeva una rete di canali più profonda e continua, collegata a vasche di accumulo e accompagnata da argini in terra capaci di contenere le piene. Non solo gestione della falda ma riduzione del rischio di esondazione, perché i canali drenanti avrebbero funzionato anche come bacini di espansione temporanei.

Lo scenario attuale, invece, resta quello emergenziale: pompe di sollevamento, manutenzione dei fossi e interventi straordinari durante le piene. Quando uno di questi elementi salta, l’acqua entra. E la differenza non è solo tecnica ma idrogeologica. Il piano originario, infatti, mirava a modificare l’equilibrio idraulico della Sibaritide; lo stesso progetto oggi in attuazione migliorerà la gestione dell’acqua ma non arriverà ancora alla deviazione della falda acquifera prevista con i diaframmi impermeabili. Non una soluzione definitiva, dunque, ma una protezione migliorata anche rispetto alle frequenti esondazioni del Crati (qualora venisse realizzata!). Mentre Casa Bianca torna ad allagarsi e il Crati (insieme al Coscile) supera le golene, resta la questione di fondo: l’acqua può essere solo gestita oppure può essere governata? La risposta, forse, era proprio nel progetto nato per salvare il parco e finito per raccontare la fragilità di un’intera pianura. 

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.