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Settantotto giorni di attesa per un apparecchio prescritto: anziano di Longobucco muore agognando il diritto alla Salute

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CORIGLIANO-ROSSANO - C’è una linea sottile ma durissima che parte da una classe di liceo di Milano e arriva diritto nel cuore della Sibaritide dove si continua a vivere di stenti e marginalità, di problemi e diritti soppressi. È la linea del diritto alla salute quando smette di essere garantito e diventa attesa, solitudine, silenzio istituzionale. È una storia che va dritta al cuore, contenuta nelle righe di una lettera arrivata in redazione e che porta la firma di Giuliana Pedaci. Lei, docente, originaria di Longobucco e che da tempo vive nella capitale meneghina, racconta una storia che chiede non venga archiviata come caso privato, perché riguarda direttamente la sanità del nostro territorio e le comunità delle aree interne.

Il protagonista è suo padre, 88 anni, nato e vissuto a Longobucco, definito dalla figlia con parole che diventano accusa civile: un semplice cittadino italiano”. Un uomo che ha lavorato, pagato le tasse, rispettato le regole e che, negli ultimi mesi di vita, si è affidato allo Stato. Uno Stato che, però, non ha risposto.

E qui la storia. Il 22 settembre 2025 l’anziano viene dimesso dall’ospedale di Rossano dopo due interventi chirurgici. Le indicazioni cliniche sono precise e non lasciano spazio a interpretazioni: «La ferita chirurgica, anche con l’applicazione dell’apparecchio VAC-Therapy, sarà continuata a domicilio del paziente con il supporto del personale ADI». La richiesta per l’assistenza domiciliare integrata e per l’apparecchio viene inoltrata via mail all’Azienda sanitaria, come previsto dalle procedure. Da quel momento inizia l’attesa e il calvario.

I giorni passano senza che la VAC-Therapy venga consegnata. Un’attesa che pesa ancora di più in territori come quelli jonici e silani, dove la sanità territoriale non è un supporto accessorio, ma l’unica risposta possibile per anziani e fragili. Il 18 novembre, davanti al peggioramento delle condizioni cliniche, l’infermiere dell’ADI e il medico di base scrivono nuovamente all’ospedale spoke di Corigliano-Rossano: «Necessità urgente di procedere all’inserimento di un PICC al fine di garantire l’avvio immediato della nutrizione parenterale. Il paziente si trova in condizioni critiche». Anche questa mail resta senza risposta.

I numeri, nella lettera, diventano materia di accusa. Settantotto giorni di attesa per un apparecchio prescritto. Venti giorni senza risposta a una mail di urgenza. Una pensione di circa 700 euro, una contribuzione annua allo Stato che la figlia stima tra 1.200 e 1.800 euro, tra tasse dirette e indirette. «Il semplice cittadino italiano che ha rispettato l’articolo 53 della Costituzione non è stato tutelato dall’articolo 32», scrive la docente. «Non ha avuto neanche il minimo rispetto di ricevere una semplice risposta».

L’8 dicembre 2025 quell’uomo muore. Muore aspettando. Aspettando un apparecchio, una decisione, una presa in carico. Muore mentre la figlia è costretta a rientrare in Calabria affrontando anche il peso di collegamenti ferroviari lunghi e costosi, altro simbolo di un’Italia dove i diritti non viaggiano tutti alla stessa velocità.

Tornata a scuola, la docente sceglie di non fingere nulla davanti ai suoi studenti. Trasforma il lutto in una lezione di cittadinanza, usando il linguaggio che le è proprio. «Non sono riuscita a risolvere questo problema di realtà», scrive. «Non ho trovato un modello matematico che giustificasse la mancata consegna di un apparecchio e il silenzio davanti a una richiesta di aiuto». E poi affida ai giovani una domanda che oggi riguarda anche Corigliano-Rossano e Longobucco: «Una risposta deve essere data».

Questa non è solo una storia familiare. È una storia territoriale. È la fotografia di cosa accade quando la sanità pubblica, soprattutto nelle aree interne e periferiche, smette di rispondere. Quando le procedure diventano muri e il diritto alla salute si dissolve nell’attesa. In quel silenzio non è morto solo un uomo. È stato messo in discussione il patto fondamentale tra lo Stato e i suoi cittadini. Anche – e soprattutto – quando sono “semplici” e non hanno santi in paradiso

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.