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I figli ricordano Edi Malaj morto sul lavoro: «Scusali se parlano di te come un numero»

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CASTROVILLARI – Pochi mesi fa, il 17 febbraio, moriva sul posto di lavoro, schiacciato da una grossa lastra di cemento, l’operaio Edison Malaj. La triste morte avvenne durante il caricamento di alcuni materiali su un automezzo, per conto di una ditta che eseguiva le lavorazioni nel piazzale dell’ex cantina sociale di Frascineto (qui la notizia).

In questi giorni, una manifestazione in ricordo di Edison, ha riacceso i riflettori sulle morti bianche e sulla mancanza di sicurezza sul posto di lavoro. I figli e la moglie hanno così ricordato le sue giornate divise tra lavoro e famiglia: «Era un papà, un marito, un grande lavoratore. Si svegliava alle 5 tutte le mattine e tornava a casa alle 17-17.30. Per la pausa pranzo, quando riusciva a farla, portava con sé dei panini. Edi accompagnava Gabriele a tutti gli allenamenti di basket la sera. A volte si fermava lì e lo guardava, altre volte tornava a casa e si addormentava sul divano e quando Gabri finiva lo andava a prendere. Edi era una persona molto pacata, riservata, disponibile e buona. Edi era una persona umile, non ha mai avuto grosse pretese, non ha avuto una vita fatta di ricchezze materiali. Edi era una di quelle persone su cui sapevi di poter contare, lo chiamavi e lui era lì ad ascoltarti».

Ma Edi era soddisfatto perché «era riuscito a garantire un futuro dignitoso alla sua famiglia».  A preoccuparlo era solo la fatica del lavoro: «Edi era tanto stanco, quel lavoro stava diventando pesante. Portava sempre con sé un cappellino d’estate e un cappello di lana d’inverno, uno zainetto blu con dentro una matita rossa, un metro, il pranzo e le chiavi di casa. Era tanto stanco a dir la verità, lo leggevi dal suo volto, dai suoi occhi. Ma Edi – in fondo - era felice. Era felice perché era riuscito a costruire, era riuscito a dare amore».

E nel ricordo commosso dei figli, una denuncia al sistema: «Ti rivediamo negli occhi delle persone che ti vogliono bene. Papà, scusaci se questo sistema malato non è stato in grado di proteggerti. Scusali se la dignità di chi non c’è più viene sepolta da quella di chi continua a rimanere in vita. Scusali se parlano di te come un numero».

Rita Rizzuti
Autore: Rita Rizzuti

Nata nel 1994, laureata in Scienze Filosofiche, ho studiato Editoria e Marketing Digitale. Amo leggere e tutto ciò che riguarda la parola e il linguaggio. Le profonde questioni umane mi affascinano e mi tormentano. Difendo sempre le mie idee.