Occhi lucidi e labbra secche, la battaglia di Carlo Plastina per la verità sulla morte di suo figlio Eugenio
Stamani davanti all'ospedale "Giannettasio" di Corigliano-Rossano il sit-in di protesta promosso da La Base Cosenza per chiedere «Verità e Giustizia» per tutti i morti di malasanità nelle corsie d'ospedale

CORIGLIANO-ROSSANO - «Basta morti di Malasanità. Verità e Giustizia» Con questo slogano silenzioso e carico di lacrime, stamani, gli attivisti de La Base Cosenza insieme i familiari di Eugenio Bisogni Plastina, il ragazzo 29enne morto nei giorni scorsi scorsi mentre era in attesa di un'ambulanza, si sono ritrovati davanti all'ospedale "Giannettasio" di Corigliano-Rossano per manifestare rabbia e dolore. «Non si può morire così, giovanissimi, per un ascesso dentale». È quello che va ripetendo, ormai da giorni, per le strade e per le vie della sua città, il papà di Eugenio, Carlo Plastina.
Non c'è rassegnazione tra quanti manifestavano stamattina; i genitori, la moglie, gli amici e i semplici conoscenti di quel ragazzone tutto cuore che in una sera di marzo ha visto spezzatasi la sua vita per quella che, senza troppi rimorsi e giri di parole, per loro è «malasanità». Non c'è rassegnazione ma solo tanto dolore che con il passare dei giorni dalla scomparsa di Eugenio sta diventando rabbia. Rabbia non solo per la storia personale di quel giovane ma di tutte le altre persone e le famiglie che si trovano ad affrontare momenti così drammatici, imputabili ad errori sanitari.
«Chi mi darà mio figlio» ripete Carlo Plastina. «Non c'è nulla che possa colmare l'affetto, la complicità che si instaurano tra un padre ed il suo ragazzo. Eugenio - aggiunge - era parte della mia vita, era la persona più solare e generosa del mondo, viveva del suo lavoro e di musica. Oggi non c'è più perché Eugenio è morto a causa di un ascesso». «Com'è possibile?» continua a chiedersi quel povero papà con lo sguardo perso nel vuoto e gli occhi secchi, la bocca arida perché le lacrime sono finite e anche le parole non servono più a nulla.
Sommessamente, gli chiediamo se servano a qualcosa i cori di solidarietà e gli attestati di vicinanza di questi giorni. La sua risposta è scontata quanto perentoria, in un viso che dal commosso diventa tenebroso: «Non servono a nulla, perché la realtà, poi, è carica di solitudine».
Un beffardo destino, quello di Eugenio, che proprio da poco insieme alla compagna aveva intrapreso un'avventura emozionante, quella di andare a scovare in giro per la Calabria i giovani talenti musicali attraverso un format in cui aveva investito tempo, passione e risorse. Non solo, «proprio domani - raccontano i suoi amici, stretti attorno ad uno striscione giallo che grida giustizia - uscirà il primo singolo inedito musicale di Eugenio». Che beffardo destino!
Tutto questo mentre la giustizia fa il suo corso. Sul registro degli indagati per la morte di Eugenio, al momento, risultano 5 persone, tutte figure mediche e personale sanitario che in un modo o nell'altro hanno incrociato il destino di Eugenio nelle sue ultime ore di vita. Ci sono tantissimi aspetti ancora da chiarire, soprattutto sull'entità e la tempestività dei soccorsi, sul motivo reale della morte e su quanto si poteva fare e non sarebbe stato fatto.
La speranza è che sulla storia di Eugenio e di tanti altri giovani (e meno giovani) morti nelle corsie dei nostri ospedali si faccia chiarezza, si apra un'indagine profonda, concreta, reale, che vada alla fonte e all'origine di tutto. Perché una giustizia sommaria non avrebbe alcun senso, non avrebbe alcun significato. Serve verità, occorre chiarezza, urgono chiarimenti e soluzioni. Perché negli ospedali calabresi, al netto di tutto, si continua a morire improvvisamente e senza un perché anche a 29 anni.