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Corigliano-Rossano: se anche i fusionisti cadono nel fallo del campanile… la demolizione è servita

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CORIGLIANO-ROSSANO – Ce lo sentiamo dire da sempre, almeno da quando questo progetto è venuto alla luce: la fusione di Corigliano-Rossano è un processo delicatissimo che si costruisce con il tempo. Anche sugli errori ma sempre cercando di ragionare in addizione.

Probabilmente saremo impopolari, anche perché in questo momento la regola del populismo nostrano vira lì dove spirano i venti della secessione che in alcune aree della grande città è forte, perché questa volta nel Vaso di Pandora sembrano essere rimasti intrappolati tutti coloro che per la fusione si sono battuti e l’hanno ottenuta.

C’è chi - la maggior parte - si è ritirato sull’Aventino in attesa di essere “convocato” (da chi poi non si è capito?!). Altri, invece, che si sono trovati fuori da quel vaso (per volontà o per caso) sembrano ormai essere sempre più attratti, forse anche inconsapevolmente, dalle sirene di chi vuole ritornare allo status quo ante di due città divise ed inevitabilmente destinate ad un tristissimo destino: quello dell’implosione politica e allo sfacelo totale dei servizi.

Ci auguriamo che questo non accadi mai. Per il bene di tutti, soprattutto delle nuove generazione. Perché chi oggi sventola le bandiere dei campanili è chi, nel bene o nel male, ha già fatto il suo corso in questa grande realtà urbana.

Ma ritorniamo all’oggi e a chi, da fautore della fusione, commette il peccato non proprio veniale - seppur, si spera, involontario (anche se sarebbe peggio!) – di ritornare ad una terminologia primitiva, dividente, tra l’area ex rossanese e, quindi, quella ex coriglianese. Il riferimento è all’ultima nota del capogruppo di minoranza, Gino Promenzio. Non entriamo nel merito del suo “mestiere” di oppositore alla gestione Stasi.

Quel termine “ex rossanese” (e quindi di riflesso anche “ex coriglianese”) in senso denigratorio, riferito nel caso di Promenzio ad alcuni “compagni” del primo cittadino che l’avrebbero portato a passeggio sulle questioni sanitarie, ritorna spesso nel gergo di chi si è battuto con merito e sacrificio per la fusione. Perché? Non sarebbe più semplice fare nomi e cognomi direttamente attribuendo loro la carta d’identità di coriglianorossanesità (più brutto a scriverlo che a dirlo)?

Perché prestare il fianco a chi osteggia questo progetto? Perché dare adito a dividere il volgo tra buoni e cattivi, tra ausonici e bizantini? “Ma sono solo parole” si direbbe. Ma in politica le parole pesano come macigni. E se questi macigni cadono su una lastra di cristallo l’effetto distruttivo è devastante… e tutti ne sono responsabili. Anche chi quel cristallo, con tantissime difficoltà, lo ha costruito.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.