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Se hai un figlio imbranato, se il dottore è sanguigno…

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Il gentiluomo è Philip Dormer Stanhope, IV conte di Chesterfield. Visse tra il 1694 e il 1773. Whig convinto, si destreggiò con dignitosa abilità nello scontro che oppose l’erede al trono al regal genitore Giorgio I. Fu ambasciatore all’Aia e a Vienna, distinguendosi per tatto, lucidità, buon senso. Il Trattato di Vienna del 1731, che avvicinò Gran Bretagna ed Impero, fu essenzialmente opera sua, così come fu per suo impulso che Londra adottò il calendario gregoriano. Fu uomo di vasto e meditato sapere. Distaccato, cortese, privo d’affettazione, la sua fine oratoria, poco apprezzata alla Camera dei Commons, poté molto in quella dei Lords. Saggio e pacificante lord lieutenant d’Irlanda (Gennaio 1745 – Aprile 1746), la sordità lo afflisse negli anni della vecchiaia.

         Delle virtù del conte, sordità compresa, nessuno più saprebbe nulla se Samuel Johnson, non ancora dottore (avrà due lauree honoris causa in seguito), non avesse avuto l’idea di ingaggiarlo in un piano grandioso e se un’amante non lo avesse reso padre.

         Progettato che ebbe il monumentale Dictionary of the English Language, Johnson, a caccia di sottoscrittori, ne inviò il Plan a Chesterfield, che contribuì con una somma di denaro, e tacque per ben sette anni. Pur ammirandone l’ingegno, Chesterfield reputava Johnson “un onesto ottentotto”, per via dei modi stravaganti e scomposti che esibiva; Johnson, per contro, chiamava Chesterfield “un arguto tra i Lords”. Quando il Dictionary prese a uscire, il conte pubblicò in merito due recensioni molto lusinghiere, e Johnson s’incupì: aveva confidato in un autentico atto di mecenatismo, e non aveva ottenuto che una somma modesta e un tardivo sterile  imbarazzante aiuto. Lo scrisse a Chesterfield, che non se n’ebbe a male: mostrava quella lettera agli amici, ne lodava la prosa, ma non intese mai che le risentite parole di Johnson rivendicavano vibranti l’autonomia del letterato e il doloroso orgoglio di chi compie un lavoro nel vuoto d’un aiuto solamente promesso.

         Chesterfield ebbe a un di presso a scrivere che la ragione è la nostra noiosa consorte, laddove i pregiudizi sono le nostre voluttuose amanti. Dalla moglie non ebbe figlioli. Ne ebbe uno da un’amante: Philip anch’egli, Philip iunior nel prosieguo di questo articoletto (ho scritto iunior e nessuno lo alteri!). Nacque nel 1732, Philip iunior, per premorire al genitore nel 1768. Era un ragazzo goffo, privo d’arte mondana. Istillargliela, fu lo scopo precipuo delle lettere che il padre gli scrisse per tre decenni. Quando Philip morì, il conte scoprì con raccapriccio che si era segretamente unito in matrimonio a una plebea, e ne erano nati due figli. Li soccorse con lasciti in denaro. Nulla diede alla nuora che, povera, intuito il valore delle lettere, le vendette a un editore. Ecco perché possiamo leggerle. Due i piani sui quali si snodano: quello del “sia detto tra noi” e quello del “sia detto per tutti”. Cura soverchia nel vestire è fatuità (“detto tra noi”), vestire sciatto è idiozia rovinosa  (“detto per tutti”). Non essendo le donne altro che bimbi cresciuti, erroneo è parlar loro in serietà e ascoltarne i consigli (“per noi”), ma errore assai più grave è non offrire un disinvolto simulacro d’attenzione alle ciarle che snocciolano (“per tutti”). Balordi sono i pregiudizi, e balordissimo quello secondo cui per volontà divina ogni soldato inglese è destinato a uccidere tre soldati francesi; pure, grazie ad esso è accaduto sovente che più di un soldato inglese riuscisse a fare fuori almeno due francesi. Virtù è essere saggi più del prossimo, imperdonata colpa il farglielo notare. A questo mondo nulla può godere della luce che merita senza operato delle Grazie. Senza le Grazie, le Muse stesse sarebbero inette a ispirare i propri prescelti. Suaviter in modo, fortiter in re (“Soavemente nel modo ma con forza nell’atto”) è l’emblema e la sintesi di tutto il piano pedagogico. Occorre essere davvero ciò che si è: letterati se amiamo le Lettere, guerrieri se amiamo le armi. Mai vantare virtù che non si hanno, mai ostentare quelle che possediamo. Soltanto un elastico e pienamente consapevole equilibrio tra ciò che si è e ciò che si rappresenta permette di muoversi indenni nell’intricata selva delle vanità e delle consuetudini. Il ragazzo è avvertito: godrà l’approvazione di suo padre solo se avrà imparato a vivere nel mondo. Il conte ha cento informatori. Scruta non visto il figlio. Lo avverte anche di ciò. Un’ansia fredda, una passione lontana, una chiara crudele elegantissima saggezza materiano ogni lettera. Il figlio dovrà essere come il suo rango e il mondo esigono che sia, come suo padre vuole, come suo padre è. Bimbo, ragazzo, uomo, le petit Stanhope (così era chiamato a Parigi) sarà, giusta chi lo conobbe e riferiva al padre, sensibile, timido, erudito, inetto. Fu forse soltanto sé stesso, a croce e gloria dell’identità.

         L’insieme delle lettere avrà luce di stampa un anno dopo la morte del conte. Johnson le lesse, e sentenziò che predicano la morale d’una prostituta e i modi d’un maestro di ballo. Ricordiamo che furono scritte per insegnar le Grazie a un ragazzo che ne era sprovvisto. Il conte non è un cinico: dissimulare è necessario, è ripararsi da ogni insidia, è dotarsi di scudo; simulare è arma bassa criminale spregevole viziosa. Dispensatrici di voluttà cui rinunciare è inumana stoltezza, le donne, a corte e negli ambienti eletti, detengono le chiavi per dischiudere porte che Philip, futuro diplomatico, non si potrà permettere di trovare sbarrate; soprattutto, bon ton e bienséance si apprendono, nella Parigi in cui il ragazzo soggiorna, frequentando i salotti delle gentildonne. È felice che al figlio le virtù morali non facciano difetto, però torna a ripetergli quanto sia necessario che il mondo si accorga di esse. Ho sempre creduto che nella briga del Dictionary Johnson, oltre a un sostegno finanziario più corposo, avesse cercato una presenza, una prossimità – da un uomo tutto algori, tutto distanze inattingibili. Chesterfield aiutò (sia pur se poco) Johnson senza immergerlo mai nel grato vapore del soccorso, del cenno d’intesa, dell’alleanza certa e sorridente: da qui la pena di quest’ultimo. Sam Johnson era un forzuto omaccione butterato dalla scrofola; aveva un cuore tutto palpiti, tutto dolore e amore; povero, aiutava i più poveri; tormentato dai tic (pativa di quella che un giorno sarà detta sindrome di Gilles de La Tourette), aveva voce bronzea, e modi spicci; amava l’atto letterario d’un amore sapiente e totale: ne fu tiranneggiato, tiranno egli stesso a sua volta, sia pur se buono e generoso, del mondo letterario londinese. Pativa di malinconie. Intensa la paura della morte. Non fu mai un ribelle: tory, e leale con la Casa regnante di Hannover, mai fece mistero della sua antica devozione per la spodestata Casa Stuart. Se non era ribelle, era libero. Soprattutto, era anima cristiana. Temeva Dio, temeva l’Inferno. Tra il Cristo e il mondo, un baratro; un baratro tra Johnson e Chesterfield. Mondanissima, infine, ogni mediazione – e l’articolo odierno è finito.

Ettore Marino
Autore: Ettore Marino

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua "Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri"; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni "ilfilorosso", una sua raccolta di liriche intitolata "Patibolo"; che nell’Aprile del 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, "Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi"; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con L’Eco dello Jonio; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.