Arco Jonico, Mazza: «Basta inseguire il Tirreno, la vera forza è nell’identità dello Jonio»
L’analisi del giornalista e studioso del territorio: «Il problema non è la geografia ma l’assenza di una strategia condivisa»
CORIGLIANO-ROSSANO– Lo Jonio non deve inseguire il Tirreno. Deve imparare a valorizzare se stesso. È questa la riflessione che emerge dall’analisi di Mazza, che punta il dito contro quella che definisce una delle principali debolezze della costa jonica: la tendenza a confrontarsi continuamente con modelli turistici diversi e spesso incompatibili con la propria natura geografica e territoriale.
Secondo Mazza, da anni il dibattito sul turismo nell’Arco Jonico è caratterizzato da paragoni con località tirreniche come Tropea, Scilla e Diamante, realtà che hanno costruito la loro attrattività su caratteristiche paesaggistiche completamente differenti. Se il Tirreno può contare sulla spettacolarità delle falesie, dei borghi affacciati sul mare e sulla verticalità del paesaggio, lo Jonio si presenta come una lunga riviera pianeggiante, dove il mare non si domina dall’alto ma si raggiunge attraversando ampi spazi costieri.
Una differenza che, secondo l’autore, non rappresenta un limite, bensì una caratteristica identitaria da trasformare in opportunità.
L’analisi si sofferma anche sul modello turistico sviluppatosi negli ultimi decenni. Pur disponendo di una delle più elevate capacità ricettive del Mezzogiorno, l’Arco Jonico non è riuscito a trasformare questa disponibilità in un sistema economico diffuso e duraturo.
Alla base del problema vi sarebbe la presenza di grandi villaggi turistici che concentrano al proprio interno servizi e consumi, generando un impatto limitato sul tessuto economico circostante. A questo si aggiunge una pianificazione urbanistica che, in molti casi, ha privilegiato la crescita delle seconde case rispetto alla costruzione di una vera rete di servizi turistici integrati, contribuendo a creare vaste aree residenziali stagionali con scarso indotto economico.
Per Mazza, una costa pianeggiante non può competere sul terreno della spettacolarità paesaggistica, ma può creare nuove forme di attrazione. In questo senso viene indicata come esempio l’esperienza dei Laghi di Sibari, considerata una dimostrazione concreta di come una particolare conformazione territoriale possa essere trasformata in un’infrastruttura turistica capace di generare economia, nautica da diporto e permanenza sul territorio.
L’obiettivo, sostiene, dovrebbe essere quello di creare altri poli attrattivi capaci di valorizzare le peculiarità dello Jonio, compensando con progettualità e innovazione ciò che il territorio non offre naturalmente.
Un altro passaggio centrale riguarda l’utilizzo di marchi e slogan promozionali. Mazza contesta l’uso indiscriminato del brand “Magna Graecia” come strumento di marketing territoriale, ritenendo che esso venga spesso impiegato per accomunare realtà profondamente diverse sotto un’unica etichetta.
Pur riconoscendo il valore storico e culturale del patrimonio archeologico e monumentale della costa jonica, l’autore sottolinea come cultura e turismo balneare rappresentino segmenti differenti dell’offerta e richiedano strategie specifiche. Confondere questi livelli, sostiene, rischia di generare destinazioni artificiali, costruite più per esigenze promozionali che per rispondere a una reale domanda turistica.
La proposta conclusiva è quella di superare la frammentazione amministrativa attraverso una visione d’insieme. Mazza suggerisce la realizzazione di un masterplan unitario per l’intero Arco Jonico, individuando aree strategiche nelle quali concentrare investimenti e infrastrutture capaci di generare sviluppo e attrattività.
Secondo questa impostazione, servirebbe una cabina di regia intercomunale in grado di coordinare le politiche di sviluppo turistico, evitando la dispersione delle risorse in interventi isolati e scollegati tra loro.
«Lo Jonio non sarà mai il Tirreno – conclude Mazza – e questa non è una condanna, ma la sua più grande opportunità. I territori non falliscono quando sono diversi; falliscono quando si vergognano della propria diversità e passano il tempo a inseguire quella degli altri».