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Una Cresima a Rossano tra fede, famiglia e tradizione: il giorno speciale di Marco

4 minuti di lettura

Il giorno della Cresima, Marco si svegliò prima ancora che suonasse la sveglia. Restò immobile per qualche secondo nel letto, con gli occhi aperti nel silenzio della stanza, mentre cercava di capire perché il cuore gli battesse così forte. Poi lo ricordò. E tutto gli sembrò improvvisamente più vicino.

Dalla finestra socchiusa entrava la luce chiara del mattino, quella luce di giugno che a Rossano si posa lenta sui tetti rossi e scivola lungo le colline. Nel cortile si sentivano già rumori sommessi: passi, stoviglie spostate, voci basse che cercavano di non disturbare quel fragile equilibrio del primo mattino.

La casa, in realtà, era sveglia da ore. Nei giorni precedenti, l’abitazione della famiglia di Marco si era trasformata in un piccolo cantiere affettivo, dove ogni gesto aveva assunto un significato preciso. La madre aveva annotato tutto su fogli sparsi sul tavolo della cucina: invitati, quantità, piatti, tempi. Le tovaglie bianche erano state lavate, stirate e ripiegate con una cura quasi rituale, pronte a essere distese come un segno di festa. Accanto, piatti e bicchieri “delle grandi occasioni”, usciti dalla credenza solo per eventi importanti.

Il padre aveva dato ordine allo spazio esterno. Aveva misurato il cortile con lo sguardo più volte, come se cercasse un equilibrio invisibile tra tavoli e sedie. Il pergolato era stato rinforzato, la cantina controllata, le lunghe tavolate in legno montate una ad una, con la precisione di chi sa che quel giorno non ammette errori.

La nonna, invece, era già nel suo mondo. Il forno a legna acceso prima dell’alba aveva iniziato a restituire i suoi profumi: pane, dolci, impasti lavorati con gesti antichi. Ogni movimento delle sue mani sembrava seguire un ritmo che non aveva bisogno di orologi. Accanto a lei, una tazza di caffè ormai freddo e il silenzio pieno di chi lavora da sempre senza dover spiegare nulla.

Marco osservava tutto questo da una distanza diversa. Non era coinvolto nei preparativi, eppure ne era il centro silenzioso. Si muoveva piano, quasi per non disturbare l’ordine che si stava creando attorno a lui. L’abito chiaro scelto dalla madre lo faceva sentire diverso, come se il tessuto stesso avesse un peso nuovo. Davanti allo specchio si soffermò più del solito, senza parlare, cercando in quel riflesso qualcosa che ancora non conosceva.

La chiesa della SS. Achiropita lo accolse qualche ora dopo, dall’ingresso principale di piazza Duomo, con una luce diversa, più ferma, quasi sospesa. Le navate erano addobbate con semplicità: fiori chiari, nastri bianchi, una sobrietà che lasciava spazio al silenzio. Le famiglie occupavano i banchi con una compostezza carica di attesa, mentre i ragazzi si scambiavano sguardi rapidi, metà sorrisi e metà timore.

Quando il rito iniziò, tutto sembrò rallentare.

Ogni nome chiamato dal vescovo cadeva nello spazio come qualcosa di definitivo. L’imposizione delle mani, il segno del crisma, le parole pronunciate con calma solenne: tutto contribuiva a creare un tempo diverso da quello esterno. Quando fu il turno di Marco, il padrino gli strinse appena la spalla. Un gesto minimo, ma sufficiente a tenerlo fermo dentro quel momento.

“Ricevi il dono dello Spirito Santo”.

Marco chiuse per un istante gli occhi. Non per sottrarsi, ma per sentire meglio. Fu una sensazione difficile da nominare: non entusiasmo, non paura, ma qualcosa che stava nel mezzo, come una consapevolezza nuova che ancora non aveva forma. Uscendo dalla chiesa, il mondo sembrava più luminoso. Non cambiato, ma più presente. Il ritorno a casa fu attraversato da una calma diversa, quasi sospesa. Eppure, appena il cortile ricomparve alla vista, tutto riprese vita.

Le sedie erano state sistemate in file ordinate, i tavoli coperti con cura, i centro tavola improvvisati con fiori raccolti la mattina stessa. Gli invitati arrivavano a piccoli gruppi, portando vassoi, pacchi regalo e soprattutto voci che riempivano lo spazio.

Il pranzo si costruì lentamente, come un organismo vivo. Non c’era un momento preciso di inizio, ma una progressione naturale: antipasti di salumi e formaggi, verdure dell’orto ancora fresche di raccolto, arancini preparati poche ore prima, lasagne fumanti e polpette al sugo. Il pane caldo veniva spezzato direttamente a tavola, mentre il vino passava senza formalità, riempiendo bicchieri e conversazioni.

Le donne di casa si muovevano con una precisione quasi silenziosa, anticipando bisogni e gesti. Gli uomini seguivano il ritmo della tavola, occupandosi delle bottiglie, delle sedie da aggiungere, delle richieste improvvise che arrivavano da ogni lato.

In un angolo del cortile, qualcuno aveva sistemato una piccola radio accesa appena percettibile, più per compagnia che per ascolto. Nessuno la notava davvero, ma riempiva gli spazi vuoti tra una conversazione e l’altra.

Il momento della torta spezzò delicatamente il ritmo della giornata. Il pan di Spagna, decorato con crema e fragole fresche, portava in cima il simbolo della Cresima. Quando venne portato fuori, il brusio si trasformò in attenzione. Marco si trovò al centro di sguardi, fotografie, applausi brevi ma sinceri.

I regali arrivarono uno dopo l’altro, con significati semplici ma precisi: un orologio per il tempo che cresce, un libro per quello che verrà, una medaglietta con la colomba dello Spirito Santo che sembrava trattenere dentro di sé il senso dell’intera giornata.

Nel pomeriggio il tempo cambiò ancora ritmo. I più piccoli correvano tra le sedie, i cugini più grandi improvvisavano giochi, gli adulti restavano seduti a parlare senza fretta, come se finalmente potessero lasciarsi andare.

Le fotografie si moltiplicavano senza che nessuno le chiedesse davvero: sorrisi spontanei, mani sulle spalle, gruppi improvvisati sotto il pergolato.

Quando il sole iniziò a scendere dietro le colline di Rossano, il cortile si fece più quieto. Le voci si abbassarono, i movimenti si rallentarono, le ombre si allungarono tra i tavoli ormai semi vuoti. I nonni raccontavano storie senza bisogno di essere ascoltati davvero, i bambini si lasciavano andare alla stanchezza. Marco si sedette un momento in disparte. L’abito ancora addosso, le scarpe leggermente allentate, lo sguardo fermo su ciò che restava della giornata. Non disse nulla. Non serviva. Quando la casa tornò al silenzio e gli ultimi passi si allontanarono nel buio della sera, restò un senso di pienezza difficile da spiegare. Marco non lo sapeva ancora, ma quella giornata non sarebbe rimasta solo un ricordo: sarebbe diventata un punto fermo, uno di quelli che tornano alla mente ogni volta che si cresce un po’ di più.

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica