Walter e il suo primo viaggio a Cirò
Un’estate calabrese del 1960 tra studio, nostalgia e scoperta del mondo
Era l’estate del 1960 e il sole sembrava fermarsi più a lungo sopra i tetti di coppi rossi del piccolo paese calabrese dove Walter viveva con i genitori. Le giornate iniziavano presto, col rumore delle donne che spazzavano davanti agli usci e il profumo del pane appena tolto dal forno da zia Maria.
Walter aveva nove anni, le ginocchia sempre sbucciate e gli occhi pieni di curiosità. Aveva appena terminato la quinta elementare e tutti in casa parlavano ormai di una sola cosa: l’esame di ammissione alla scuola media.
Nel paese, allora, continuare gli studi non era una scelta scontata. Molti bambini, dopo la scuola elementare, andavano ad aiutare i padri nei campi o imparavano un mestiere. Ma il maestro di Walter aveva insistito con la famiglia.
– Questo ragazzo ha la testa buona – aveva detto una sera al padre, fermandolo davanti alla fontana del paese di via Pace. – Sarebbe un peccato lasciarlo fermo qui.
Il padre aveva annuito senza parlare troppo. Era un uomo vigoroso, con le mani ruvide per la lavorazione dell’erica e poche parole da spendere. La madre, invece, aveva pianto di nascosto mentre preparava la valigia di cartone con i vestiti del figlio.
L’esame si sarebbe tenuto a Cirò Superiore. Walter avrebbe dovuto restare lì tutta l’estate, ospite di alcuni parenti della madre, per prepararsi con una maestra del posto.
Il viaggio iniziò all’alba di un giorno di luglio. La corriera arrancava lungo la strada polverosa verso la stazione ferroviaria. Walter sedeva accanto al finestrino stringendo un sacchetto con dentro due uova sode, un pezzo di pane e una fetta di pecorino avvolta nella carta oleata.
La madre gli sistemava continuamente il colletto della camicia.
– Non sporcarti subito – gli diceva.
– Mamma, non sono più piccolo.
– Piccolo no… ma sempre distratto sì.
Il padre fumava in silenzio guardando fuori.
Quando il treno partì, Walter sentì per la prima volta quel nodo alla gola che assomiglia alla paura. I binari correvano veloci lungo la costa arsa dal sole, mentre in lontananza si potevano ammirare paesi lontani adagiati sulle colline. Poi, all’improvviso, il convoglio rallentò.
Fuori, lungo la statale, c’era una folla enorme. Uomini con le bandiere, donne vestite a festa, bambini seduti sui muretti. In mezzo alla strada correva un uomo alto e magro con una fiaccola accesa tra le mani.
– È il tedoforo! – gridò qualcuno nello scompartimento.
– Porta la fiamma olimpica a Roma! – disse un altro.
Walter rimase incantato. Quel fuoco sembrava vivo anche sotto il sole feroce di luglio.
La gente applaudiva, urlava, correva dietro al corridore. Per qualche minuto gli sembrò che il mondo intero fosse diventato improvvisamente più grande del suo paese.
Quando arrivarono a Cirò Superiore era già pomeriggio. La casa dello zio Carmine stava in una traversa stretta, con i muri spessi e il balcone pieno di vasi di basilico. Lo zio era un uomo robusto, dalla pelle scura cotta dal sole, con baffi grigi e mani enormi. La moglie, Filomena, aveva invece occhi vivaci e una voce che riempiva tutta la cucina.
– Ecco il nostro studente! – disse appena lo vide entrare. – Vieni qua che ti guardo bene.
Gli prese il viso tra le mani.
– Assomiglia tutto a suo padre.
Lo zio Carmine caricò la valigia sulla spalla.
– Qui si mangia, si studia e si dorme presto – disse. – Le chiacchiere inutili le lasciamo agli altri.
Walter sorrise appena.
La prima notte fu difficile.
Dal letto sentiva rumori sconosciuti: cani che abbaiavano lontano, il vento contro le ante delle finestre, il passo lento dello zio che rientrava tardi dalla campagna. Si girava nel buio stringendo il cuscino.
Sotto le coperte piangeva senza fare rumore. Gli mancavano la madre, il padre, il vicinato di casa, perfino il gallo del vicino che ogni mattina lo svegliava troppo presto.
Filomena se ne accorse quasi subito. Una sera gli portò un bicchiere di latte caldo.
– La nostalgia passa piano piano – gli disse sedendosi accanto al letto. – Ma passa. Anche io, quando mi sposai e venni qui, piangevo ogni sera.
– Davvero?
– Eccome. Tuo zio parlava meno di adesso.
Dalla cucina arrivò la voce di Carmine:
– Filomena, non dire bugie al ragazzo. Io parlavo pure troppo.
Lei rise.
Quella risata fece sentire Walter un po’ meno lontano da casa.
Le mattine erano dedicate allo studio.
La maestra Teresa abitava vicino alla chiesa madre. Indossava sempre abiti scuri, anche col caldo, e portava gli occhiali sulla punta del naso. La sua calligrafia sembrava stampata.
– Seduto composto – diceva appena Walter si muoveva troppo.
– Sì, signora maestra.
Lo faceva leggere ad alta voce, risolvere problemi, imparare poesie a memoria. Correggeva tutto con una penna rossa che Walter temeva quasi più degli esami.
Ma sotto quella severità c’era un’attenzione sincera.
– Tu puoi andare lontano – gli disse un giorno. – Però devi imparare la disciplina.
Walter abbassò gli occhi.
– Lo so.
Il pomeriggio, invece, apparteneva alla libertà.
Fu in uno di quei pomeriggi che conobbe Emilio.
Lo incontrò vicino alla piazzetta del mercato mentre osservava alcuni ragazzi giocare con una palla fatta di stracci.
– Tu non sei di qui – gli disse Emilio senza troppi convenevoli.
Aveva capelli neri arruffati e un sorriso rapido.
– Sono da mio zio Carmine.
– Ah, quello delle vigne? Allora vieni. Giochiamo.
Da quel giorno i due divennero inseparabili.
Emilio conosceva ogni vicolo di Cirò. Lo portava tra le stradine strette dove le donne stendevano i panni da un balcone all’altro e gli mostrava le cantine scavate nella pietra.
– Qui fanno il vino migliore – diceva con orgoglio. – Mio padre dice che già gli antichi greci bevevano il vino di questa terra.
Passeggiavano lungo le campagne del territorio che un tempo apparteneva agli Enotri, l’antico popolo da cui derivava il nome Enotria. L’odore del mosto sembrava restare nell’aria anche d’estate. I contadini parlavano seduti davanti alle porte delle cantine e le botti enormi riposavano al fresco.
– Un giorno io lavorerò col vino – disse Emilio.
– Io invece forse farò il maestro.
– Allora, quando diventi famoso, ti ricorderai di me?
– Solo se tu mi regalerai una botte intera.
Emilio rise così forte che un vecchio affacciato al balcone gridò:
– Oh! Fate meno casino!
A volte andavano fino alle campagne dello zio Carmine.
Lo zio li osservava correre tra i filari.
– Piano! – urlava. – Le viti non sono soldati da calpestare!
Poi però tagliava una fetta di cocomero e la divideva tra loro.
Seduti all’ombra del casotto degli attrezzi, Walter ascoltava i racconti dello zio.
– La terra ti insegna tutto – diceva Carmine guardando lontano. – Ti insegna ad aspettare. A perdere. E pure a ricominciare.
– Ma voi avete sempre fatto questo lavoro?
– Sempre no. Da ragazzo volevo partire per l’America.
– E perché non siete partito?
– Perché tuo nonno mi disse una cosa che non ho più dimenticato: “Se sai coltivare bene la tua terra, non sei povero da nessuna parte”.
Walter rifletteva in silenzio. Gli sembrava che gli adulti custodissero frasi misteriose che si capivano solo crescendo.
Intanto i giorni passavano veloci. Walter imparò a distinguere il profumo dell’olio nuovo da quello del vino giovane, il rumore delle cicale prima del tramonto e il sapore del pane caldo strofinato col pomodoro. Ma soprattutto imparò a stare lontano da casa senza sentirsi perso.
Quando arrivò settembre, giunse anche il giorno degli esami. La scuola media di Cirò aveva corridoi lunghi e finestre altissime. I professori sedevano dietro una cattedra scura con le giacche addosso nonostante il caldo. Walter indossava una camicia bianca stirata dalla zia Filomena.
– Non ti agitare – gli disse lei prima che uscisse.
– E se sbaglio tutto?
– Nessuno sbaglia tutto. Al massimo si sbaglia un pezzo.
Lo zio Carmine gli diede una pacca sulla spalla.
– Rispondi forte e guarda negli occhi chi ti parla.
Nell’aula c’era odore di gesso e sudore.
Walter sentiva il cuore battere forte mentre leggeva il tema davanti alla commissione. Poi vennero l’aritmetica, la grammatica, le domande di storia.
Quando uscì aveva le mani fredde ma dentro una strana calma.
Due giorni dopo comparvero i risultati.
I ragazzi si accalcarono davanti alla bacheca.
Emilio arrivò correndo.
– Walter! Hai passato l’esame!
Lui cercò il proprio nome tra quelli scritti in blu.
C’era davvero.
Per un momento rimase immobile.
Poi sentì una felicità improvvisa, larga, difficile da contenere.
Filomena pianse dalla gioia.
Lo zio Carmine aprì una bottiglia di vino e perfino la maestra Teresa sorrise.
– Vedi? – disse. – Il sacrificio serve.
Il ritorno al paese fu quasi una festa.
La madre lo abbracciò forte appena scese dalla corriera.
– Sei diventato più alto.
– Non è vero.
– Invece sì – disse il padre osservandolo con orgoglio nascosto.
Quella sera prepararono melanzane ripiene e peperoni fritti. Arrivarono i vicini, il parroco, perfino il vecchio maestro elementare.
– Questo ragazzo farà strada – disse qualcuno.
Walter ascoltava, senza parlare troppo.
Pensava a Cirò, ai pomeriggi con Emilio, alle vigne dello zio Carmine, alla luce della fiaccola olimpica vista dal treno.
Capiva, anche se aveva solo nove anni, che quell’estate gli aveva cambiato qualcosa dentro.
Era partito bambino.
Stava tornando con quella sensazione confusa che accompagna la crescita: la scoperta che il mondo era molto più vasto del proprio cortile, e che per diventare grandi bisognava avere il coraggio di allontanarsi almeno una volta da casa.