La Rossanese che inventò i terzini d’attacco prima del calcio moderno
Prima di Facchetti, Maldera e Cabrini, la Rossanese di Gianni Catalano sperimentò un gioco rivoluzionario: difensori fluidificanti, oltre trenta gol e una stagione entrata nella leggenda rossoblù
CORIGLIANO-ROSSANO - Dopo oltre cinquant'anni sono in pochi a ricordarlo, eppure la Rossanese è stata la prima squadra in Italia — e forse al mondo — a praticare un gioco che prevedeva sistematicamente l'attacco dei difensori. Ciò avveniva ben prima dell’Inter di Herrera con Facchetti, del Milan con Maldera e della Juventus con Cabrini.
Il calcio a Rossano è sempre stato vissuto con grande passione, ma la stagione 1970/1971 ha segnato profondamente la storia dello sport bizantino, non solo per il valore agonistico, ma soprattutto per la rivoluzione tattica espressa sul campo. In quel campionato, la Rossanese guidata dall'allenatore romano Gianni Catalano mise in mostra un gioco d'attacco innovativo, che prendeva alla sprovvista le difese avversarie grazie all'uso sapiente dei terzini fluidificanti. Erano anni in cui le intuizioni tattiche avevano un'importanza cruciale e non tutti conoscevano ancora lo stile di Giacinto Facchetti, il celebre terzino interista che Helenio Herrera utilizzava per guidare le offensive dal basso.
Il campionato di Prima Categoria 1970/71 rappresentò un momento di passaggio fondamentale: un'annata in cui la squadra pose le basi per il ritorno ai vertici del calcio dilettantistico regionale. Dopo essersi vista negare l’accesso al campionato di Promozione tramite ripescaggio, la società rossoblù dovette riorganizzare le proprie ambizioni in un torneo regionale difficile e agonisticamente intenso. La risposta dell'ambiente fu una dimostrazione d'orgoglio che permise alla squadra di disputare un torneo di alta classifica, ottenendo infine la promozione nel neonato campionato di Promozione.
La Rossano degli inizi degli anni '70 era una città in pieno fermento, dove il calcio costituiva il principale collante sociale tra il centro storico e lo Scalo. Lo stadio "Maria de Rosis" era, per ogni compagine avversaria, un fortino inespugnabile: il pubblico, celebre per il suo calore, riempiva ogni domenica i gradoni di cemento e argilla, creando un’atmosfera di pressione costante sugli avversari e garantendo un supporto incondizionato ai beniamini in maglia rossoblù.
Questa rinascita fu guidata da un gruppo dirigenziale solido, composto da figure di spicco dell'imprenditoria locale: Ignazio Sabatini (presidente), Giorgio Cherubini (vice), Francesco Turco (segretario) e Tonino Fiorentino, il factotum che curava ogni dettaglio organizzativo e promozionale. Questi dirigenti non solo garantirono le risorse economiche, ma lavorarono per mantenere alto il morale, trasmettendo la convinzione che la Prima Categoria dovesse essere solo una tappa di passaggio.
In quegli anni, la figura di Gianni Catalano, allenatore soprannominato "lo scopigniano" per la somiglianza fisica e caratteriale con il tecnico del Cagliari scudettato, divenne un punto di riferimento. Catalano si presentava agli allenamenti con la sua immancabile Prinz azzurrina e il suo inconfondibile intercalare romanesco. La sua filosofia, che concedeva grande libertà ai terzini d’attacco, riusciva ad adattare la modernità tattica alla necessità di combattere su campi fangosi e ostili.
La rosa della Rossanese 1970/71 era un mix perfetto di esperienza e grinta locale:
Portieri: Renato Graziano e Dino Mancuso, schierati a turno.
Difesa: I centrali Tonino Pirillo e Mario Tinari — all'epoca definiti "libero" e "stopper" — facevano buona guardia, permettendo ai terzini Raffaele Vivacqua e Luciano Folladore di proporsi in avanti.
Centrocampo: Il motore della squadra, con giovani promesse come Antonio Amoruso e Ferruccio Pirillo, affiancati da veterani quali Gerardo Marincola, Ferruccio Scorza, Enzo Fiordaliso e Gino Russo.
Attacco: Trascinato dal capocannoniere Nicola Gallo, insieme a "Staccuneddu", Pasquale Scorza e Umberto Mercuri.
Fu proprio in questa stagione che si consacrò la leggenda dei terzini d'attacco rossanesi, capaci di segnare complessivamente più di trenta reti. Vivacqua, definito da Catalano "lo stallone di Luzzi", era l’idolo indiscusso: la sua forza fisica e le progressioni irresistibili rappresentavano l'arma segreta della squadra.
Sebbene la Rossanese non vinse formalmente il campionato — conteso fino all'ultimo tra Morrone Cosenza e Paolana — il piazzamento ottenuto garantì l'accesso alla Promozione. Questo traguardo evitò alla società di scivolare nelle categorie inferiori, gettando al contempo le basi per le storiche stagioni che, alla fine del decennio, avrebbero condotto il club verso l'Eccellenza.
Negli anni successivi seguirono altre formazioni esaltanti, come quelle di Spelta e Mazzacua, o la guida di allenatori prestigiosi come Busatta e Trevisan (ex CT di Haiti ai Mondiali del '74), ma il vero "salto" tattico e culturale rimarrà per sempre legato alla Rossanese di Gianni Catalano.
Per chi volesse approfondire questo ed altri campionati della Rossanese, è ancora disponibile in commercio, presso la Grafosud, il libro di Pier Emilio Acri e Antonio Scorza, “Cronistoria del calcio rossanese”.