Mastro Mario Levante e quell'ultimo baluardo di memoria in piazzetta Commercio
Nel cuore antico di Rossano, piazzetta del Commercio è oggi uno spazio vuoto. Ma basta chiudere gli occhi per ritrovare bottega Levante, i panini del liceo e una memoria che non deve sparire
Si dice che la storia di un popolo, di una comunità, viva attraverso i suoi luoghi, testimonianza reale del suo passaggio, e attraverso la memoria di chi quella storia l’ha fatta, l’ha scritta.
Se questa regola è vera e vale per tutto, per le grandi come per le piccole imprese, per il mondo ma anche per i suoi angoli, allora non si può perdere l’occasione per pensare a quanto sia importante riavvolgere il nastro di quella memoria, per continuare a instillare consapevolezza.
Dicevamo: se c’è una regola che vale per tutto nel processo ereditario di successione dell’identità, quella stessa regola allora ci porta in un luogo piccolo e bizzarro come piazzetta del Commercio, una vera e propria Stars Hollow, nel cuore antico di Rossano centro storico.
Se ci vai oggi non c’è niente e nessuno. Ti metti al centro di quella striscia d’asfalto chiusa, da una parte, dalle pietre della cittadella arcivescovile — Duomo, Curia, Museo diocesano ed Episcopio — dall’altra da Palazzo De Russis e Palazzo Lamenza, e per il resto da case e casupole quasi ormai del tutto disabitate, e sembra non dirti niente.
Eppure, ancora oggi, basta chiudere un poco gli occhi e, nel silenzio imperituro che avvolge quel pezzo della città d’arte, decadente, sentire l’eco lontana di voci e rumori che fino a non troppo tempo fa animavano quei cinquanta metri che separano via San Giovanni di Dio da vico Remia.
E c’è una voce su tutte, un’immagine, più vivida che mai, che riaffiora più delle altre. Quella di mastro Mario Levante. Panettiere, commerciante, ultimo baluardo di identità della “piazzetta” insieme a mastro Totonno, droghiere, a mastro Gigino, sarto, e a mastro Mimì, barbiere. Tutta gente che oggi non c’è più.
E non è un caso che proprio la scomparsa di mastro Mario, dieci anni or sono, sia coincisa con il lento e quasi inesorabile oblio di quei luoghi.
Perché Levante non era solo un emporio alimentare rimasto intatto in una bottega che, anche oltre il Duemila, sembrava essersi fermata agli anni Cinquanta; non era solo il punto di riferimento per la gente del quartiere, ma è stato un passaggio quasi obbligato per migliaia di studenti liceali, generazioni intere, che prima di giungere al “sacro soglio” del San Nilo, in via XX Settembre, avevano da fare una tappa, quasi obbligata, su quei tre scalini, un predellino, di bottega Levante.
E lì dentro, lo ricordo vividamente, dietro un bancone di legno sul quale erano stipati i panini “formato scuola”, già pronti e preparati — salamino, mortadella, prosciutto cotto… se volevi col crudo te lo preparavano al momento — trovavi sempre mastro Mario, con un grembiule da salumiere e la battuta pronta.
Certo, molte volte dipendeva dall’umore in cui lo trovavi, ma Levante era uno spasso. Soprattutto quando ti chiamava, ti faceva sedere sul ribaltino della vetrina e ti raccontava storie e leggende senza tempo. Una collezione enciclopedica di rossanesità.
Ricordo un giorno, con un gruppo di compagni del Liceo, facemmo filone a scuola, ma si mise a piovere. Non sapevamo dove andare e ci rifugiammo nel negozio. Ad un certo punto vedemmo arrivare un nostro docente che, prima di arrivare a scuola, faceva tappa proprio lì.
L’istinto di tutti ci portò a nasconderci sotto al bancone dei salumi. Eravamo in quattro. Mastro Mario non disse nulla, ci coprì nel nostro intento di non essere visti. Poi fece una battuta al professore che, dopo aver pagato — e dopo che noi avevamo scampato il pericolo di essere beccati — stava andando via:
"Professò, ric’ a verità… ci ni su cap vulat a su Liceo".
Mastro Mario era così: ruvidamente paterno e straordinariamente protettivo, gioviale, simpatico e immutevole. Perché, per me, da quando lo vidi la prima volta — e avrò avuto quattro anni — fino a pochi giorni prima della sua scomparsa, è rimasto sempre uguale.