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La caduta di Costantinopoli e la fine di un sogno: quelle divisioni che continuano a lacerare anche Corigliano-Rossano

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“E allora, fratelli miei, da quando ha iniziato l’assedio e il blocco, ogni giorno apre la sua grande bocca cercando l’opportunità per divorare noi e questa città, che il tre volte benedetto Costantino il Grande fondò e dedicò alla santissima e castissima Madre di Dio, nostra Signora, Maria, l’eterna vergine. Diventò la Regina delle Città, lo scudo e il supporto della nostra patria, il rifugio dei cristiani, la speranza e gioia di tutti i Greci, l’orgoglio di tutti coloro che vivono sotto il sole d’Oriente”. 

La storia è animata dagli uomini, ed è più vicina di quanto noi possiamo immaginare. La storia ci dà la possibilità di riscoprire personaggi unici, protagonisti di giorni che hanno sconquassato il nostro presente. Il discorso su citato è stato proferito dall’ultimo imperatore dell’Impero romano d’Oriente, Costantino XI Paleologo Dragazes a poche ore della caduta di Costantinopoli, avvenuta il 29 maggio 1453.

È bene prima riassumere che cosa ha rappresentato l’impero bizantino nella storia e come tale impalcatura è arrivata ai giorni nostri. Prima di tutto “impero bizantino” è un’invenzione postuma, nessun “bizantino” si sarebbe mai sognato di farsi chiamare come il nome originario di una delle più grandi capitali della storia dell’umanità, erano semplicemente romani. Da Roma, oltre per che aver raccolto (o, meglio, strappato) il testimone di Capitale, aveva ricevuto in eredità le leggi e l’idea di Stato e, grazie all’opera di Costantino il Grande (fondatore ed ideatore del sogno Costantinopoli), aveva riunito la cultura greca fondendola con la religione cristiana. Un tridente formidabile che riuscì a restare in piedi per più di mille anni.

Quindi, parlare di impero bizantino allontanandolo da Roma è un errore di fatto, in quanto si dimentica che Roma non cadde nel 476 ma, bensì, con la conquista da parte ottomana della “Regina delle Città”. La sua caduta, come già riferito, avvenne tra la notte e l’alba di martedì (da allora giorno nefasto per i greci, mavri triti, martedì nero) 29 maggio 1453, 6961 dall’inizio del mondo e 1124 dalla fondazione della Nuova Roma. 

Costantinopoli era ormai ridotta a poco più di una città stato. Della grandezza dello statalità eretta da Giustiniano rimaneva solo il ricordo. Altro protagonista indiscusso fu il sultano turco, ossia Mehmet (Maometto) che dopo la morte del padre Murad II fece acquisire nuovo slancio alla volontà di conquista. I turchi erano una popolazione di tribù nomadi di guerrieri formidabili che, dopo la conversione all’Islam, avevano fondato un impero che ebbe la capacità di plasmarsi ed evolversi progressivamente. 

Ebbene, Mehmet portò avanti una politica di rafforzamento della flotta e dell’esercito, tanto da presentarsi di persona sotto le mura di Costantinopoli assieme al suo esercito, bloccando l’accesso al Corno d’oro: la superiorità turca era di 10 a 1. Costantino XI si giocò le ultime carte tentando di riunire l’esercito mentre le chiese greche e latino si unirono in Hagia Sofia. Sin dai giorni precedenti una fetta considerevole di bizantini preferiva il dominio turco a quello degli odiati latini che ormai avevano il sopravvento in città. 

La decisione turca ormai era stata presa: Costantinopoli doveva cadere. Pochi giorni dopo la Pasqua, l’esercito turco si riunì di fronte le mura ed ebbe inizio l’assedio. La mattina del 22 aprile i bizantini – sbigottiti – videro le navi turche all’interno dell’insenature dell’inaccessibile Corno d’oro. Mehmet inviò delle ambasciate per intimare la resa, ma la Capitale rifiutò. Ciò provocò, a conquista ultimata e a passioni sopite, una delle più grandi mattanze della storia con razzie che dovettero essere fermate dal Sultano stesso per evitare che della città non rimanesse più nulla. Con il senno di poi la resa sarebbe stata un’azione ancora più coraggiosa, poiché avrebbe risparmiato Costantinopoli dal saccheggio. Era consuetudine che se una città non si fosse arresa poteva essere saccheggiata per tre giorni e tre notti, a maggior ragione i turchi avevano digiunato per un giorno intero, per loro era la fine di un mondo e l’inizio di uno nuovo.

Il 28 maggio, il giorno prima della capitolazione, fu celebrata l’ultima messa ad Hagia Sofia, a cui – per la prima volta – parteciparono greci e latini. L’offensiva turca si concentrò sulla porta di San Romano, con i giannizzeri (corpo d’elite dell’esercito ottomano, in quanto era giovani cristiani prelevati dalle campagne balcaniche in tenera età) che entrarono facilmente in città. Dopo aver spento le ultime resistenze Mehmet II, assieme al coro festante “Ašhadu an lā ilāha illā Allāh - wa ašhadu anna Muḥammadan Rasūl Allāh” “Non c’è Dio al di fuori di Dio e Maometto è il suo profeta”, fece il suo ingresso trionfale in città e si recò ad Hagia Sofia (dopo che vennero sgozzati dei preti sull’altare) per ringraziare Allah per la vittoria. Il centro di gravità della cristianità ortodossa si spostò a Mosca, la Terza Roma, dopo la quale non ve ne sarebbe stata un’altra fino al giorno del Giudizio universale.

Ma questa storia ha un personaggio principale: Costantino XI. Che fine ha fatto l’imperatore che portava il nome del primo Basileus ton romainon, il re dei re, Kaisar Augustos, l’imperatore dei romani? Come con Romolo Augustolo che portava il nome del primo re di Roma e del primo imperatore, Costantino poneva fine ad una dinastia che cambiò e plasmò per sempre la storia. Quel giorno rimase sul campo di battaglia e, spogliatosi dalle vesti imperiali, si scagliò con pochi fedelissimi contro gli aggressori e cadde sul campo. Venne riconosciuto qualche ora dopo dai sandali color porpora. Questo colore poteva essere indossato solo dagli imperatori e dai figli (i porfirogeniti, appunto nati dalla porpora) e solo questo dovrebbe far ragionare sull’inestimabile valore affettivo e ideologico che ha il Codex rossanese, oltre che sulla sua origine e arrivo in città. Costantino XI dopo essere stato riconosciuto, e ormai privo di vita, venne decapitato e la sua testa portata ai piedi del sultano. Da allora è venerato come santo e martire dalla Chiesa Ortodossa. 

Da allora Costantinopoli sarò chiamata Istànbul, che è una definizione greca: “stìn pòli” (nella città) come i greci la chiamavano per antonomasia. La leggenda racconta che quando l’imperatore si risveglierà dal suo sonno mortale, Istànbul tornerà greca e sarà di nuovo Costantinopoli, la città nata da un sogno di un imperatore di nome Costantino.

Oggi come in quel 29 maggio 1453 il sangue bizantino sgorga nelle vene di Corigliano-Rossano. La città fece delle divisioni il suo marchio di fabbrica e ciò portò alla sua caduta. Forse la storia ci vuole dire qualcosa?

Josef Platarota
Autore: Josef Platarota

Nasce nel 1988 a Cariati. Metà calovetese e metà rossanese, consegue la laurea in Storia e Scienze Storiche all’Università della Calabria. Entra nel mondo del giornalismo nel 2010 seguendo la Rossanese e ha un sogno: scrivere della sua promozione in Serie C. Malgrado tutto, ci crede ancora. Ha scritto per Calabria Ora, Il Garantista, Cronache delle Calabrie, Inter-News, Il Gazzettino della Calabria e Il Meridione si è occupato anche di Cronaca e Attualità. Insegna Lettere negli istituti della provincia di Cosenza. Le sue passioni sono la lettura, la storia, la filosofia, il calcio, gli animali e l’Inter. Ha tre idoli: Sankara, Riquelme e Michael Jordan.