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Le cose non si ottengono: si conquistano

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Ogni volta che nella Calabria del nord-est si parla di aeroporti, il dibattito prende quasi sempre la stessa strada, e finisce nello stesso punto: "se ne parla da cinquant’anni", "la Calabria ha già tre aeroporti", "non abbiamo l’utenza", "tanto ci prendono in giro", "è il solito discorso da campagna elettorale..."

È un modo di ragionare che sembra logico, ma che in realtà è solo una parte del problema. Perché gli aeroporti, soprattutto in territori come il nostro, non vivono soltanto dei residenti. Non funzionano perché i calabresi devono partire o tornare. Funzionano se riescono ad attrarre persone da fuori, se diventano porte d’ingresso, se si inseriscono dentro un sistema che produce movimento, turismo, economia.

E qui emerge un confronto su tutti quasi inevitabile, e anche piuttosto duro. Creta. L’avete presente quell’isola a sud della Grecia, celebre per il mito del Minotauro, il Palazzo di Cnosso, la civiltà minoica, le spiagge da cartolina, i villaggi mediterranei, le gole di Samaria, il turismo internazionale e una capacità straordinaria di trasformare storia, mare, paesaggio e identità in economia reale?

Parliamo di un’isola che ha poco più di 624 mila abitanti, quindi molto meno della Calabria, ma che ha tre aeroporti e riesce a movimentare oltre 14 milioni di passeggeri l’anno.

La Calabria, che di abitanti ne ha quasi 1,9 milioni (quasi 4 se si considerano gli expat!) e dispone anch’essa di tre aeroporti, resta sotto i 5 milioni. Questo dato, da solo, dovrebbe farci fermare un attimo e cambiare prospettiva. Perché è evidente che il problema non è quanti siamo. Non è una questione puramente demografica. Il punto vero è un altro: quanti viaggiatori riusciamo ad attirare, quanti turisti intercettiamo, quanta economia riusciamo a costruire attorno alla mobilità aerea.

E allora, quando si apre la discussione su un eventuale quarto aeroporto, per esempio nella Sibaritide, liquidarla con il semplice conteggio dei residenti rischia di essere riduttivo. Non basta dire “non ci sono abbastanza abitanti”. La domanda vera dovrebbe essere un’altra: la Calabria del nord-est è in grado di trasformare i suoi territori in destinazioni? È capace di mettere insieme il mare, la montagna, i borghi, l’archeologia, l’enogastronomia, le aree interne, le coste ed il suo patrimonio storico-culturale (che se lo conoscessimo a fondo varrebbe almeno come quello di Creta?!)  dentro un’offerta riconoscibile, organizzata, vendibile? A queste latitudini siamo capaci di creare domanda, invece di limitarsi a inseguirla? Siamo capaci di costruire invece di lamentarci e lagnarci soltanto?

Un solo dato tra tutti, su cui a breve ritorneremo con altri approfondimenti: nella nostra regione Fincalabra, che è l'agenzia finanziaria regionale che investe su progetti di sviluppo tecnologico, ambientale e sociale, nel 2025 ha messo a terra qualcosa come 450 milioni di euro. Nella Sibaritide-Pollino di questi 450 milioni  ne sono arrivati poco meno di 14 e se si considera che solo 10 sono finiti per la riqualificazione di un presidio scolastico di Castrovillari, è facilmente comprensibile che nella landa desolata della Sibaritide-Pollino la capacità di produrre idee, di generare impresa e mettere a terra progetti di sviluppo è pari a zero

Anzi, c'è di più. Questa di Fincalabra è la prova provata che la politica e le scelte istituzionale influiscono - senza dubbio - sul destino di un territorio ma se quel territorio resta totalmente inerme ad aspettare la manna dal cielo e non si rimbocca le maniche non andrà mai da nessuna parte. 

Il motore della Sibaritide-Pollino è indubbiamente il suo distretto agroalimentare che, però, qui viene letto dagli stessi autoctoni (non dalla politica, che lo sfrutta di riflesso) solo con un grande bacino di latifondisti, proprietari terrieri che producono clementine, pesche, grano, olio, vino e lo vendono al migliore offerente con l'obiettivo di fare vero profitto solo con le misure economiche messe in campo dall'Europa attraverso la Regione Calabria . Ecco, questa è l'idea, la narrazione feudale, per nulla moderna, per niente vocata allo sviluppo in cui ci troviamo e con la quale ci raccontiamo. E che - se non avremo il coraggio di ribaltarla - sarà la nostra definitiva condanna.

Chi vive qui è figlio della cosiddetta restanza, di chi ha scelto di non partire, di rimanere attaccato alle proprie radici, sicuramente con difficoltà e indomita resilienza. Attenzione, però, a non trasformare la restanza in lagnanza perché ci troveremmo davanti al paradosso per quale avremmo fatto meglio ad andarcene.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.