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L’estate che non arriva più

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Il Mondiale americano 2026 è iniziato. Di nuovo senza l’Italia. Terza volta di fila. 2018, 2022, 2026. Una roba che, fino a qualche anno fa, sarebbe sembrata più assurda di una bestemmia detta in chiesa durante la messa di Natale. E invece ci siamo dentro.

Rifuggendo dalla retorica, siamo diventati il Paese che guarda gli altri giocare il Mondiale. Un Paese che non indossa più la maglia azzurra come orgoglio nazionale, senza calendario attaccato al frigorifero, senza conti da fare sul girone, senza “se vinciamo questa e pareggiano loro”, senza ansia da ottavi, senza rigori da maledire, senza bandiere appese ai balconi.

Nulla. Zero.

Io ricordo l’11 luglio 1982 come un fatto quasi biologico, prima ancora che sportivo. Mi racconta mamma che al 69’ di Italia-Germania, quando Marco Tardelli segnò il gol che spalancò il terzo Mondiale agli azzurri, stavo dando gli ultimi calci nella sua pancia, mentre in sottofondo Alberto Camerini cantava quel gran pezzo di sonorità synth-pop punk, Tanz Bambolina. Non ero ancora nato e già l’Italia vinceva un Mondiale. Già esisteva quella liturgia nazionale che avrebbe accompagnato intere generazioni.

Per noi era impensabile che l’Italia non partecipasse a un Mondiale. Impensabile.

Da Pagliuca a Buffon. Da Maldini a Nesta e Cannavaro. Da Donadoni a Pirlo. Da Baggio e Vialli a Totti e Del Piero. Il Mondiale era casa. Era estate. Era paese. Era piazza. Era bar. Era televisore portato fuori. Era urla, sudore, birre, grigliate, bestemmie, abbracci, rigori sbagliati, gol impossibili, notti senza voce.

Era il calendario emotivo degli italiani.

Noi il tempo lo misuravamo ogni quattro anni. Non solo con le elezioni, le scuole, le estati, i compleanni. Con i Mondiali. Ogni generazione aveva il suo. Ogni famiglia aveva il suo ricordo. Ogni bambino cresceva sapendo che, prima o poi, sarebbe arrivata l’estate della Nazionale.

Oggi abbiamo tolto pure questo alle nuove generazioni. Gli abbiamo tolto la gioia semplice, stupida, meravigliosa di emozionarsi dietro a un pallone. Gli abbiamo tolto il rito collettivo più popolare che avevamo. Gli abbiamo tolto quella cosa tutta italiana per cui anche chi non capiva niente di calcio, per un mese, diventava commissario tecnico, esperto di moduli, profeta di formazioni, giudice inflessibile del terzino sbagliato.

E non è solo sport. È identità popolare. È educazione sentimentale. È appartenenza. È il sentirsi parte di qualcosa senza doverlo spiegare troppo. Perché la Nazionale, nel bene e nel male, era una delle pochissime cose capaci di mettere insieme l’Italia vera: il Nord e il Sud, il barista e il professore, il pensionato e il ragazzino, il paese interno e la metropoli, la famiglia e la comitiva.

Oggi invece ci raccontiamo che va bene così.

Ci consoliamo con Sinner. Che, per carità, è tanta roba. Un campione straordinario. Un orgoglio sportivo. Uno che merita rispetto, applausi e gratitudine. Ma davvero vogliamo far finta che sia la stessa cosa?

Davvero vogliamo mettere una pallina che rimbalza tra due racchette, in un campo dove se tossisci ti guardano male, con uno stadio intero che esplode su un gol dell’Italia? Davvero vogliamo sostituire l’urlo collettivo di una nazione con il silenzio tombale del centrale di Parigi o Wimbledon?

Su, dai. Il tennis è bellezza, tecnica, classe, controllo. Il calcio della Nazionale era casino, popolo, sudore, sangue, pancia, bandiere, divano sfondato, tavolate, bambini svegli fino a mezzanotte, padri che urlavano, madri che portavano da mangiare, nonni che bestemmiavano l’arbitro anche se non vedevano più bene.

Era un’altra cosa.

Siamo passati dai gol impossibili segnati da piedi spigolati come quelli di Fabio Grosso, che nel 2006 ci regalarono l’ultimo Mondiale, al nulla.

Siamo passati dal saltare sul divano per Valentino Rossi, dal litigare con gli amici per una staccata all’ultima curva, al ritrovarci oggi a tifare motociclisti spagnoli perché i nostri non ci sono più.

Siamo passati dalle piazze piene di bambini che giocavano a pallone fino a sera, dalle ginocchia sbucciate sul catrame bollente di luglio, dai palloni rattoppati con il nastro adesivo, dalle porte fatte con due pietre, ai ragazzi che crescono dietro uno schermo e si spaventano perfino per un ragnetto appoggiato a un vetro.

Forse è per questo che il Mondiale senza Italia fa così male. Perché non ci manca soltanto una squadra. Ci manca un mondo. Ci mancano i Ragazzi della Terza C. Ci manca Classe di Ferro. Ci manca Asso. Ci mancano i Cesaroni della prima stagione, quando sembravano una famiglia vera e non un prodotto televisivo.

Ci manca quell’Italia imperfetta, rumorosa, ingenua, popolare. Quella che viveva per strada più che online. Quella che si incontrava davvero. Quella che litigava, rideva, giocava, si innamorava senza bisogno di una password.

Oggi siamo sempre connessi e sempre più soli. Sempre più virtuali e sempre meno vivi. E forse il dolore di questo ennesimo Mondiale senza Azzurri non nasce dal calcio, ma dalla nostalgia canaglia di un Paese che non esiste più.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.