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Nonni, bancomat d’amore in una società senza gratitudine

4 minuti di lettura

Oggi è la festa dei Santi Anna e Gioacchino. Per molti è semplicemente la festa dei nonni. E allora, prima di qualsiasi ragionamento, bisognerebbe fare una cosa che non facciamo mai abbastanza: fermarsi e dire grazie.

Grazie a chi ci ha cresciuti due volte. Prima come figli, poi attraverso i nostri figli. Grazie a chi ha tenuto aperta una casa anche quando la vita fuori diventava più difficile. Grazie a chi ha messo mano alla pensione per pagare una bolletta, comprare un paio di scarpe, riempire un frigorifero, aiutare una giovane famiglia arrivata corta a fine mese.

In tanti nuclei familiari i nonni sono ancora il primo welfare disponibile. E questa è una verità che conosciamo tutti, anche se spesso facciamo finta che sia normale.

Non è il welfare dei bandi; quello delle misure annunciate. Ma quello vero, immediato, silenzioso. Quello che arriva senza domanda protocollata, senza graduatorie, senza attese infinite. Arriva perché una nonna apre il portafoglio. Perché un nonno accompagna il nipote a scuola. Perché qualcuno cucina, custodisce, aspetta, copre un buco, sistema una giornata, regge una casa.

E spesso lo fa senza chiedere nulla. O quasi nulla. Magari solo una telefonata. Una visita. Un pomeriggio non frettoloso. La sensazione di non essere diventato utile solo quando serve.

È qui che dovremmo arrossire un po’ tutti.

Perché il numero degli anziani cresce, e lo racconteranno bene i dati dell’inchiesta curata dalla collega Rita Rizzuti (leggila qui). Ma dietro quei numeri ci sono persone. Ci sono madri e padri che hanno visto partire i figli. Ci sono case diventate troppo grandi. Ci sono televisioni accese per compagnia. Ci sono pranzi preparati per uno solo. Ci sono medicine, appuntamenti, sedie vicino alla finestra e... silenzi lunghi.

E c’è una domanda che non possiamo evitare: noi, verso di loro, siamo davvero riconoscenti? Non nelle frasi dolci delle ricorrenze come quella di oggi. Non nei post con la foto in bianco e nero. Non nella retorica della nonna che impasta e del nonno che racconta la sua gioventù. Nella vita di tutti i giorni. Nella cura. Nel tempo che diamo. Nei servizi che costruiamo. Nei luoghi che mettiamo a disposizione.

E basta dire che gli anziani sono una risorsa se poi non siamo consequenziali con quello che diciamo! Bisogna trattarli come persone vive, presenti, ancora parte della comunità.

E invece, spesso, li spostiamo ai margini. Nelle Residenze Sanitarie per Anziani che nella società odierna, specie alle nostre latitudini, abbondano e crescono come i funghi dopo una pioggia e sotto il sole autunnale. Ci sono situazioni difficili, certo. Famiglie sole, figli lontani, malattie vere, condizioni che rendono necessaria una struttura. E sia chiaro: molte RSA lavorano bene, con operatori seri, umani, preparati. In tanti casi sono una risposta necessaria e dignitosa.

Ma non sempre è così semplice. A volte in quelle stanze finiscono persone che avrebbero avuto bisogno prima di compagnia, non di ricovero. Di una giornata organizzata, non di una vita trasferita altrove. Di qualcuno con cui parlare, mangiare, camminare, giocare a carte, sentirsi ancora dentro il paese, dentro il quartiere, dentro la famiglia.

E allora la casa di riposo, quando non nasce da un bisogno reale, rischia di diventare un parcheggio elegante della nostra stanchezza.

Una soluzione comoda al senso di colpa.

Brutta da dire, questa cosa. Ma peggio ancora sarebbe non dirla o non guardare in faccia la realtà. Perché se per anni abbiamo considerato i nonni un bancomat, un asilo domestico, una mensa familiare, un aiuto sempre pronto, poi non possiamo scoprire la loro fragilità solo quando diventa scomoda da gestire.

Il punto, però, non è fare il processo alle famiglie. Sarebbe troppo facile e anche ingiusto. Molti figli fanno quello che possono. Lavorano, corrono, hanno case piccole, pochi soldi, turni impossibili, genitori non autosufficienti e nessuno che li aiuti davvero.

Ecco perché questa è a tutti gli effetti una questione pubblica. Alle nostre latitudini - dicevo - abbondano le strutture residenziali, ma mancano i centri diurni. Mancano luoghi intermedi, umani, semplici. Spazi dove una persona anziana possa passare alcune ore della giornata, incontrare altri, fare attività, essere seguita, mangiare insieme, tornare poi nella propria casa, nel proprio letto, tra le proprie cose.

Senza sentirsi reclusa. Senza sentirsi messa via. Senza perdere di colpo la propria vita.

Questa dovrebbe essere una delle grandi discussioni del territorio. Non una parentesi buona per le ricorrenze. Una politica seria sulla vecchiaia. Sulla solitudine. Sulla permanenza a casa. Sull’assistenza domiciliare. Sui caregiver familiari. Sui trasporti. Sulle piazze accessibili. Sulle parrocchie, le associazioni, i Comuni, i medici, le farmacie, le scuole che potrebbero diventare parte di una rete.

Perché se una società invecchia, non può limitarsi a contare gli anziani. Deve imparare ad abitare con loro.

E invece troppo spesso facciamo il contrario. Li celebriamo quando sono memoria, li usiamo quando sono sostegno, li evitiamo quando diventano domanda di cura.

Il 26 luglio, allora, non sia soltanto la giornata degli auguri. Sia un promemoria civile. I nonni non sono una parentesi tenera della famiglia. Sono fondamenta. Hanno retto case, economie domestiche, lutti, partenze e crisi profonde. Hanno fatto da banca, da scuola, da mensa, da taxi, da rifugio, da coscienza.

Adesso tocca a noi. Tocca alle famiglie, certo. Ma tocca anche ai Comuni, alla sanità territoriale, al mondo sociale, alla politica. Tocca a un territorio che deve smetterla di pensare alla vecchiaia solo come emergenza o come costo.

Dobbiamo restituire tempo a chi ce ne ha dato tanto. E dobbiamo farlo prima che resti solo il rimorso. Perché il grazie più vero non è quello detto davanti a una torta o sotto una foto sui social. È non lasciare soli quelli che, per una vita intera, hanno fatto di tutto per non lasciare soli noi.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.