5 ore fa:Sciabaca Festival, Saracena porta il suo Moscato a Soveria Mannelli: «Non solo vino, ma racconto di comunità»
6 ore fa:Anatomia patologica di Castrovillari e Rossano, Laghi: «Blitz dell’Asp di Cosenza, la convenzione al buio mortifica i territori»
3 ore fa:Pesca, quasi 7 milioni di credito d’imposta sul carburante. Coldiretti: «Ossigeno anche per le marinerie calabresi»
2 ore fa:Ponte Ortiano 2, lavori verso la conclusione: la Sila Greca attende la riapertura
7 ore fa:Pietrapaola potenzia la videosorveglianza: nuove telecamere nei punti strategici
5 ore fa:San Nilo 2026, tre giorni nel centro storico di Rossano. Il 26 settembre concerto dei Gemelli DiVersi
2 ore fa:Dopo il PNRR, Stasi chiede di affidare ai Comuni i fondi bloccati: «Basta risorse ferme per decenni»
6 ore fa:Estate, Vakarici scommette sull’identità e vince la sfida dell’entroterra. Pomillo: «Il Salotto Diffuso è la nostra idea di futuro»
7 ore fa:Dal Pollino a Sibari seguendo la musica: tre giorni tra grotte, boschi, archeologia e concerti
3 ore fa:Madre Terra, la nuova serie di Canale 5 porta Corigliano-Rossano sul piccolo schermo

Noi siamo, anche quando fingono di non vederci

2 minuti di lettura

Ogni potere, prima ancora di toglierti qualcosa, prova a convincerti che non conti niente. Non comincia sempre dalle risorse negate, dalle strade interrotte, dagli ospedali depotenziati, dalle scuole che chiudono. Comincia prima. Ti persuade che sei piccolo, lontano, periferico. Ti abitua all’idea che sia già tanto ottenere quello che hai.

La Calabria del nord-est è stracolma di questi esempi. E piena zeppa di queste contraddizioni palesi. E quando una comunità comincia a crederci, il danno è fatto.

Perché la sconfitta più grave non è essere dimenticati dagli altri. È pensare di meritare quella dimenticanza o, ancor peggio, persuadersi del fatto che siccome siamo una miseria dobbiamo agire da miserabili per evitare di essere sopraffatti.

Ecco perché bisogna ripartire dalla consapevolezza. Sapere chi siamo, da dove veniamo, cosa ci manca e cosa ci spetta. Senza questa base, un territorio non rivendica. Si lamenta. E la lamentela, lo sappiamo, non ha mai cambiato niente.

La rivendicazione, invece, sì.

È quella che da tempo chiamo dottrina Gromyko: presentarsi al tavolo senza chiedere il permesso di esistere. Non come poveri pezzenti in attesa di una concessione, ma come comunità che conoscono il proprio valore e pretendono rispetto.

Non arroganza. Ma Chiarezza. Partendo da un concetto semplice: esserci. Perché noi siamo!

Qui entra in campo il giornalismo. Raccontare un fatto non significa soltanto pubblicare una notizia. Significa attestare un’esistenza. Dire che una persona ha un nome, che una comunità ha una voce, che una ferita non può essere nascosta sotto il tappeto.

Una comunità può morire due volte: quando viene colpita e quando nessuno racconta più ciò che le è accaduto.

Lo abbiamo visto con la Sila-Mare. Dopo il crollo del 5 maggio 2023, senza il pungolo continuo della cronaca, senza quella pressione quotidiana che ha impedito alla vicenda di scomparire, oggi probabilmente saremmo molto più indietro del vedere l'opera verso il suo completamento. E così potremmo dire di tantissime altre cose di questo territorio e molto meno per altre. 

Il giornalismo serve anche a questo: impedire che ciò che è accaduto ieri venga cancellato domani. Il paradosso è che viviamo sommersi dall’informazione. Notizie, video, post, commenti, dirette, reazioni continue. Eppure abbiamo una memoria cortissima. Oggi il silenzio non è sempre assenza di parole. A volte è rumore. E il potere non deve censurare una notizia per farla sparire, spesso serve solo sommergergerla da altre mille altre. Spesso fuorvianti. 

Per questo il valore dell’informazione non si misura solo nei clic. Si misura nella coscienza che lascia. Nella capacità di costringere una comunità a non comportarsi, dopo aver saputo, come se non sapesse.

Questo vale soprattutto per i territori che troppo spesso si raccontano come periferia. Paesi, città, aree interne, comprensori interi che aspettano sempre un riconoscimento da fuori, come se il loro valore dovesse essere certificato altrove.

Ma la prospettiva va capovolta. Non dobbiamo parlare al mondo da una posizione minore. Dobbiamo parlare al mondo da qui. Dal punto esatto in cui siamo. Con la nostra voce, la nostra storia, le nostre ferite, le nostre pretese.

Un luogo diventa periferia quando comincia a sentirsi tale. Quando aspetta di essere nominato. Quando rinuncia a pretendere. Quando smette di dire “io sono” e comincia a dire “forse potrei essere, se qualcuno mi vedesse”. Un po' come la particella di sodio in quell'acqua leggermente frizzante, protagonista di un celebre spot tv.

Noi siamo questi e questo dobbiamo raccontare. Ma sapendolo raccontare, con dignità, rivendicazione e identità. Sì, identità. Perché il radicamento non è immobilità. Per andare lontano bisogna sapere da dove si parte. Le radici non sono una catena: sono la condizione per non dissolversi. L’identità vera non alza muri, costruisce ponti. Solo chi sa chi è può incontrare l’altro senza paura di perdersi.

La Calabria del nord-est non ha bisogno di essere compatita. Ha bisogno di essere raccontata bene, difesa meglio e rivendicata fino in fondo.

Perché il contrario della cancellazione non è il rumore. È la presenza. E la presenza comincia da una frase semplice, che dovremmo imparare a pronunciare senza vergogna e senza chiedere permesso: Noi siamo.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.