Ma dove vogliamo andare?
Dallo Jonio al Tirreno cosentino: oltre quattro ore di viaggio nella realtà. Carissime istituzioni: prima di parlare di turismo e mobilità europea, bisognerebbe spiegare questa assurdità
Corigliano-Rossano – Praia a Mare: quattro ore e mezza. Due luoghi della stessa regione. Della stessa provincia. Due coste diverse, certo. Lo Jonio da una parte, il Tirreno dall’altra. In mezzo quella famigerata, benedetta, complicata montagna in mezzo al mare che è l’Appennino calabrese.
Nessuno pretende di trasformare la nostra terra in un tavoliere. Nessuno pretende di spianare montagne, tagliare valli, cancellare la geografia solo per rendere più comodo lo spostamento da una sponda all’altra.
Ma quattro ore e mezza per percorrere 141 chilometri via terra sono una vergogna. Punto.
Un quarto di giornata, tolte le ore di sonno, per andare da una parte all’altra della stessa casa! Con mezzi pubblici, cambi, attese, bus sostitutivi, coincidenze, deviazioni, speranze e bestemmie.
Ma dove vogliamo andare?
Parliamo di turismo. Sempre. Ovunque. In ogni convegno, in ogni fiera, in ogni slide, in ogni comunicato regionale. Spendiamo vagonate di milioni per far viaggiare aerei, comprare nuovi treni, raccontare destinazioni, inventare naming che sembrano usciti da un’agenzia creativa in crisi di zuccheri. Poi non facciamo la cosa più elementare: mettere un turista, un pendolare, uno studente, un lavoratore nelle condizioni di prendere quei treni agevolmente e muoversi in modo semplice, smart, europeo.
Smart, appunto. Non da "postale" anni Settanta. Perché lasciamolo stare il turista X, quello che magari, se una destinazione è bella e accattivante, può pure sopportare tutti i disagi. Anche se noi della Calabria del nord-est, che ci siamo appioppati un naming destination discutibile come Terrae Magna Grecia, disconoscendo la nostra destinazione naturale che è Sibari, su questo dovremmo aprire un capitolo a parte.
Prendiamo il pendolare calabrese del nord. Quello che dovrebbe potersi muovere da un lato all’altro della provincia e non può farlo perché è semplicemente assurdo. In condizioni normali, per andare da un punto A dello Jonio a un punto B del Tirreno, servono cambi, incastri, tratte spezzate: Sibari, Castiglione Cosentino, Paola. Questo nella normalità.
Figuriamoci nell’emergenza permanente. Perché oggi, con i lavori sulla linea jonica e con i servizi sostitutivi di Ferrovie dello Stato, le fantasmagoriche bus-navette, anche un tragitto minimo può diventare un calvario. Da Rossano a Sibari, all’ora di punta, per fare una manciata di chilometri tra Statale 106, centri urbani e contrade, si può impiegare anche un’ora.
Insomma, siamo nella melma... fino al collo.
E il punto non è solo il disagio di oggi. Il punto è che questo territorio è prigioniero dei lavori sulla ferrovia jonica da un tempo ormai indecente. I cantieri di potenziamento ed elettrificazione della linea Sibari-Crotone-Catanzaro Lido sono reali, importanti, necessari. RFI indica interventi di adeguamento, velocizzazione ed elettrificazione sulla Jonica, con la tratta Sibari-Crotone interessata fino al 30 giugno 2026 e il progetto più ampio inserito nel piano regionale degli investimenti.
Bene.
Ma quasi dieci anni per “civilizzare” ottanta chilometri di binario sono una misura del nostro fallimento collettivo. Come se fossimo davvero quella tribù da riserva indiana che vive ancora con l’anello al naso, mentre qualcuno, dall’alto, ci concede a rate la modernità.
Poi arrivano i soloni, la politica degli annunci e delle grandi imprese: “Eh, ma il treno qui non lo prende più nessuno”. “Non c’è utenza pendolare”. “È un investimento che va oltre l’utilità commerciale”. “Bisogna capire se conviene”.
E piacere al... a Nicola, verrebbe da dire.
Se per decenni ci avete abituati a treni vecchi, lenti, sporchi, scomodi, diesel, coperti di permafrost d’inverno e pieni di un fuoco infernale d’estate; se i treni nuovi, ibridi e ipertecnologici, li vediamo una volta ogni morte di Papa; se per anni avete reso il treno l’ultima scelta possibile, cosa vi aspettate? Che la gente si svegli una mattina, lasci l’auto sotto casa e riscopra per miracolo la mobilità ferroviaria?
La mobilità è cultura.
Soprattutto quella ferroviaria. È abitudine, fiducia, frequenza, puntualità, comodità, accessibilità. È una comunità che impara a usare un servizio perché quel servizio esiste, funziona e risponde alla vita reale. Nel mondo, in Europa, in Italia e soprattutto al Sud, dove è stata presa sul serio, la mobilità pubblica ha cambiato la narrazione di territori interi. Si veda Napoli che è uscita dal torpore della Circumvesuviana ed ha aperto orizzonti nuovi con una mobilità pubblica efficiente e sostenibile.
Qui invece rischiamo di fare l’ennesima cosa alla calabrese: spendere tanto, aspettare troppo, inaugurare qualcosa e poi accorgerci che manca il sistema.
Perché nel 2028, quando la ferrovia jonica dovrebbe tornare a viaggiare a pieno regime, finalmente elettrificata e con treni nuovi — non moderni, perché tra due anni quegli stessi treni saranno già stati usurati da qualcun altro e certamente non da noi cittadini della Calabria del nord-est — il rischio è enorme.
Il rischio è aver speso più di un miliardo di euro per continuare a fare viaggi della speranza.
Se non si inizia ora a costruire una nuova cultura del treno, se non si mettono a terra oggi i provvedimenti strutturali necessari, se non si ragiona seriamente sulla realizzazione della lunetta di Sibari non come penalizzazione della stazione, ma come strumento per rendere più accessibile e connesso tutto il mondo a sud di Sibari, se non si potenzia la linea ferroviaria a nord verso Metaponto, se non si costruiscono coincidenze intelligenti, servizi cadenzati, collegamenti veri tra costa ionica, Tirreno, aeroporti e città, avremo solo una bella infrastruttura senza popolo.
E un’infrastruttura senza popolo che continuerà a parlare di turismo inconsapevole che poi un viaggiatore, per andare da Corigliano-Rossano a Praia a Mare, deve vivere un pellegrinaggio ferroviario. Di una Calabria che continuerà di destagionalizzazione senza collegare le destinazioni. Che continuerà a parlare di borghi, mare, montagna, Sibari, Pollino, Alto Jonio, Tirreno, ma con con spostamenti interni che continueranno ad essere una prova iniziatica.
Ecco perché qui non manca soltanto il treno.
Manca l’idea che il treno possa essere vita quotidiana. Manca la normalità. Manca il rispetto per chi non vuole o non può usare l’auto. Manca una politica dei tempi, prima ancora che dei trasporti.
Perché quattro ore e mezza per 141 chilometri sono la dichiarazione di arretratezza che continuiamo a vivere. Con il rischio dell'assuefazione.