Trebisacce, l’accoglienza raccontata da chi l’ha vissuta: «Io sono» diventa una storia di dignità e futuro
La Giornata Mondiale del Rifugiato ha portato sul lungomare testimonianze, memoria e integrazione. Al centro il racconto di Abdou Yahya Mahamat, beneficiario SAI originario del Sudan, e un modello di accoglienza attivo in città dal 2014
TREBISACCE – Non numeri, non statistiche, non categorie. Ma persone, volti e storie. È partito da qui “Io sono…”, l’appuntamento con cui Trebisacce ha celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato 2026, trasformando Piazza San Francesco in uno spazio aperto di confronto sull’accoglienza, sull’integrazione e soprattutto sul significato umano della migrazione.
L’iniziativa, organizzata dalla Cooperativa Sociale Le Nove Lune ETS insieme al Comune di Trebisacce, si è svolta il 4 agosto con il convegno “Ti racconto la migrazione – storie ed esperienze dirette di chi ha vissuto il viaggio e l’arrivo in Italia”. Una scelta già significativa nel titolo: lasciare parlare chi la migrazione l’ha attraversata sulla propria pelle.
Ad aprire il confronto sono stati i saluti di Anna Franca Bilotto, presidente della Cooperativa Le Nove Lune, seguiti dagli interventi di Carmela Vitale, responsabile dell’Area Socio-Culturale e dell’Ufficio Politiche Sociali, e dell’assessora alle Politiche Sociali Mimma De Marco.
Al centro, il percorso costruito negli anni attraverso il progetto SAI, il Sistema di Accoglienza e Integrazione che a Trebisacce affonda le proprie radici nel 2014, quando l’Amministrazione comunale decise di attivare quello che allora era ancora lo Sprar.
Il viaggio di Abdou, dalla fuga alla ricerca di un futuro
Il momento più intenso della serata è arrivato con la testimonianza di Abdou Yahya Mahamat, beneficiario del progetto SAI di Trebisacce e originario del Sudan.
Abdou ha raccontato le tappe del proprio lungo viaggio e la determinazione con cui sta cercando di costruire una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia. Una storia capace di riportare il dibattito sull’immigrazione alla sua dimensione più concreta: dietro ogni arrivo ci sono percorsi, paure, separazioni e il tentativo di ricominciare.
Ed è proprio questo il senso dell’iniziativa: sottrarre l’accoglienza alla contrapposizione astratta e mostrarne il volto quotidiano.
Nel corso dell’incontro è intervenuto anche Padre Roger Ntabala, parroco di Santa Maria del Piano a Villapiana, che ha presentato l’esperienza di “Oasis de Miséricorde / Africa”, progetto nato in Calabria con l’obiettivo di realizzare nella Repubblica Democratica del Congo un centro dedicato all’assistenza sanitaria, all’istruzione e al sostegno sociale.
Acquaformosa, la memoria arbëreshe e l’accoglienza
Un altro filo della serata ha legato migrazione e identità attraverso la presentazione del libro “Sono un arbëreshe”, dedicato all’esperienza di Acquaformosa e alla scelta di trasformare l’accoglienza in un tratto della propria azione culturale e politica.
È intervenuto Giovanni Manoccio, presidente dell’associazione Don Vincenzo Matrangolo ETS, ripercorrendo cinquant’anni di esperienze personali e battaglie e insistendo sul legame tra memoria, identità e capacità di accogliere.
Un passaggio non secondario: ricordare che anche le comunità che oggi accolgono sono spesso il risultato di migrazioni, contaminazioni e stratificazioni avvenute nel corso della storia.
Mundo: «Una scelta che Trebisacce fece già nel 2014»
A chiudere il confronto è stato il sindaco Franco Mundo, che ha ricordato la scelta compiuta dall’Amministrazione nel 2014 di aderire allo Sprar, oggi SAI.
Un percorso che, secondo quanto emerso durante la serata, continua a rappresentare uno strumento attraverso il quale restituire dignità e prospettive a persone provenienti da situazioni di forte difficoltà.
La giornata si è poi spostata in Piazza B. Telesio, dove il Festival delle Radici ha accolto il concerto di Sandro Sottile, affidando alla musica il compito di chiudere simbolicamente il cerchio dell’integrazione.
Trebisacce ha scelto così di celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato non con una commemorazione formale, ma mettendo sullo stesso palco amministratori, operatori sociali, religiosi e soprattutto chi ha conosciuto direttamente il viaggio migratorio.
Perché l’accoglienza, prima ancora di essere un progetto finanziato o un servizio pubblico, comincia da una domanda elementare: chi è la persona che abbiamo davanti? La risposta, questa volta, era già nel titolo della giornata: «Io sono».