«Livatino è ancora scomodo perché dimostra che si può dire di no». Il ricordo di Garofalo
Nel giorno dell’anniversario dell’uccisione del magistrato, il presidente del Centro Studi Giorgio La Pira di Cassano richiama l’attualità della sua testimonianza: «Ai giovani insegna che anche nelle situazioni difficili si può essere liberi»
CASSANO JONIO – Una testimonianza che continua a porre domande a chi esercita una responsabilità pubblica. Nel giorno dell’anniversario dell’uccisione di Rosario Livatino, il presidente del Centro Studi Giorgio La Pira di Cassano all’Ionio, Francesco Garofalo, richiama soprattutto l’attualità della figura del magistrato siciliano. «Perché Rosario Livatino è scomodo. E proprio per questo dobbiamo ricordarlo», afferma Garofalo.
Livatino aveva 37 anni quando, il 21 settembre 1990, venne assassinato lungo la statale Agrigento-Caltanissetta mentre si recava in tribunale senza scorta. Aveva condotto indagini sulla criminalità organizzata agrigentina e nel 2021 la Chiesa cattolica lo ha proclamato Beato, riconoscendone il martirio.
Per Garofalo, tuttavia, il significato della sua storia non sta nella costruzione postuma di un eroe, ma nella normalità con cui esercitava il proprio lavoro. «Ha dimostrato che si può dire di no. Rifiutava compromessi, raccomandazioni, telefonate di amici degli amici. Non perché era un fanatico, ma perché credeva che il diritto servisse a proteggere gli ultimi».
Il presidente del Centro Studi richiama anche la profonda dimensione religiosa del magistrato e quella sigla, “S.T.D.” – Sub Tutela Dei, che Livatino era solito utilizzare nei propri scritti.
Una fede che, nella lettura di Garofalo, non diventava ostentazione né strumento di potere, ma responsabilità personale nell’esercizio della funzione pubblica. «Non era antimafia di facciata. È un Beato, non un monumento», sottolinea Garofalo, indicando soprattutto nei giovani i destinatari più importanti della memoria di Livatino.
A oltre trent’anni dall’omicidio, è proprio qui che il ricordo del magistrato continua ad avere un significato civile: non soltanto nella condanna della mafia che lo uccise, ma nell’idea che legalità e libertà si misurino anche nelle scelte quotidiane, quando dire di no ha un costo.
«Ai giovani – conclude Garofalo – Livatino dice una cosa che nessuno dice più: anche in situazioni difficili si può essere liberi».