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Abbiamo un nemico comune

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I campi profughi in Libia sono un inferno a cielo aperto. L’Ade schizzato fuori dalle viscere della terra e lasciato lì, in bella vista, davanti agli occhi del mondo. Da lì arrivano gli ultimi della terra. La tratta subsahariana: Sudan, Nigeria, Ghana, Benin. Donne, bambini, uomini. Dentro quei campi c’è sia Sodoma che Gomorra. E ancora più dimenticata è la rotta asiatica: Pakistan, Afghanistan, Iraq. Scappano dalla guerra. Scappano dalla povertà. Scappano da tutto.

La destra, che ha dimenticato di essere destra, oggi si pavoneggia agitando un unico spauracchio: la remigrazione. La sinistra, che ha sconsacrato le battaglie sociali, ha finito per fare proprie soltanto quelle civili, come se ogni ambizione umana fosse diventata una libertà.

Non è vero che il problema sia semplicemente l’immigrazione. Il problema è la disperazione. Queste persone non sono immigrati nel senso in cui spesso vengono raccontati. Sono semplicemente morti che camminano, ragazzi senza un’infanzia.

Cosa accade quando un uomo e una donna cercano di attraversare il Mediterraneo? Hanno una sola possibilità: fingersi una famiglia. Allora si mettono d’accordo. Fanno figli, più di uno. I bambini, sulle carte d’identità, hanno come luogo di nascita – come se fosse la città della cicogna e non uno Stato – la Libia e hanno nomi che hanno che fare con la prosperità, con il destino e con i miracoli. Se figli non ne fanno, prendono con sé gli orfani, che sono migliaia. Nascono così famiglie che non esistono, destinate a riempire le nostre strade e le nostre scuole. Figli di nessuno.

Li ho conosciuti. Ragazzi che non avevano nemmeno una lingua. Né il broken English, né l’italiano, né l’arabo. Nessuna parola. Catapultati nel mondo dove, se non possiedi il linguaggio, muori una seconda volta. Uno di loro aveva lo stesso nome di Gesù. A Natale espresse il desiderio di avere delle caramelle, la sua pizza preferita era una margherita con l’ananas.

I famosi trenta euro non finiscono nelle loro tasche. Finiscono dentro un sistema che, come hanno raccontato anche intercettazioni della ’ndrangheta, rende perfino più del traffico di droga.

Poi arrivano in Italia. La donna resta con i figli. L’uomo, molto spesso, riparte. Perché l’Italia non è mai stata il traguardo. È soltanto una stazione. Il sogno è un altro: Francia, Germania, Belgio, Inghilterra. L’Italia è un corridoio.

E arrivano poveri in una terra, la Calabria prima di tutte, dove esiste già un’altra miseria. Ma è una miseria indigena, quella delle file ai supermercati, quella dei sepolcri imbiancati. Non c’entra con gli stranieri. C’entrano le disuguaglianze, che crescono ogni anno, sempre più radicali. Lo sfruttamento è ovunque. Sfrutta il nostro vicino di casa, sfrutta un nostro parente, sfruttiamo noi nel banco frutta e verdura. Tutto questo lo vivono ormai troppe persone che fanno finta di nulla. Lo vivono i ragazzi che si affacciano al lavoro. Sorridono, ostentano e ci si fanno una birra su. Ma sono schiavi anche loro. Basterebbe questo per costruire un abbraccio collettivo.

E poi c’è il minore non accompagnato. L’adolescente che arriva da territori devastati dalla guerra e dalla violenza. Molti di loro hanno conosciuto un verbo all’infinito nell’inconscio che scandalizza soltanto chi può permettersi di ignorarlo: stuprare. Filles perdues, così le chiamano le ragazze che partono dal Senegal e che non rivedranno mai più.

Arrivano qui pieni di rabbia, di fame, di umiliazione. E si trovano davanti un’altra ingiustizia: la disuguaglianza. La prima cosa che desiderano è un vestito di marca. Non è semplice consumismo, e manco voluttà. È una ricerca disperata di dignità. È una cultura dell’orgoglio che attraversa parte della diaspora africana. È la stessa matrice da cui, molti decenni fa, nacque l’hip hop negli Stati Uniti: trasformare il marchio dell’emarginazione in un segno di esistenza. “Loro” non vogliono essere come “noi” perché di noialtri – giustamente – non sanno di che farsene.

L’hip hop negli Usa nasce dall’esperienza della marginalità, non dall’inclusione dell’ipocrisia. Le sue radici affondano nella diaspora africana e nel bisogno di trasformare il dolore in creazione. Nasce dall’idea che la parola possa restituire dignità a chi è stato privato della voce. È la tradizione dei griot, i custodi della memoria orale dell’Africa, che raccontavano la storia del loro popolo attraverso il ritmo e la narrazione. Il rapper, in fondo, raccoglie quella stessa eredità.

Esistono due figure che hanno insegnato al mondo il significato della dignità. Una è Gesù Cristo, che ci ha mostrato come chi viene schiacciato possa risorgere in soli tre giorni. L’altra è africana, laica, rivoluzionaria. Si chiamava Thomas Sankara. Giovane presidente del Burkina Faso, assassinato perché aveva osato immaginare un’Africa libera.

Disse una frase che vale per l’Africa, per l’Asia, per la Sibaritide e per la Calabria: «Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune».

Josef Platarota
Autore: Josef Platarota

Nasce nel 1988 a Cariati. Metà calovetese e metà rossanese, consegue la laurea in Storia e Scienze Storiche all’Università della Calabria. Entra nel mondo del giornalismo nel 2010 seguendo la Rossanese e ha un sogno: scrivere della sua promozione in Serie C. Malgrado tutto, ci crede ancora. Ha scritto per Calabria Ora, Il Garantista, Cronache delle Calabrie, Inter-News, Il Gazzettino della Calabria e Il Meridione si è occupato anche di Cronaca e Attualità. Insegna Lettere negli istituti della provincia di Cosenza. Le sue passioni sono la lettura, la storia, la filosofia, il calcio, gli animali e l’Inter. Ha tre idoli: Sankara, Riquelme e Michael Jordan.