Dateci lavoro (vero), del resto non sappiamo che farcene
Non basta chiedere sicurezza, repressione e ordine pubblico. In una terra che muore di povertà serve lavoro vero, dignitoso, pagato bene. Anche nei campi
Dateci lavoro. Ma lavoro vero. Lavoro dignitoso. Lavoro di qualità. Perché di tutto il resto, francamente, non sappiamo che farcene. Non sappiamo che farcene delle prediche. Non sappiamo che farcene dei moralismi. Non sappiamo che farcene di quelli che scoprono la disperazione solo quando diventa cronaca nera, sangue, arresto, processo, lutto.
Questa terra non ha bisogno soltanto di manganelli, telecamere, ordinanze, ronde morali e frasi fatte sulla legalità. Ha bisogno di lavoro.
Perché qui ormai c’è tutto il magma della disperazione. C’è la povertà degli stranieri e c’è la povertà degli italiani. C’è chi arriva da lontano e finisce ammassato negli appartamenti-ghetto. C’è chi vive da comunitario europeo in baraccopoli da Terzo mondo, da decenni. C’è chi muore ammazzato da presunti caporali che poi dicono di non essere caporali (e chissà come finirà la storia di Amendolara!). C’è chi lavora nei campi per quattro soldi, chi viene trasportato come merce bestiame, chi dorme dove capita, chi vive sotto ricatto.
Poi ci sono i pensionati soli nelle case, senza figli, perché i figli se ne sono andati a cercare lavoro, vita e speranza altrove. Ci sono giovani a spasso, mangiati dalla disoccupazione, dai disservizi, dalla noia, dalla rabbia, dalla sensazione di non servire a niente. Ci sono quei pochi spicci buttati nell’alcol (per dimenticare) e nel gioco d’azzardo (per inseguire un gruzzoletto che non arriverà mai).
Certo, guardandoci intorno sembra tutto normale. Outfit all’ultimo grido, macchinoni rombanti che costano tre cifre di migliaia di euro, happy hour, notti mondane, tavoli pieni, locali pieni, selfie pieni. C’è anche questo. Non siamo ipocriti. C’è la vetrina, c’è la scena, c’è la città che vuole apparire viva.
Ma quelli con le pezze al culo non li vede nessuno.
E sono tanti. Forse la maggioranza. Non fanno rumore, non postano, non brindano, non occupano il centro della fotografia. Stanno nelle case, nei quartieri, nelle campagne, negli scali, nei paesi interni, nei bilanci familiari saltati, nelle bollette non pagate, nei frigoriferi mezzi vuoti, nei lavori a giornata, nelle cure rimandate.
E non parlo solo degli stranieri. Quella è una parte. Una parte enorme, drammatica, vergognosa. Ma c’è anche il resto della società indigena e indigente. Quella stanziale. Quella che vive qui da generazioni, secoli, millenni. Quella che non ha nemmeno più la forza di indignarsi perché la povertà, quando dura troppo, diventa abitudine.
Per classificare questa gente hanno inventato il metro del “merito”. Bella parola. Pulita. Elegante. Perfetta per non sporcarsi le mani.
Se riesci, vali. Se non riesci, affari tuoi. Puoi fallire dolcemente e... con merito. Perché nella società che abbiamo costruito, se resti indietro vali zero.
Ma nessuno si chiede quanto vale davvero quel merito. E soprattutto da dove viene.
Nessuno si chiede quanti ragazzi non vanno a scuola non perché sono “cap e ciucci”, ma perché devono portare il pane a casa. Nessuno si chiede quanti non vanno all’università perché hanno un genitore malato, una madre da accompagnare fuori regione, un padre da assistere, un fratello da curare. Nessuno si chiede quanti fanno i caregiver gratis, quanti si spaccano la schiena per tenere in piedi una famiglia, quanti rinunciano prima ancora di iniziare.
Questo sarebbe il merito?
E non veniteci a dire che sono casi isolati. Non esistono casi isolati. Definirli così è solo il modo più comodo per non affrontare il problema. Ed è li che esplode la disperazione.
Microcriminalità, criminalità, bullismo, violenza, prevaricazione, rabbia. Quando accadono le cose siamo tutti bravi a condannare. Tutti bravi a invocare repressione, punizione, carcere, legge marziale, ordine. Ma quasi nessuno si chiede perché quelle cose accadano. Come ci siamo arrivati. Che cosa c’era prima del gesto, prima del reato, prima della caduta.
La repressione diventa l’unico sistema possibile per eliminare il problema. Peccato che spesso elimini il sintomo, non la malattia.
E la malattia si chiama povertà, non solo economica, ma culturale, sociale e di consapevolezza.
E proprio contro questa povertà servirebbe una battaglia con il sangue agli occhi. Non per chiedere assistenzialismo, ma lavoro. Lavoro dignitoso, vero, reale. Lavoro che elevi la qualità della vita in un territorio rimasto con le terga esposte totalmente al sole.
Stiamo morendo di fame. Tutti. Non solo gli stranieri.
E invece qui si pensa troppo spesso al manganello. Anche ai tempi di Sua Eccellenza, però, la regola era “libro e moschetto”. Non solo moschetto. E per mettere un libro in mano a un ragazzo servono soldi. Serve una casa che regga. Serve un genitore che abbia la dignità del lavoro.
Incazziamoci per questo.
Prima di chiedere fustigazioni. Prima di invocare il pugno duro. Prima di dire che i ragazzi sono persi, che gli stranieri sono un problema, che la città è violenta, che la società è marcia.
Dateci lavoro.
Anche nei campi, soprattutto nei campi. Ma non più a cinque euro l’ora. Non più con paghe da fame. Non più con corpi piegati, schiene rotte, giornate rubate, dignità calpestate.
E per farlo bisogna dire anche un’altra cosa, scomoda per alcuni - paladini del nulla - ma necessaria: bisogna mettere nelle condizioni anche gli imprenditori agricoli, i cosiddetti padroni, i latifondisti, di essere competitivi sul mercato senza scaricare tutto sull’ultimo anello della catena.
Perché se vogliamo che un’azienda agricola paghi davvero i lavoratori secondo tariffari giusti, allora dobbiamo creare le condizioni perché quella stessa azienda non sia costretta a svendere il prodotto alla grande distribuzione e poi rifarsi sulla qualità salariale di chi raccoglie. Dobbiamo darle infrastrutture, logistica, piattaforme del freddo, porti, aeroporti, capacità contrattuale, trasformazione industriale, forza commerciale.
Dobbiamo metterla nelle condizioni di fare il prezzo. Non di subirlo.
Altrimenti vantarsi di una Calabria con un export agroalimentare superlativo serve a poco, se poi quel prodotto è macchiato dal sangue e dal sudore dell’indigenza.
Bene la presa di posizione del presidente Occhiuto contro ARERA, per rivendicare che in Calabria l’energia debba costare meno dal momento che produciamo più energia di quanta ne consumiamo. Bene dire che il vantaggio energetico deve diventare leva competitiva per famiglie e imprese.
Ma il presidente non dimentichi il comparto agricolo. Perché l’agricoltura potrebbe rivendicare la stessa cosa se venisse finalmente messa nelle condizioni di diventare industria. Non folclore. Non cartolina. Insomma, non clementine da esibire alle fiere ma industria vera. Con filiere solide, trasformazione, logistica, mercati, export fatto al nostro prezzo e non al prezzo imposto da altri.
E non si usino le idee di investimento fallite come grimaldello per i dispettucci politici. La storia di Baker Hughes è stata archiviata troppo facilmente. Bollata come miopia del territorio e del sindaco Stasi. Certo, il territorio inerme e il sindaco troppo lento su quell’argomento hanno le loro colpe. Gravi, gravissime. Ma vorremmo vedere anche l’altra faccia della medaglia.
Perché su un investimento da decine di milioni di euro non è possibile che non potesse esistere una mediazione delle sfere istituzionali sovracomunali. Non è possibile che un territorio perda occasioni industriali e poi resti a guardare, mentre intanto si predica sviluppo, lavoro, legalità, crescita, giovani, futuro.
Nel frattempo continuiamo a morire di povertà.
A scannarci come capretti per un pezzo di pane. A chiedere giustizia e fustigazione quando, invece, servirebbe una sola cosa: Lavoro.
Lavoro buono. Lavoro pagato. Lavoro che non ricatti. Lavoro che non umili. Lavoro che non costringa a partire, a bere, a giocare, a rubare, a sfruttare, a essere sfruttati. Tutto il resto viene dopo.
Perché senza lavoro non c’è sicurezza. Senza lavoro non c’è scuola. Senza lavoro non c’è famiglia. Senza lavoro non c’è legalità. Senza lavoro non c’è futuro. E senza lavoro non c'è nemmeno merito! C’è solo una terra che viene giudicata, accusata, punita... continuando a morire di fame.