Landini si incazza ma la manifestazione di ieri è arrivata tardi
Ad Amendolara il Paese ha scoperto ciò che qui si denuncia da anni: il caporalato non nasce con una strage e non si combatte con l’indignazione in ritardo
L’Italia è dissociata dalla realtà della Calabria del nord-est.
Noi che questo territorio lo viviamo da sempre lo abbiamo sempre saputo, ma ieri ad Amendolara ne abbiamo avuto l’ennesima testimonianza. Il mainstream della politica e dei sindacati nazionali è un conglomerato di parole che si parla addosso.
Tant’è che ieri, a quel corteo nazionale organizzato per “indignazione” contro la morte atroce di quei quattro poveri cristi di braccianti agricoli arsi vivi in un’auto, davanti a una stazione di rifornimento, c’era un popolo timido.
Anzi, a dire la verità, per essere una manifestazione a carattere nazionale organizzata dal più grande sindacato italiano, con la partecipazione dei tre partiti maggiori dell’opposizione — Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra — e anche di una corposa schiera di contro-manifestanti dell’USB, da sempre in rotta con la Cgil, possiamo dire che non c’era proprio nessuno.
E non perché la gente sia apatica o omertosa rispetto a fatti cruenti, atroci, inqualificabili come quello accaduto l’1 giugno ad Amendolara.
No.
Semplicemente perché la gente si è rotta le palle delle passerelle.
Perché in fondo quella di ieri, al pari di quella sulle sponde del Crati di qualche settimana fa, questo è stata: una passerella per dirci quello che qui sappiamo da sempre. Ma soprattutto per dirci quello che non è stato fatto e non si sta facendo, a livello nazionale, per questo territorio. Ma in realtà per la Calabria del nord-est nessuno ha mai fatto nulla oltre a elargire il contentino.
Qui il caporalato esiste da sempre. E il caporalato schiavista straniero esiste da almeno vent’anni.
Eppure, in vent’anni, nessuno — da destra a sinistra, al governo, nei sindacati, nei partiti, a prescindere dal colore politico — ha mai fatto davvero qualcosa per estirpare questa malapianta.
Quindi, predicozzi anche meno.
E dispiace anche che il segretario Landini, a un’obiezione arrivata dai microfoni dell’Eco dello Jonio sul fatto che la manifestazione di ieri fosse stata intempestiva, arrivata troppo tardi, si sia risentito.
«Venite a dirlo proprio a noi?», ci ha detto. «Noi che da un paio d’anni stiamo chiedendo il rispetto delle regole sul caporalato». Regole che ci sono, ovviamente. Ma che restano inapplicate.
Certo, segretario, lo chiediamo a lei perché è lei che ha convocato questa manifestazione. È lei che ci parla di una pressione sul Governo arrivata solo negli ultimi due anni, quando qui la drammaticità del caporalato è vecchia come il cucco.
E lo abbiamo chiesto proprio a lei perché ogni giorno vediamo tantissimi suoi segretari territoriali fare il loro lavoro. Lo fanno bene, lo fanno con abnegazione, lo fanno contro il caporalato. Eppure ci sembra che, in questa battaglia, siano più soli che mai.
Ecco perché più che una manifestazione dopo la strage di Amendolara, che speriamo sia stata l’apice di una stagione buia, nera, tristissima e dolorosissima, ci saremmo aspettati un presidio permanente della Cgil nazionale e di tutti i sindacati davanti alle stanze del Governo.
Non solo adesso. Ma già da quando, quattro anni fa, iniziarono a suonare i primi campanelli d’allarme della violenza, con un’escalation di atti intimidatori che ha portato alla distruzione di centinaia di autovetture e all’apertura di quella che a tutti è sembrata una guerra tra bande di caporali.
Da quando le forze dell’ordine di questo territorio, con il coordinamento della Procura di Castrovillari, hanno portato alla luce le case-ghetto, la nuova frontiera delle baraccopoli invisibili.
Da quando, in questi anni, abbiamo registrato le morti silenziose di ragazzi stranieri, anche loro braccianti, anche loro inghiottiti da solitudine, sfruttamento e disperazione.
Da quando, nel novembre scorso, un ragazzo marocchino, a Corigliano-Rossano, anche lui lavoratore delle terre, venne ucciso per aver preteso 10 euro.
Ecco: i quattro morti di Amendolara sono l’apice. Ma sono anche la cartina di tornasole di un’ipocrisia imperante che aleggia non solo in questo territorio, ma anche nelle sedi nazionali di sindacati e partiti politici.
Erano morti evitabili, se solo si fosse alzata in tempo la cortina difensiva dell’indignazione, del monitoraggio civico, della consapevolezza.
Incazzarsi oggi, risentirsi adesso per una domanda legittima e reale, dà solo la misura del fatto che, con la storia del caporalato, tutti hanno colpe.
Nessuno escluso.