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Dietro l'export d’oro c’è l’odore della carne bruciata

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E allora, dopo Amendolara, nessuno potrà più dire di non sapere. Non potranno dirlo le istituzioni. Non potranno dirlo le organizzazioni agricole. Non potranno dirlo i sindacati. Non potranno dirlo i Comuni. Non potrà dirlo la politica, quella che si riempie la bocca di export, eccellenze, mercati, crescita, identità, di una Calabria Straordinaria capace di farcela.

Ora siamo al punto zero. Quello della consapevolezza. Perché la Piana di Sibari non è soltanto il giardino produttivo della Calabria. Non è soltanto il distretto delle clementine, dell’ortofrutta, delle cassette che partono, dei numeri da sventolare nei convegni, delle bollicine da stappare al Vinitaly o delle foto sorridenti davanti agli stand.

La Piana di Sibari è anche un enorme ventre sociale nel quale da anni si muovono migliaia di uomini e donne che lavorano, abitano, viaggiano e sopravvivono dentro una zona grigia che fa comodo a troppi.

La strage di Amendolara non è un fulmine a ciel sereno. E purtroppo lascia allibito solo chi questa realtà non la conosce. O, peggio, chi ha deciso di far finta di non conoscerla. Perché quattro poveri cristi bruciati vivi dentro un’auto, in una scena che sembra arrivare dalla scena di un film girato nel pieno centro di Nairobi e invece accade sulla nostra Statale 106, non sono l’anomalia. Sono il punto più nero di un sistema che da troppo tempo produce ricchezza da una parte e marginalità dall’altra.

E qui bisogna smetterla con il coro ipocrita dell’indignazione postuma. Fa schifo la tragedia, certo. Ma fa quasi più schifo il teatro di quelli che scoprono oggi il dramma. Le dichiarazioni contrite, le facce gravi, i comunicati istituzionali, le troupe televisive nazionali che scendono qui a meravigliarsi, come se Amendolara fosse un meteorite caduto per caso sulla Calabria del nord-est.

No. Non è caduto niente dal cielo. È tutto qui, davanti agli occhi, da anni.

A testimoniare questa situazione ad altissima tensione. Ci sono le auto incendiate. Decine, centinaia, sempre dentro la stessa matrice opaca della guerra tra bande, del controllo dei lavoratori, dei caporali, dei trasporti, dei posti letto, dei debiti, delle paghe, delle giornate rubate. Ci sono persone stipate negli appartamenti. C'è ogni mattina, dalle 4.30 in poi, il "censimento negriero" nella piazzetta di Schiavonea o lungo via Nazionale a Rossano, dove il caporale di turno decide chi deve andare a lavorare nei campi e a che prezzo. Ci sono, poi, ragazzi arrivati da Paesi lontani con l’illusione di costruirsi un futuro e finiti dentro meccanismi di ricatto, solitudine, dipendenza.

E ogni tanto qualcuno muore.

Si impicca in un appartamento anonimo di Rossano Scalo. Sparisce dentro una cronaca minima. Finisce bruciato in un’auto ad Amendolara. E allora tutti scoprono la parola caporalato.

Ma il verbo non basta più. Perché qui il problema non è solo il caporale con la faccia feroce. Il problema è il sistema che gli lascia spazio. È la convenienza diffusa. È il silenzio attorno. È la filiera che vuole essere pulita in vetrina e sporca nel retrobottega. È il paradosso osceno di una Calabria che cresce nell’export e non si chiede abbastanza chi stia pagando quella crescita.

Siamo diventati bravi a raccontare il vino, le clementine, l’olio, l’ortofrutta, le aziende modello, i premi, i mercati nazionali, le fiere internazionali. Benissimo. Ma adesso bisogna fare la domanda più scomoda: chi incassa e chi paga davvero?

Chi guadagna sulla reputazione delle nostre eccellenze? Chi si prende il margine? Chi scarica il costo del lavoro sull’ultimo anello della catena? Chi pretende qualità, tempi, quantità, competitività e poi chiude gli occhi quando quella competitività si regge sulle spalle dei nuovi schiavi?

Facciamo tutte le distinzioni del caso, per carità. Ci sono aziende serie, imprenditori perbene, produttori che rispettano le regole, cooperative che lavorano con dignità, agricoltori strangolati anche loro da prezzi, grande distribuzione, costi, burocrazia e mercato. Nessuno vuole buttare fango su un intero comparto.

Ma proprio per questo chi lavora pulito dovrebbe essere il primo a pretendere pulizia.

Perché il caporalato non rovina solo la vita dei lavoratori sfruttati. Avvelena tutto. Droga la concorrenza. Umilia gli imprenditori onesti. Sporca il nome dei prodotti. Trasforma l’eccellenza in ipocrisia. Mette sangue dentro il succo delle clementine e dentro i brindisi della Calabria che esporta.

E allora non basta più dire che "bisogna fare piena luce” anche perché a quella ci pensano Procura e Forze dell'Ordine e ci pare che stiano facendo un ottimo lavoro. La luce andava accesa prima. Ma con i fari abbaglianti su una società che sa vestirsi solo di ipocrisia

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.