5 ore fa:“Magie e Fantasie natalizie” a Villapiana, domani presentazione del cartellone con tutti gli eventi
7 ore fa:“S3 Kinder I.C. Erotodo”: parte il progetto tra l’Istituto e la Corigliano Volley
7 ore fa:Riparte il Rural Food Festival, momento esperienziale per adulti e bambini
5 ore fa:Cosenza, al Museo dei Brettii viaggio multisensoriale per i non vedenti
8 ore fa:Movimento del Territorio sul randagismo: «Bimbo aggredito ad Apollinara, pericolo dietro l’angolo»
7 ore fa:Abate (Gruppo Misto) sul Porto di Co-Ro: «Soddisfatta per l'esito della riunione»
8 ore fa:Mauro Dolce è il settimo assessore regionale, Occhiuto: «Sarà raccordo tra Regione e Ministeri»
7 ore fa:A Policoro i Campionati Italiani di Calcio Balilla Paralimpico
6 ore fa:Federazione regionale Claai: «Soddisfazione per la nomina di Francesco Beraldi alla presidenza dell'Edilcassa»
8 ore fa:Riscaldamento scuole a Co-Ro, Viteritti: «I ritardi, causati da reti vetuste, saranno risolti nelle prossime ore»

Le sorprendenti risorse della montagna e delle piante calabresi e silane. Senza conoscenza non c’è rilancio

4 minuti di lettura

Il rapporto con le piante  accompagna fin dall’origine la storia dell’uomo: per esso le piante sono state alimento, medicina, materia prima per attrezzi e utensili, giochi, leggende, credenze, mito, colorante, mezzo per adornare e accrescere la bellezza del corpo, ecc. Ecco perché non esiste civiltà nella storia che non abbia legato il proprio sviluppo  alla conoscenza e all’utilizzo delle piante. In Calabria, il sistema di saperi che orbita intorno al mondo delle piante è quanto di più articolato e complesso si possa immaginare. Il rapporto che il popolo calabrese ha instaurato e consolidato con il regno vegetale nei millenni si stima in circa 10.000 relazioni. Nella tradizione etnobotanica calabra si rilevano in modo evidente e inequivocabile  le tracce lasciate dai popoli italici, bruzi, greci, punici, romani, goti, longobardi, arabi, ebrei, normanni, svevi, francesi ecc..  Non c’è pianta di cui le popolazioni, localmente, non abbiano saputo valorizzare le specifiche proprietà: dalla gastronomia alla medicina, dalle costruzioni all’arte tintoria, dagli strumenti musicali ai prodotti cosmetici, dai giochi all’artigianato tessile. Analogamente, si può senza ombra di dubbio affermare che non esiste settore dell’attività umana nel quale le piante non abbiano avuto un ruolo.Tra le specie vegetali studiate e contemplate nello studio etnobotanico in gran parte come novità si ricordano l’albero della manna o dell’antico zucchero calabrese, della ciofeca, dell’inchiostro, dell’aspirina, della prima gomma da masticare, della prima pasta al sugo prima della scoperta delle Americhe e le cinquantina specie di “cicorie” un tempo usate comunemente nell’arco silano. Nell’etnobotanica silana il Pino laricio (o Pino silano) occupa un posto di primissimo piano nella storia antica e moderna dei popoli del mediterraneo, tanto da essere considerata una pianta simbolo tra le specie forestali della montagna calabrese. Questa pianta era molto nota, ad esempio, agli antichi romani sia per la qualità del legname (molto utilizzato per travature e per costruzioni navali) e sia perché da essa si otteneva una resina molto famosa, universalmente conosciuta come pece bruzia, ritenuta la più profumata e apprezzata del mondo antico, tanto che Strabone scrisse: “…la Sila produce la pece migliore che si conosca, detta pece bruzia”. La pece bruzia fu infatti tradizionalmente utilizzata per impregnare le navi della flotta di Roma Antica, mentre le travi per realizzare San Pietro in Roma, San Paolo fuori le mura, i piloni di Piazza San Marco a Venezia e insieme all’abete bianco la Reggia di Caserta costruita per competere con Versailles a Parigi. La resina, per millenni ottenuta mediante incisioni a spina di pesce praticate sul tronco degli alberi, è stata largamente utilizzata nel passato sia per le sue proprietà medicinali che per usi veterinari (contropustole e bolle), in enologia  e in cucina (pillole di resina per la cottura della carne). Di grande interesse è l’utilizzo della resina per l’immobilizzazione delle fratture in alternativa al più comune gesso; ma era anche un utile rimedio contro le mani screpolate e per lenire i dolori allo stomaco; si riteneva, inoltre, che ingoiare palline di resina stimolasse l’appetito; la pece calda, applicata sulle tempie, su contusioni, piaghe e parti dolenti aveva un importante effetto analgesico; dal legno si estraeva un olio impiegato per curare le piaghe; il decotto di gemme, menta o puleggio  era impiegato come tossifugo e contro le broncopatie. Nell’area della Sila i calzolai usavano mischiare la resina alla cera d’api per ammorbidire lo spago impiegato per la cucitura a mano delle scarpe.

Dalle radici dei ceppi di piante morte qualche tempo prima, si estraeva - e si estrae ancora oggi - la deda (teda), cioè pezzi di legno resinoso che, ridotto a scaglie, serve per accendere velocemente il fuoco. Una particolare tecnica, consistente nel disporre la legna verticalmente in appositi forni con il fuoco alimentato dall’alto, consentiva di ottenere catrame e da questo, per cottura, la pece nera.  Alla pratica della resinazione e alla produzione della pece è collegata, in un certo senso, la vita di San Leo d’Africo, monaco basiliano a cui si attribuisce - tra gli altri - il miracolo della trasformazione della pece in pane. San Leo, onorato come il Santo dei boscaioli, è infatti raffigurato nella iconografia con un’accetta in una mano e con un pane di pece nell’altra. In alcune aree della Calabria, come a Fossato Serralta (CZ), il legno di pino laricio, tagliato a strisce sottili, veniva utilizzato per la costruzione di panieri, cesti e altri lavori di intreccio. Si segnala, infine, che la corteccia del pino laricio è stata usata in passato per ottenere il colore giallo. I tronchi furono utilizzati anche per la realizzazione della rete telegrafica e telefonica italiana, in tutti i cantieri navali italiani e i gran parte dei paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Anche il pino laricio, grazie alle sue proprietà lenitive, idratanti ed antidolorifiche, ha sempre rivestito un importante ruolo nel campo della medicina tradizionale.

E oggi? Oggi la montagna cosa può ancora rappresentare per la Calabria?

Urge progettare improrogabili interventi di valorizzazione, conservazione, difesa e promozione, per un nuovo piano di sviluppo e rilancio del nostro patrimonio boschivo. Tutto affiancato da una narrazione originale che sia fondata su conoscenze antiche. Ma questo richiede conoscenza profonda, studio, competenze, consapevolezza che oggi si stanno perdendo e che dovrebbero, invece, tornare ad essere al centro dell’attenzione delle comunità e delle amministrazioni deputate.

È un questione di cultura, di sostenibilità ambientale. Ma è anche economia ed è lavoro.

La Calabria, ancora una volta, non ha nulla da inventarsi, ma solo da recuperare.


Il Corsivo è curato dalla reggenza dell'Eco dello Jonio con la preziosa collaborazione della prof.ssa Alessandra Mazzei che ogni settimana offre agli utenti la lettura in forma esclusiva di contributi autentici, attuali e originali firmati da personalità del mondo della cultura, della politica e della società civile di fama nazionale e internazionale

Carmine Lupia
Autore: Carmine Lupia

è laureato in Scienze agrarie all’Università Cattolica Gemelli del Sacro Cuore e il suo ambito di interesse è la botanica e, specialmente, l’etnobotanica. Cospicue e di pregio le pubblicazioni scientifiche a suo nome. Collabora con numerose Università, Istituzioni e Associazioni per studi e consulenze ambientali e sulla biodiversità. Si è occupato di aree protette, in particolare quella delle Valli Cupe, ma non solo. È il fondatore del Cammino basiliano ed è il primo Direttore del primo Conservatorio etnobotanico sorto in Italia, che si trova a Castelluccio superiore, in Basilicata.