DIARI DI STORIA - La quarta Sibari perduta: il mistero della città sul Traente che sfidò Thurii
Dopo la distruzione della Sibari arcaica, i superstiti fondarono una nuova città sul fiume Traente, oggi Trionto. Tra monete, necropoli e scoperte archeologiche, la storia di una polis quasi dimenticata della Magna Grecia
CORIGLIANO-ROSSANO - La storia di Sibari sul Traente (oggi Trionto), identificata anche come IV Sibari, costituisce una delle pagine più affascinanti e misteriose della colonizzazione magnogreca, erede della grande Sibari arcaica fondata nell’VIII secolo a. C. da coloni Achei e miseramente rasa al suolo nel 510 a.C. dai Crotoniati. Diodoro Siculo narra dei vari tentativi dei Sibariti superstiti di voler ricostruire la città, ma trovarono il netto rifiuto di Crotone che intorno al 453 soffocò sul nascere ogni ulteriore tentativo. In una fase successiva, approfittando dell’indebolimento politico della città nemica seguito all’espulsione di Pitagora, i Sibariti nostalgici, volendo insistere sulla sua ricostruzione, rivolsero un appello a Sparta e ad Atene trovando il pieno appoggio in Pericle che intorno al 445-444 a.C. provvide ad inviare coloni soprattutto ateniesi a fondarvi una città panellenica aperta a tutti. Il sito prescelto dall’oracolo di Delfi, appositamente interpellato, venne indicato nei pressi della fonte Thuria, non lontano dall’antica Sibari, per cui alla nuova fondazione venne dato il nome Thurii. Un forte contrasto scoppiato, però, tra i nuovi arrivati e i vecchi Sibariti convinse questi ultimi ad abbandonare il campo e a spostarsi più a Sud nei pressi del fiume Traes (Traente per i Romani), dove subito dopo fondarono la loro nuova Sibari, posta, appunto, sul fiume Traente.
Così Diodoro racconta la vicenda: “I Sibariti, che si stavano sottraendo al pericolo della guerra civile, misero dimora presso il fiume Traes”. (Diodoro Siculo, XII, 22.1; anche Strabone, VI, 1,13). La città andò crescendo in autonomia fino a crearsi una propria coniazione monetaria ed arrivando ad avere una certa rilevanza anche con il beneplacito di Crotone che, come ricorda Polibio (II, 39.6), tra il 430-417 a. C. la volle alleata nella Lega Italiota, creata sul modello della Lega Achea di Grecia, al fine di contrastare l’espansionismo di Siracusa da sud e dei Lucani e dei Brettii da nord. Saranno proprio i Brettii a conquistarla nel 346 segnando la fine della sua autonomia e la stessa fine farà anche Thurii due anni dopo. Ai primi del sec. II a.C. anche il dominio brettio si concluderà con la conquista romana, che favorì ed incrementò nel territorio la creazione di ville e masserie, concesse dai vincitori a militari ed aristocratici romani.
Pur con queste referenze letterarie, il sito identificativo della Sibari sul Traente resta un mistero e la sua stessa esistenza finirebbe con l’essere un fantasma se non intervenisse l’archeologia, che, per quanto occasionale e dovuta a movimenti di terra per ragioni agricole più che a scavi programmati e sistematici, viene a confortare sulla sua concreta e reale storicità. Le evidenze archeologiche consistenti in frammenti di ceramica a vernice nera, anfore greco-italiche, resti edilizi, emissioni di monete anche in argento e quant’altro di grande interesse storico, testimoniano tra il IV ed il II secolo a. C. una chiara frequentazione diffusa che aprono a possibili ipotesi di ubicazione. A queste conclusioni sono arrivati di recente gli archeologi Pier Giovanni Guzzo e Silvana Luppino, entrambi Direttori degli Scavi di Sibari succedutisi nel tempo. A loro dire tracce di un abitato connesso alla diaspora sibarita dopo la fondazione di Thurii si riscontrano in contrada Piana del Trionto, presso Crosia.
Interessanti e copiosi reperti, tra cui tracce di una necropoli e tracce di pavimenti “opus spicatum” sono affiorati inoltre in località Cappella di Mirto lungo la destra del Trionto, Su di essi il 4 ottobre 1954 il Soprintendente Alfonso de Franciscis, su segnalazione del Dott. Vincenzo Astorino, informava la Direzione Generale Antichità e Belle Arti del Ministero di P.I. che “in località Cappella, proprietà del Sig. Blefari Salvatore fu Francesco, sono venuti alla luce ruderi di epoca romana imprecisabile, consistenti in muri in pietra e calce, con riutilizzazione di mattonacci di tipo greco; sul terreno, profondamente dissodato, vi sono inoltre resti di tegoloni romani, qualcuno con marchio di fabbrica in lingua greca “Sathl”, tessere piuttosto grosse di terracotta per pavimentazioni, nonché frammenti di rocchi di colonna dorica in calcare locale intonacati e frammenti di cornice sagomata. La scoperta ha interesse soprattutto da un punto di vista topografico, giacchè è in una zona vicina al Trionto, fiume noto nell’antichità e aggiunge un anello alla catena di scoperte fortuite, che avvengono dalla pianura di Sibari attraverso l’agro di Corigliano e di Rossano fino al fiume predetto. Si tratta di territori molto abitati in epoca antica specialmente in epoca romana avanzata, con presenza di fattorie rustiche molto spesso aventi nelle vicinanze gruppi esigui di sepolcri. Anche la costruzione in parola ha nelle vicinanze delle tombe, qualcuna delle quali, esplorata, ha dato risultati negativi quanto a materiale archeologico. Si tratterebbe di tombe di tarda epoca romana in mattoni e tegoloni assolutamente prive di corredo”. 1
A questa segnalazione qualche mese dopo faceva seguito quella di Antonio Pugliese di Mirto alla Soprintendenza di Cosenza in cui traspaiono altri particolari sulle scoperte nella stessa proprietà del Blefari: “Lo scrivente, Pugliese Antonio, essendo un appassionato di arte antica sente il dovere di comunicare a codesto On. Ente il rinvenimento di alcuni tronchi di colonne di stile dorico, di avanzi di anfore, di mattoni con perfette scanalature, di pochi mattoni per costruzione, di tubi di un diametro di cm. 20 in creta, di tombe con ossa di morti, di altri oggetti alcuni dei quali recano degli scritti non bene identificabili. Tali ruderi si trovano nel podere di un tale Blefari Salvatore, ed è a breve distanza dall’abitato. Il Signor Blefari Salvatore dovendo costruire sul suddetto fondo una casetta, iniziò tempo fa gli scavi per fare le fondamenta. Ma non ebbe a scavare molto ed ecco trovarsi sotto gli occhi i materiali sopradetti. Come spiegare la presenza di tali colonne e di tali altri avanzi?” 2
L’informazione conferma quanto dichiarato anche dal Dott. Astorino, che in verità si sarebbe aspettato una qualche attenzione da parte delle autorità preposte. A ciò va ad aggiungersi il tesoretto di monete studiate dal Prof. Armando Taliano Grasso dell’Unical e conservate nel Museo Archeologico di Sibari, su cui appare in alto la leggenda TPAETraes). Si tratta di 3 emissioni in argento della seconda metà del sec. V-IV a. C., rinvenute nella cinta muraria del complesso fortificato di Cerasello/Muraglie di Pietrapaola. Vi è riprodotto da un lato un toro barbuto e sull’altro la classica spiga a foglia nastriforme con un diametro di 16 mm. ciascuna. 3
Nello stesso contesto territoriale è possibile stabilire un rapporto tra Sibari sul Traente ed il vicino Porto-arsenale sul promontorio del Trionto, menzionato anche come promontorio “Roscio” (da cui deriverebbe il nome Roscianum), di cui si hanno notizie in Procopio, che nel suo “De bello gothico” (III, 28, n. 26) riferisce come proprio nella valle del Traente la cavalleria del re gotico Totila, che intanto aveva pacificamente occupato Rossano, venne attaccata e sconfitta dall’esercito bizantino al comando di Narsete che nel frattempo era sopraggiunto nel porto cogliendo tutti di sorpresa.
Del Porto sul Traente si ha ancora notizia al tempo di S. Nilo. Nel suo Bios (nn. 60-62) si legge, infatti, che facinorosi rossanesi intorno al 976, per protesta contro la tracotanza bizantina, proprio nel Porto avevano incendiato la flotta delle chelandie (navi agili e veloci) provocando l’ira “funesta” del magistros Niceforo Foca, che per vendetta aveva votato la città alla distruzione totale, da cui fu salvata dall’intervento provvidenziale di S. Nilo che fece scongiurare il pericolo.
Occorre ricordare, infine, che tutta la fascia intorno al promontorio del Traente pullulava di ville romane, di cui si ha traccia nei notevoli resti archeologici emersi nel tempo a seguito di fortuiti lavori agricoli e di migliorie territoriali. A titolo di esempio mi viene da menzionare in località Casello Mascaro-Toscano i resti di mura antiche ed altri manufatti e utensili del sec. I a. C.; al Cozzo della Pisarra di contrada Foresta chiari resti di villa romana del II sec. a.C. – I sec. d. C.; il corpo di una fabbrica a forma quadrata con i resti di una fornace dal III secolo a. C. è rinvenuto in un terreno di proprietà Martucci in contrada Solfara. Gli esempi potrebbero continuare, tutti a segno di una vitalità consistente che è continuata anche dopo la scomparsa della IV Sibari sul Traente ad opera dei Brettii.
NOTE
1 Cfr. R. S. SCAVELLO, Archeologia senza scavo. Storia degli studi e delle scoperte archeologiche tra XVIII e la metà del XX secolo nella Calabria Citeriore attraverso i documenti di Archivio, Tesi di Dottorato di Ricerca presso l’Unical di Cosenza, Dipartimento Studi Umanistici, anno accademico 2016-2017, pag. 1918.
2 Cfr. Ibidem, pag. 1920.
3 Cfr. A. TALIANO GRASSO, La presenza brettia sul Traente attraverso nuovi documenti monetali, in Atti I Corso Seminariale organizzato dall’Iraceb su <I Brettii. Cultura, lingua e documentazione storico-archeologica>, (Rossano 20-26 febbraio 1992), Rubbettino editore, Soveria Mannelli 1995, pp. 197-205.
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