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DIARI DI STORIA - Rossano, la fortezza dei Romani diventata cuore bizantino della Calabria

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Se oggi Rossano è definita il centro più bizantino della Calabria per il ruolo politico e militare che ha svolto soprattutto a partire dai secoli IX-X e di cui conserva ancora quasi intatta una stupenda monumentalità d’arte e di civiltà, per non parlare del fascino dell’affresco dell’Achiropita (sec. VIII-IX) e del Codex Purpureus Rossanensis (sec. VI) riconosciuto Patrimonio Universale dell’Unesco, nei fatti è al periodo romano (sec. III-II a.C.) che deve il suo ingresso ufficiale nella grande storia perché divenne un sito fortificato dai Romani sia per tenere a freno i Brettii, sempre riottosi e ribelli, sia per tutelare i titolari delle numerose masserie coloniche che da avevano cominciato a pullulare in tutto il territorio circostante. Lo stesso nome Roscianum, del resto, potrebbe farsi risalire proprio alla famiglia romana dei Rosci, che in epoca repubblicana avrebbero avuto in concessione la colonia e vi avrebbero impiantato una vasta villa-masseria, da cui il nuovo abitato sviluppatosi nel tempo, avrebbe assunto il nome. Il toponimo Roscianum, infatti, secondo il linguista tedesco Gerhard Rohlfs, potrebbe derivare proprio dalla composizione Rosci-anum, dove la desinenza -anum indica possedimento e quindi Roscianum sarebbe possedimento dei Rosci. (1)  

Come riferisce Gradilone, a parlare dello stanziamento a Rossano di una colonia romana, concessa probabilmente ad un membro della famiglia dei Rosci, è Velleio Patercolo (19 a.C.-30 d.C.) nel Catalogus Coloniarum inserito nel I libro delle Historiae Romanae, un catalogo cronologico delle colonie deliberate dal Senato di Roma. (2)  Dello stesso avviso si mostra Paolo Orsi, Soprintendente per la Calabria, secondo cui i Rosci avrebbero fruito di una vasta tenuta presso la stazione itineraria (forse la villa romana di Ciminata scoperta nel 1993 nel corso dei lavori di costruzione del Carcere?), ai piedi del colle su cui era sorto un centro fortificato. (3)  Proprio per la presenza della stazione itineraria lungo la Via Traianea, prolungamento della Via Appia da Taranto a Reggio, Roscianum figura nell’Itinerarium Antonini, come pure nella Tavola Peutengeriana, indicata a 12 miglia da Thurii e a 25 da Petelia. (4)

La fortezza romana, eretta dopo la conquista di Thurii nel 194 a.C., potrebbe essere il nucleo più antico di quella che sarà la “polis” bizantina, annoverata dall’imperatore Costantino VII Porfirogenito (913-959) “tra le poche città d’Italia rimaste sempre bizantine”.(5)   A riguardo, è interessante quanto riferisce Procopio nel De bello gothico (VII 28, 7-8), che, dopo aver parlato dei due valichi di Petra sanguinis e Labula (o Lavula) che separano i Lucani dai Brettii, aggiunge: “Nella zona si trova anche, presso il mare, il centro di Roscianum che è il porto dei Thurii e a nord di esso, a circa sessanta stadi di distanza, c’è una fortezza molto salda, costruita dagli antichi Romani, che Giovanni già molto tempo prima aveva occupato, stanziandovi una guarnigione abbastanza consistente”. (6)  

Stesso concetto è ribadito sia da Barrio che definisce Rossano “un fortissimo castello egregiamente munito dalla natura e quindi dalla mano dell’uomo sopra un colle, circondato dovunque da rupi sassose”, sia  dal tedesco Filippo Cluverio (1580-1622) che, dopo aver menzionato il porto di Roscianum (navale Roskia) presso Thurii, aggiunge che “supra istud ad LX stadia castellum (Procopio ha “praesidium”) validissimum veteres aedificaverunt Romani” (poco distante da questo a 60 stadi gli antichi Romani edificarono un castello inespugnabile), sia da tutti gli altri storici locali. (7)

In considerazione del suo alto valore strategico in grado di controllare e dominare la pianura sottostante, al fortilizio guardarono con interesse sia i Bizantini che gli antagonisti Longobardi e soprattutto i Goti. Ad espugnare la roccaforte ci provò inutilmente Alarico, cui seguì il tentativo inizialmente riuscito di Totila durante le guerre gotico-bizantine (535-554), ma che poi dovette soccombere sotto gli attacchi sferrati via mare dal generale bizantino Narsete, che nel 554 colse di sorpresa la cavalleria di Totila, sferrandole una pesante sconfitta nella vallata del Trionto al varco tra le Lambe e Pietra del Sangue (Petra sanguinis). Stesso risultato, a riguardo di Rossano, registrarono i Longobardi del re Autari, i quali per quanto più volte abbiano tentato di impadronirsene, grazie alla posizione fortificata della città, ogni sforzo risultò inutile.

Queste qualità difensive avvalorarono l’imprendibilità di Rossano tanto che nel breve volgere di qualche tempo attorno alla fortezza Roscianum si arroccarono le popolazioni costiere che si sentirono meglio protette e garantite, soprattutto dopo la desolazione in cui cadde la pianura di Thurii a seguito della sconfitta subita nel 597-98 da parte dei Longobardi di Benevento. Intorno al primitivo fortilizio si sviluppò una strutturazione urbanistica fiorente fino a trasformarsi in castrum e oppidum, premessa perchè nei secoli VIII-IX Rossano venisse promossa a sede di Vescovato e poi nel sec. X a sede dello Stratego, massima autorità dell’Impero bizantino in Italia, prima della istituzione del Catepanato di Bari nella seconda metà del sec. X.

In questo processo evolutivo della città, l’antica fortezza romana continuò ad essere valorizzata sia dai Bizantini, sia dai successori Normanni, che in tempi diversi provvidero ad aprire nella parte Nord della città sottostante il “castrum” romano una nuova Porta, detta Castello (poi Porta Cappuccini), affiancata nel 1460, a dire di Luca De Rosis, da una Casamatta costruita secondo le regole di architettura militare per garantirne la difesa e come prigione per i soldati. Oltre a Porta Castello vennero aperte la Porta dell’Acqua, da cui si accedeva alle sorgenti di Vale ed il Portello (porta piccola) per la sicurezza nel retro del Maschio aragonese detto Torre del Giglio, poi fatto abbattere nel 1440 dal principe Marino Marzano. Queste ulteriori tre porte vennero ad aggiungersi alle antiche cinque della città bizantina (Rupa, Nardi, Penta, Giudeca, Melissa, poi intitolata nel sec. XVI a Bona Sforza). (8)

Non lontano dalla fortezza era situato il quartiere Grano, così detto perchè destinato ai pubblici magazzini annonari, probabilmente a disposizione anche della guarnigione dei soldati ivi residenti. Nel 970 Rossano fu colpita da un terribile terremoto che determinò il cedimento di terreno del quartiere, che da allora venne detto Vallone del Grano. Stessa sorte toccò ai rioni Ciperi e S. Nicola che divennero rispettivamente Catiniti (luogo basso) e S. Nicola al Vallone.


NOTE

(1) I Rosci erano una famiglia abbastanza nota e diffusa a Roma. Tra gli altri si ricorda un Sesto Roscio Amerino, difeso intorno all’80 a.C. da Marco Tullio Cicerone dall’infamante accusa di parricidio svelando un complotto orchestrato dal potente liberto Lucio Cornelio Crisogono che voleva impossessarsi illegalmente dei beni della famiglia: cfr. l’orazione di Cicerone Pro Sexto Roscio.
(2)   Cfr. A. GRADILONE, Storia di Rossano, Cosenza 1967, 2^, pp. 31-32.
(3)   Cfr. P. ORSI, Le necropoli preelleniche calabresi di Torre Galli e di Canale, Roma 1926, citato da Gradilone, p, 32, nota 26.
(4)   Cfr. A. GRADILONE, p. 36.
(5)   Cfr. F. BURGARELLA, Rossano in epoca bizantina, in <Daidalos>, III, n. 2 (aprile-giugno 2003), pp. 10-14.
(6)   Il testo greco: “en tautha men parà ten aktèn Rouskianè estì to Thourìon epìneion, uperthen de autou òson apò stadìon exèkonta phroùrion exuròtaton edeìmanto oi pàlai Romàioi, òper Ioànnes pollò pròteron katalabòn ètuche phrouràn te lògou axìan ekeìne katastesàmenos”: cfr. De bello gothico, VII 28, 7-8. Di questo Giovanni qui menzionato sappiamo che era “magister militum” al seguito del generale Belisario nella guerra gotica, da cui poi si distaccò per contrasti intervenuti.
(7)   Cfr. G. BARRIO, De antiquitate et situ Calabriae, Roma 1571; F. CLUVERIO, Italia antiqua, Lione 1624 (postuma), l. 4.f.1314: entrambi gli autori sono citati da Gradilone alle pp. 29-32.
(8)   Cfr. L. DE ROSIS, Cenno storico della città di Rossano, Napoli 1838, p. 31; A. GRADILONE, pp. 18 e 370.

Immagine in copertina generata con AI

Luigi Renzo
Autore: Luigi Renzo

nato a Campana, è sacerdote dal 1971. Per oltre trent'anni parroco a Rossano, ricoprendo anche gli incarichi di Vicario Generale dell’Arcivescovo, Direttore del Museo Diocesano e dell’Ufficio regionale per i Beni Culturali Ecclesiastici. Ha conseguito il Dottorato in Teologia presso la Pontificia Università Lateranense e la laurea in Pedagogia all’Università di Urbino. Ha insegnato nelle scuole statali ed è stato docente di Beni Culturali e Antropologia Culturale presso il Seminario Teologico di Cosenza. Giornalista e Socio delle Deputazione di Storia PatriaCalabria, ha al suo attivo innumerevoli pubblicazioni ottenendo diversi premi letterari anche nazionali. Nel 2007 vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, è diventato vescovo emerito nel 2021. È rientrato nella sua diocesi di origine e oggi vive a Corigliano-Rossano. All’interno della CEC è stato Vescovo delegato per le Comunicazioni Sociali e Beni Culturali nel ruolo di Segretario; membro Commissione Comunicazioni Sociale della CEI