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Xylella, nelle zone infette si ripianta con cultivar aliene. E il batterio ora compare anche nel Materano

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CORIGLIANO-ROSSANO – Il Piano regionale contro la Xylella mette nero su bianco una cosa che, per la Calabria del nord-est, dovrebbe far scattare immediatamente l’allarme della ricerca: se il batterio dovesse entrare e costringere a ricostruire gli oliveti, si ripartirebbe da quattro cultivar già riconosciute resistenti o tolleranti. E tra queste non ci sono la Dolce di Rossano né la Grossa di Cassano tantomeno la Tondina.

Il documento approvato dalla Regione Calabria il 2 settembre, dopo i sette olivi positivi individuati a Taurianova, autorizza infatti nella zona infetta i nuovi impianti produttivi di Leccino, Lecciana, Leccio del Corno e Favolosa (FS17). È il “dopo” della Xylella, quello che finora abbiamo guardato molto meno del contagio: non soltanto quali alberi si abbattono, ma quali si potranno piantare al loro posto.

E qui le cose cambiano. Perché le cultivar che identificano una parte dell’olivicoltura della Sibaritide e della fascia prepollinica non compaiono tra quelle oggi indicate come resistenti o tolleranti alla sottospecie pauca.

Questo non significa che siano vulnerabili. Significa qualcosa di altrettanto preoccupante: non abbiamo ancora abbastanza dati per sapere se potranno difendersi. 

Il Piano ci mostra già cosa accadrebbe

Il meccanismo è chiaro. Nelle aree infette si procede con l’eradicazione delle piante positive e con le ulteriori rimozioni previste dalle norme europee. L’apparato radicale deve essere estirpato oppure devitalizzato per impedire la ricrescita di polloni infetti. Poi arriva il problema della ricostruzione.

Il Piano autorizza per i nuovi oliveti solo le quattro varietà per le quali è già riconosciuta una resistenza o tolleranza. E quelle autorizzate sono tutte cultivar aliene per lo più originarie della Toscana. Leccino e Favolosa su tutte. Sono le uniche resistenti? Non lo sappiamo. Sicuramente, però, dove ci si è mossi in tempo con ricercerca e sperimentazione si è riusciti ad individuare i possibili rimedi. E sono proprio queste cultivar ad aver offerto, nelle aree più colpite, una possibilità concreta di continuare a produrre.

Il problema è un altro: cosa accadrebbe se domani questa stessa regola dovesse essere applicata nello Jonio cosentino? Potremmo continuare a fare olio. Ma con quali ulivi?


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E intanto Xylella compare anche nel Materano

Nel frattempo arriva un’altra notizia che cambia, almeno geograficamente, la percezione del problema. Nel territorio di Matera è stata individuata una pianta di mandorlo positiva a Xylella fastidiosa sottospecie multiplex, ceppo ST26.

Va detto subito per evitare inutili allarmismi: non è la stessa Xylella individuata sugli olivi di Taurianova. Quella calabrese è la sottospecie pauca; il ceppo ST26 segnalato nel Materano, secondo quanto spiegato da InfoXylella, non attaccherrebbe l’olivo. Insomma, la Sibaritide non è stretta tra due focolai della stessa malattia dell’olivo. Ma è altrettanto evidente che la presenza della Xylella nel Mezzogiorno sta diventando sempre meno lontana dal nostro territorio.

Ed è per questo che Mirto non può più essere soltanto una banca genetica

A questo punto il campo di germoplasma di Mirto Crosia, con circa 450 varietà di olivo conservate, assume un valore ancora maggiore. Non basta custodire il patrimonio genetico. Bisogna usarlo per rispondere alla domanda che il Piano regionale rende ormai urgente: le nostre cultivar possono resistere alla pauca?


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Se arrivassimo impreparati, potremmo salvare la produzione ma perdere progressivamente gli ulivi che hanno costruito per secoli il paesaggio e l’identità agricola della Calabria del nord-est. La Xylella pauca è già in Calabria. Una diversa sottospecie è ora comparsa anche nel Materano e il tempo per capire se Dolce di Rossano, Grossa di Cassano e Tondina possono difendersi non è più quello della ricerca ordinaria. È diventato il tempo dell’emergenza.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.