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Lavora in regola ma non riesce a incassare lo stipendio: «Così la burocrazia alimenta il lavoro nero»

3 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO – Ha lavorato tutta l’estate. Regolarmente assunto, con un datore di lavoro che alla fine del rapporto ha scelto la strada prevista dalla legge: pagare lo stipendio attraverso un sistema tracciabile. Eppure quel denaro, per il giovane lavoratore tunisino protagonista di questa vicenda, è diventato improvvisamente difficilissimo da raggiungere.

Il paradosso è tutto qui: un lavoratore e un imprenditore provano a rispettare le regole e proprio nel passaggio finale si scontrano con una barriera burocratica che rischia di produrre l’effetto opposto a quello per cui quelle regole esistono.

A denunciare il caso è Carmen Florea, mediatrice culturale e operatrice sociale impegnata da anni sul territorio nei percorsi di integrazione e tutela dei lavoratori stranieri, oggi anche nell’équipe del progetto Su.Pr.Eme. 2.

«Ha lavorato tutta l’estate con un regolare contratto»

Florea parte da una storia apparentemente normale. «Un ragazzo tunisino, regolarmente richiedente asilo, ha lavorato tutta l'estate in una gelateria con un regolare contratto di lavoro. Finiti i mesi di impegno, il datore di lavoro fa la cosa giusta e onesta: versa lo stipendio tramite bonifico bancario, come impone la legge per la tracciabilità dei pagamenti».

Dal luglio 2018, infatti, la legge italiana vieta in via generale al datore di lavoro di corrispondere direttamente la retribuzione in contanti e prevede strumenti tracciabili, tra i quali bonifico, pagamento elettronico, assegno o pagamento presso banca o ufficio postale secondo le modalità previste dalla norma.

Fin qui, quindi, tutto dentro il perimetro della legalità. Poi arriva il cortocircuito.

«E qui lo Stato si inceppa»

«Poste Italiane – denuncia Florea – si rifiuta di fargli incassare il bonifico o di aprirgli un conto. Il motivo? Non ha il passaporto, ritirato legittimamente dalla Questura al momento della domanda di asilo, e ha il codice fiscale numerico provvisorio a 11 cifre».

Ed ecco che la vicenda assume una dimensione che travalica il confine sottile, tra legittimo e illegittimo. Perché i richiedenti asilo rientrano espressamente tra i soggetti che hanno diritto all’apertura di un conto di base. L’articolo 126-noviesdecies del Testo Unico Bancario comprende infatti tra i consumatori legalmente soggiornanti nell’Unione europea anche i richiedenti asilo.

Il Portale Integrazione Migranti del Ministero del Lavoro chiarisce inoltre che, in attesa del rilascio del permesso di soggiorno, per l’apertura del conto può essere utilizzata la ricevuta della presentazione della richiesta di protezione internazionale, purché in corso di validità, contenente nome, data di nascita e fotografia.

Anche il codice fiscale numerico non dovrebbe essere, da solo, un ostacolo: ASGI ricorda che il codice fiscale provvisorio composto da 11 cifre può essere utilizzato ai fini dell’apertura del conto di base e che per i richiedenti protezione internazionale può restare numerico fino all’esito della domanda. Quindi, cosa succede? Perché Poste Italiane non ha voluto aprire un conto intestato al giovane lavoratore tunisino?

Florea: «Questa condotta è illegittima»

«Questa condotta di Poste è illegittima. La legge italiana, il decreto legislativo 142 del 2015, parla chiaro: la documentazione relativa alla richiesta di asilo consente l’identificazione del richiedente».

Florea richiama inoltre «la stessa Poste Italiane, con una circolare interna del 2019», sostenendo che gli uffici siano tenuti ad accettare tale documentazione per l’apertura del conto di base.

«Si punisce chi segue le regole e si favorisce lo sfruttamento»

«Qual è il risultato di questo cortocircuito? Rifiutando l'accesso ai servizi bancari a chi lavora onestamente, le istituzioni non fanno altro che spingere le persone verso il lavoro nero, i pagamenti in contanti e il caporalato».

Poi l’affondo: «Si punisce chi segue le regole e si favorisce lo sfruttamento».

Una contraddizione particolarmente evidente in un territorio come la Piana di Sibari, dove il tema del lavoro migrante e del caporalato non è teorico. Nei mesi scorsi l’Eco ha ricostruito anche attraverso il lavoro sul campo di Florea il sistema attraverso cui vulnerabilità documentale, bisogno di trasporto, alloggio e accesso ai servizi possono trasformarsi in strumenti di dipendenza del lavoratore.


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Il caso raccontato oggi sembra quasi mostrare l’altra faccia dello stesso problema. Non un datore di lavoro che vuole pagare in nero. Un datore che vuole pagare regolarmente.

Non un lavoratore che vuole sottrarsi alle regole. Un richiedente asilo che ha un contratto e vuole ricevere regolarmente ciò che ha guadagnato. Eppure il sistema si blocca proprio quando dovrebbe rendere possibile la legalità.

«Faremo valere i diritti di questo lavoratore»

Florea annuncia che la vicenda non finirà davanti al rifiuto ricevuto allo sportello. «Noi non ci stiamo e faremo valere i diritti di questo lavoratore».

E chiude con una frase che sintetizza l’intero paradosso: «La legalità non può essere un privilegio a giorni alterni».

Combattere caporalato, sfruttamento e pagamenti irregolari significa chiedere ai lavoratori e alle imprese di stare dentro le regole. Ma perché questo accada anche le procedure pubbliche e private devono consentire concretamente di rispettarle.

Se un giovane può avere un contratto di lavoro, lavorare per mesi e maturare uno stipendio ma poi incontra un ostacolo nell’accesso allo strumento necessario per riceverlo è chiaro che diventa un problema di legalità reale.


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Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.